Tu sei sacerdote per sempre!

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di Francesco Inguanti 

Il 18 marzo del 1961 il Cardinale emerito di Palermo Paolo Romeo veniva ordinato presbitero. Nel ricordo di quell’avvenimento e del suo successivo servizio alla Chiesa ci ha concesso una intervista parte della quale è stata pubblicata sul numero di febbraio marzo della rivista, in versione cartacea.

Eminenza, sessanta anni fa come in queste settimane si preparava a divenire sacerdote. Quali sentimenti prevalevano nel suo cuore?
Arrivare a sessant’anni Di vita presbiterale è una tappa molto significativa. I miei sentimenti sessanta anni fa erano di gratitudine, per essere stato interpellato da Dio, e di piccolezza, nel vedere i limiti che Dio aveva scelto nella mia persona. Da quel giorno mi chiedo: “Che cosa posso fare per coloro che incontrerò sulla mia strada”? Chi si rivolge ad un prete vuole innanzitutto incontrare un uomo di preghiera, un uomo di Dio, non cerca né un sociologo, né uno psicoterapeuta, né un medico, né un ingegnere; cerca l’uomo di Dio. Ora, come allora, c’è la stessa trepidazione: “Chi sono io per essere uomo di Dio”? La trepidazione vissuta in quel giorno in un modo: “Da domani sarò ordinato sacerdote e da domani mi identificherò nella Chiesa”, l’ho vissuta sempre. Guai a dimenticare questo tutte le mattine, perché il prete non è un mestierante. Chi viene dal prete non cerca un maestro, vuole sentirlo strumento di Dio, vuole essere riallacciato a Dio e il prete è un trattino che deve rimane piccolo per riattivare questo rapporto in modo che poi la luce dello Spirito, attraverso questa incentivazione, arrivi alla coscienza delle persone.

Quali aspettative viveva?
Le aspettative che avevo in quel momento come tutti i seminaristi (io ero entrato in seminario a 14 anni) era di vivere come i santi. Non aspettavo niente di particolare. Avevo lasciato una famiglia, dove la Provvidenza non aveva fatto mancare i mezzi di sostentamento, e quindi mi aspettavo di poter servire e dedicarmi, come San Giovanni Bosco di cui mio padre era uno grande stimatore, ai giovani, ai ragazzi. Avevo già conosciuto mons. Luigi Novarese, e i “Volontari della sofferenza”, per cui pensavo di stare vicino agli ammalati, non soltanto quelli nelle strutture assistenziali, ma piuttosto quei malati che vivono nelle proprie case. Quindi, avendo vissuto vicino a queste persone pensavo ad una vita missionaria, una vita di “avventura”, ma sempre fondata sul servizio. Queste erano le aspettative. Mio padre mi diceva che gli avevo fatto un torto, perché avrebbe voluto che diventassi Salesiano. Novarese voleva che andassi tra i “Volontari della sofferenza” in comunità, lasciando quindi la famiglia. Avevo anche rapporti con i missionari del P.I.M.E. e anche loro volevano che andassi con loro. Però sentivo che avevo a portata di mano non un campo specifico ma tutte queste realtà e molte altre nel territolo. E, quindi, avevo l’aspettativa di vedere cosa mi sarebbe successo.

Che tipo di fede ha ricevuto dalla sua famiglia? Quanto le è servita in questi sessanta anni?
Vi sono due aspetti importanti della mia vita in famiglia. Innanzitutto la testimonianza dei miei genitori, come sposi e come genitori. Mio padre e mia madre che sono stati sposati per 64 anni, sono morti a distanza di 51 giorni l’uno dall’altro; era tanta la comunione tra loro che la mamma, quando morì papà diceva: “Io così da sola non posso vivere!” E aggiungeva:” Mi ha fatto un torto: aveva promesso che sarebbe morto dopo di me!” Ho visto in loro un matrimonio vissuto generosamente in tutti i 64 anni; tante volta anche in pubblico ho parlato della loro freschezza di tutti i giorni. Mi padre tornava a casa e diceva: “Zaira, guarda cosa ti ho portato!” E mia madre che era casalinga rispondeva: “Michelino, guarda cosa ti ho preparato!” Come se fossero due fidanzati. Papa aveva 94 anni quando è morto e mia madre sei anni in meno. E tutti i giorni fino alla fine si dicevano queste frasi affettuose. La loro fedeltà alla vita coniugale aveva sostenuto anche la mia vocazione celibataria. Anch’io mi sono sposato con la Chiesa, nella fedeltà alla Chiesa quindi tutti i giorni devo ricordare questo loro “duetto” e rivivere questo momento applicandolo alla mia vita.

E il secondo?
Il secondo aspetto di questa esperienza familiare è il valore della fraternità. Io l’ho imparato in casa. I figli unici non possono abituarsi a questa fratellanza. Noi che eravamo in 9 figli abbiamo socializzato in casa. E abbiamo imparato da piccolini che l’esercizio dei miei diritti finiva dove iniziava quello dei miei fratelli e delle mie sorella. Pur vivendo in una famiglia in cui non mancavano le risorse, eravamo in 4 fratelli a dormire nella stessa stanza. Gli spazi, gli orari, le risorse andavano distribuite tra tutti; e se c’era uno di noi ammalato, tutti ne dovevamo tener conto. E lo stesso era con le mie sorelle. Sono questi valori umani che incarnano la vera fede cristiana. Io li ho ricevuti in famiglia. Vi sono poi alcuni esempi significativi. Mio padre certamente frequentava la Chiesa la domenica, ma non andava tutti i giorni a Messa; mia madre con la sorella di mio padre che viveva con noi ci andava tutte le mattine in parrocchia. E tutte le sere con papà emamma e tutti i figli si recitava il Rosario in casa. Ricordo che talvolta mia padre, visibilmente stanco, si appisolava e perdeva il conto delle Ave Maria e mia madre lo richiamava affettuosamente. Ma c’era anche un altro tipo di impegno.

Quale?
Quello ecclesiale. Entrambi i miei genitori sono stati Presidenti dell’Azione Cattolica. Sono state persone che ci hanno insegnato a vivere non nella gioia interna di una famiglia, ma nella gioia interna di una grande famiglia, che è la Chiesa. I passi successivi, preparazione alla Prima comunione e alla Cresima, sono stati vissuti in questo contesto. Per cui si aveva la gioia che quello serviva ad inserirsi sempre più attivamente, non come un peso da sopportare. I genitori ci hanno trasmesso la devozione alla Madonna di Lourdes, e a Lourdes siamo andati tutta la famiglia in pellegrinaggio; e poi il culto alla Madonna di Pompei. Ci hanno trasmesso la “Religiosità popolare” attraverso dei cammini di fede. Non figli non andavamo mai a letto senza chiedere la benedizione a papà e mamma. Questa fede vissuta così ci accompagnava per tutto il giorno.

Oggi dopo sessanta anni quali sentimenti prova? Con quale stato d’animo attende questa ricorrenza?
Ogni giorno che passa vivo la responsabilità della testimonianza che ho dato pensando a questi sessanta anni, mi ripeto che il Signore mi ha aiutato con la Sua Grazia, con la fedeltà alla Chiesa e la Chiesa ha posto molta fiducia nella mia persona. La gente vedrà magari la parte esterna. Dopo essere stato presbitero sono diventato Vescovo, sono diventato rappresentante del Papa. Le persone vedono questo. Ma per chi ci vive dall’interno sono tutte responsabilità. Oggi mi chiedo: “Se il Signore mi ha posto sul candelabro, questa luce l’ho fatta trasparire o no?  Ma sul candelabro c’è la Sua luce, o la mia?”. Vivo questo con un sentimento di grande gratitudine, perché è già un dono arrivare a sessanta anni di Sacerdozio. È la stessa trepidazione davanti alla domanda: “Che cosa hai fatto dei doni che ti ho dato? Dopo una certa età ti sei stancato? Ti sei adagiato? Ti sei seduto su te stesso? Ti sei dimenticato che dovevi lavorare nella mia vigna”?

Cosa direbbe oggi a un giovane che sarà ordinato sacerdote tra poco? Che consigli si sentirebbe di dare?
La prima cosa è la generosità. Lo spiego con un esempio. In questi giorni mi è stato chiesto dal Seminario acese di accompagnare un gruppo di giovani che devono ricevere il Ministero dell’Accolitato. Proporrò loro questa riflessione partendo dalla chiamata di Samuele, il quale viveva nel tempio; ma vivere nel tempio, se non si ha l’esperienza di Dio, non serve a niente. Lui era al servizio permanente di Eli e di fatto quando venne inquietato da Dio nella notte si rivolse subito a Eli. Alla terza volta Eli gli rispose di ascoltare ciò che gli avrebbe chiesto il Signore, ed il testo sacro spiega così: “In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore”. Allora non basta essere nel Seminario, bisogna fare l’esperienza di Dio. La seconda scena di riflessione che offrire a questi giovani è quella del vecchio Simeone e di sua moglie Anna. Anche loro vivevano nel tempio, però avevano fatto l’esperienza di Dio e si sentivano sospinti dallo spirito. Perché se tu hai fatto l’esperienza di Dio ti lasci muovere da Lui e allora in un bambino riesci a vedere il Redentore. Chiedere allo Spirito o sentirsi mossi dallo Spirito, significa che se il Signore vuole che diveniate Presbiteri voi dovete vedere nelle persone il volto di Cristo. E poi c’è la terza, quella del Nuovo Testamento in cui Cristo dice che non è venuto ad abolire la Legge, ma a superarla. Quindi esiste il Tempio, esiste lo Spirito, ma Cristo non porta via dal tempio i discepoli, chiede di andargli dietro. Quindi questi giovani devono capire che il senso della propria vita è seguire il Signore in tutti i modi. Poi nella vita può accadere di tutto, come a me è accaduto in questi 60 anni di sacerdozio, ma quello che conta è rimanere aggrappato a Lui.

E cosa direbbe ad un sacerdote appena nominato Vescovo? Come è cambiato il “mestiere” di Vescovo da quanto lei lo è diventato nel 1984 ad oggi?
Come rappresentante del Santo Padre mi è toccato di comunicare ai presbiteri nominati Vescovi dal Papa sia in Italia e anche in vari Paesi, a ciascuno questo: “Il Santo Padre ha pensato a te e ti chiama all’Episcopato. Questo è un dono che Dio ti manda, così come quando sei stato chiamato al Presbiterato. Puoi accettarlo o no. Se lo accetti devi accettarne le conseguenze”. A Maria ha fatto il dono di essere sua madre, ma poi le spade hanno trafitto il suo cuore. E quindi la prima cosa è dire se si è disponibili a Dio che ti interpella. Ho visto in tanti la sorpresa e rispondermi: “Perché a me”? Ci sono tante domande cui tutti noi non possiamo dare risposte, quindi dicevo loro di non porsele. “Se pensi di vivere fino a 90 anni, ma muori prima, non chiedere il perché, sfoglia il libro della tua vita e vai avanti fino alla fine. Quando arriverai a quella pagina e vedi che non si gira, vuol dire che è l’ultima”.

E l’altra?
Ho detto: “Vedi che più stai vicino al Signore più sei vicino alla Croce e sei chiamato a proclamare il bene, quindi una lotta più grande contro il male”. A molti ho ricordato quando i discepoli tornarono da Gesù e chiesero: “Ma perché noi non siamo riusciti a compiere il bene?” E io rispondevo: “Perché certi generi di demoni si schiacciano con il digiuno e la preghiera. Allora oggi tu sei l’uomo della preghiera. La gente deve vedere in te l’uomo della preghiera. E devi saper accettare le croci, non quelle che ti scegli tu, ma quelle che ti darà il Signore tutti i giorni. Non ti aspettare gratitudine, non ti aspettare che tutto sarà facile”. E poi aggiungevo: “Preparati. Finora hai fatto parte di un presbiterio, ma adesso entri a far parte del Collegio Episcopale, fatto da persone con cui devi essere in comunione attiva, anche se non visiva. Quindi è importante la preghiera per la Chiesa universale e l’aiuto all’aiuto alla Chiesa universale che saprai dare tu con quello che ti capiterà, Ma ricorda sempre che non sei un solitario Quindi dovrai essere tu l’anello di congiunzione innanzitutto con i Vescovi che avrai intorno”.

Ma tutto questo come è cambiato?
Purtroppo è cambiato molto nella missione del Vescovo. C’è una parte amministrativa che è onerosa e di cui il Vescovo è responsabile. Questo però c’è sempre stato. Giuda amministrava i beni raccolti dagli Apostoli e si poneva le stesse domande di oggi, per esempio quella su come spendere meglio quei soldi, se darli ai poveri o meno Il Signore faceva tanti miracoli, ma poi tante cose venivano dalla generosità della gente. Ed anche nelle prime comunità cristiane si mettevano insieme i beni, quindi doveva esserci qualcuno preposto alle spese. Oggi la Chiesa si dota anche di organismi collegiali e di strumenti adatti per la gestione delle spese, ma lo fa per responsabilizzare, soprattutto i laici; ma, ribadisco non è una cosa nuova. Questa parte gestionale assorbe enormemente. Poi c’è la parte pastorale e sacramentale, come l’amministrazione delle Cresime che richiede il suo tempo. Oggi, purtroppo, il Vescovo come una farfalla, è costretto a volare da un impegno all’altro e rischia di dare poca attenzione alle problematiche pastorali della comunità e delle persone. Questo è stato il grande cambiamento. Lo stesso vale con i sacerdoti perché anche loro hanno bisogno della vicinanza del Vescovo, il quale deve anche amministrare e curare la pastorale e talvolta non ha lo spazio sufficiente per dedicarsi a loro come vorrebbe.

Lei ha trascorso molti anni all’estero in qualità di Nunzio apostolico? Qual è l’esperienza ecclesiale più bella che ricorda? Qual è stata quella più difficile?
Non so dire quale sia stata la più bella esperienza, sono state tutte belle perché vissute tutte nel periodo post conciliare, quella che si chiama comunemente la “Primavera del Concilio”. In ognuna delle realtà in cui sono stato mandato ho scoperto una Chiesa che voleva evangelizzare come nelle Filippine, dove sono stato per primo. Lì ho vissuto la riforma liturgica, l’edizione dei testi in lingua vernacula, ho vissuto lo slancio e gli sforzi di quel momento. Poi sono stato in Belgio, dove ho fatto l’esperienza meno felice, perché c’era una Chiesa appesantita dal passare degli anni, che di fronte all’ondata della Primavera del Concilio rischiava di spaccarsi. Ho dovuto assistere alla sofferenza causata dalla divisione tra Louvain-la-neuve e Lovanio. Perché le lingue diverse provocavano una divisione tra Fiamminghi e Valloni e questo impediva loro di studiare insieme. Quello che nelle Filippine era una ricchezza di idiomi e etnie lì era un impedimento anche alla preghiera comune. Ricordo che nella cattedrale di Malines i fedeli controllavano quanti minuti il Vescovo usasse una lingua piuttosto che l’altra. Si sono spesi tanti soldi per fare due università a distanza di 10 Km perché erano divisi da due lingue diverse. Quello che nelle Filippine era una ricchezza di idiomi e etnie lì era un impedimento anche alla preghiera comune, divisi come sono tra Fiamminghi e Valloni. Negli anni trascorsi in Venezuela il Celam iniziava ad organizzarsi ed ho assistito a nuovi fermenti, a quella che si chiamò la “scelta preferenziale per i poveri”, dopo la conferenza di Medellin. Poi in Ruanda, in Burundi sempre belle esperienze con sfaccettature diverse. Poi sono rientrato a Roma ed ho potuto aggiornarmi sui passi avanti compiuti dalla Chiesa e voluti dal Concilio. Sono stati gli anni della fine del Pontificato di Paolo VI e l’inizio di quelli di Giovanni Paolo II. E poi sono andato ad Haiti dopo la caduta della dittatura e il rilancio della evangelizzazione e della promozione umana. Poi in Colombia in piena guerra di narco traffico ed ho incontrato una Chiesa che dopo le scelte politiche come quella di Camillo Torres era molto rasserenata dalle linee decise nella Conferenza di Medellin. In quegli anni diceva Giovanni Paolo II che la prima testimonianza da dare al mondo, non è che alcuni uomini di Chiesa occupino posti politici, ma quella della comunione che non perde l’attenzione all’evangelizzazione e alla persona umana. Poi due anni in Canada, troppo brevi per assaporare a fondo il cammino di quelle comunità così diverse tra loro. Anche in Italia dove sono giunto per ultimo ho trovato situazioni molto diverse. Quando chiesi al Papa come dovevo fare il Nunzio mi rispose: “Come lo hai fatto negli altri Paesi”. Anche in questi anni vi sono state una ventina di nuove nomine di Vescovi l’anno. Certo non mancano i problemi, ma con gli occhi della fede e la guida dello Spirito si possono vedere certe piccole realtà che altrimenti sfuggirebbero. Piccole realtà magari socialmente irrilevanti, ma questa è la dinamica del Signore. Lui ha scelto le cose insignificanti per confondere quelle significanti. Oggi Papa Francesco insiste tanto sulla Chiesa in uscita, che Giovanni XXII indicò chiedendo di aprire le porte come compito importante del Concilio. Oggi se il Papa non insiste, la gente adagia. Uscendo possono esserci inconvenienti e il Papa deve dire: non ti scandalizzare degli inconvenienti, la Chiesa è un ospedale da campo.

Lei ha conosciuto e convissuto con 6 Papi. Di quale conserva il ricordo più caro in termini di amicizia e di condivisione della presenza della Chiesa nel mondo?
Il denominatore comune di tutti i Papi che ho conosciuto è lo sforzo di evangelizzazione e di promozione umana, di promozione della dignità della persona. Giovanni XXIII un giorno visitando il quartiere Tiburtino si chiese il perché la Chiesa annunciasse il Vangelo in una lingua che non capiva, cioè il latino. Oggi parliamo di linguaggio con cui farsi capire, ma è la stessa cosa. Sono stato a Roma nell’Anno santo del 1950 ed ho visto Pio XII. Ricordo i suoi messaggi alla radio e come venivano ascoltati in ginocchio dovunque ci si trovasse. Il linguaggio muta con i diversi momenti. Ho conosciuto direttamente il suo successore Giovanni XXIII, con cui ho avuto modo anche di parlare. Entrai al Collegio Capranica nel 1959 e lui venne a farci visita. Poi Paolo VI iniziò a muoversi per il mondo e a parlare a tutti. Conservo ancora la foto scattata a seguito della visita fatta insieme alla mia famiglia naturale e della Chiesa locale, il giorno della mia partenza per le Filippine. (1 marzo 1967). Poi arrivò il sorriso di Giovanni Paolo I, che in 32 giorni cambiò lo stile della Chiesa, dalla sedia gestatoria, alla tiara, alla catechesi del mercoledì; lo si potrebbe definire il “Catechista del mondo”. L’ho conosciuto direttamente tre anni prima che diventasse Papa, perché gli feci da segretario in un viaggio fatto a Lourdes.  Senza di lui non avremmo avuto Giovanni Paolo II, che ha fatto il parroco del mondo andando dappertutto. Seguì la sintesi di tutto ciò nel magistero di Benedetto XVI.  Lui mi ha voluto Arcivescovo di Palermo e mi ha fatto cardinale. Da tempo regalo ai seminaristi che vengono ammessi agli ordini sacri l’opera omnia di Papa Ratzinger, perché non c’è testo migliore che raccolga il magistero sul sacerdozio. Adesso abbiamo un Papa che fa il parroco da Piazza San Pietro parlando al popolo col suo linguaggio. A lui mi lega un rapporto di grande affezione.

 

Ha poi incontrate anche grandi personalità della Chiesa italiana: i cardinali Camillo Ruini, Angelo Bagnasco, Giuseppe Betori, Pietro Parolin Gianfranco Ravasi, Angelo Scola, Angelo Sodano. Con chi ha avuto rapporti più stringenti e amicizia più cara?
Queste personalità si possono riunire in due livelli. Il primo è quello che nasce dal Ministero che ho svolto a servizio della Santa Sede. Parlo per primo di Angelo Sodano che per me è stato anche un grande maestro; siamo stati colleghi prima che venisse nominato Vescovo e Nunzio in Cile e poi è stato mio superiore diretto, perché quando è rientrato a Roma da Segretario di Stato io ho lavorato con lui, alle sue dipendenze e da lui ho imparato moltissimo. Prima di lui ci sono stati altri autorevoli Segretari di Sato: Casaroli, Silvestrini. Con il Cardinale Parolin, che è più giovane di me, c’è una grande stima consolidata nel tempo. Con gli altri il livello è pastorale. Ravasi era il Direttore della Biblioteca Ambrosiana; uomo di cultura che ho molto ammirato per la sua preparazione nelle Sacre scritture. Di Angelo Scola apprezzavo innanzitutto il suo impegno pastorale, in cui vedevo le radici cielline, uno stile di vita, di giudizio, di linguaggio, di sensibilità, con quel salto che gli aveva ben delineato don Giussani quando disse a lui e a CL: “Adesso tu sei Vescovo del mondo. Quindi non sei vescovo ciellino”. Quindi vedere come questo rinnovamento spirituale questo impegno apostolico come questa metodologia come queste priorità di attenzione e di linguaggio diventano patrimonio della Chiesa. Scola non era l’attore dei Meeting, né predicava i ritiri perché l’indicazione di Giussani fu quella che ho detto. E a questa indicazione tutto il Movimento si è allineato.

Quali sono i cambiamenti più significativi accaduti nella società e nel mondo di oggi? A suo avviso la Chiesa riesce a seguire questi cambiamenti, spesso così rapidi?
Purtroppo di gran parte dei cambiamenti avvenuti nella società e nel mondo noi non abbiamo una sufficiente conoscenza. Cosa si sa in Europa della vita delle popolazioni che vivono in Africa o in Cina o in altre parti del mondo? Quasi nulla, tranne che non accadano fatti clamorosi ed allora riusciamo a saperne un po’ di più. Ad esempio poco sappiamo dei cambiamenti sociali che avvengono in Cina, ma ben comprendiamo le conseguenze dell’invasione dei suoi prodotti sui nostri mercati. Per esempio in Cina sta avvenendo l’emigrazione di 500 milioni di persone dalle campagne alla città. Vero che è accaduto anche in Italia. Ma i grandi numeri della Cina rendono il fenomeno molto più importante. Ci forniscono le notizie, ma non abbiamo un’analisi esatta dei fenomeni. Tutto ciò vale anche per la società italiana. Siamo inondati da notizie che si susseguono, ma un’analisi adeguata non l’abbiamo. La pandemia potrebbe essere di aiuto se ci aiutasse nella educazione comune. Ma la pandemia è considerata come la fermata forzata di una corsa che si vuole riprendere come prima al più presto. Viene vissuta come rabbia, non come lezione di vita. La corsa ai vaccini sottende la pretesa di tornare a fare quello che voglio. Mentre nella realtà non è così.

E la Chiesa italiana?
Siamo in una turbolenza sociale dentro cui sta anche la Chiesa. La pandemia sta accelerando processi dentro la Chiesa che erano già presenti. Alla fine ci ritroveremo con le chiese vuote. Ma sono già vuote. Ma erano già vuote. Troveremo una Chiesa che si risveglia minoranza. Bisogna ripartire con l’evangelizzazione con i pochi che rimarranno e intensificare la loro vita.

Da quando è tornato ad Acireale si è spesso definito “vice parroco della cattedrale di Acireale”. Come è cambiata la sua vita da quel giorno?
Si, è vero mi sono autonominato “vice parroco della Cattedrale”, ma adesso la pandemia non mi consente di fare nemmeno il sagrista. Adesso non ho più la responsabilità, e di questo ringrazio il Signore, di dovere governare, di essere il primo responsabile, quindi sono rientrato nel mio presbiterio. Sono un presbitero della Diocesi di Acireale. Adesso il mio tempo è tutto a mia disposizione; lo dedico molto alla preghiera, che prima era molto affrettata. Medito durante il giorno più volte i testi liturgici e questo mi serve per la mia celebrazione quotidiana della Messa che faccio la sera. Poi in tempo di pandemia bisogna abituarsi ad usare le opportunità che la stessa offre. Ed ecco che dedico più tempo all’ascolto e al rapporto con tante persone, anche attraverso i gli Sms, il telefono e ove possibile in presenza. Per esempio molti parroci che prima erano totalmente assorbiti dal ministero adesso hanno più tempo e, se possono, vengono a parlarmi. Prima di ritirarmi ad Acireale era la clessidra degli impegni che dettava la mia giornata; adesso con l’intera giornata a mia disposizione posso dedicarne di più agli altri. Questo è il cambiamento più grade della nuova condizione di vita.

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