Pubblicato il: 14 Maggio 2020 alle 8:27 pm

Cronaca dal coronavirus di una famiglia guarita: è stata una grande prova i cui frutti vedremo negli anni futuri

di Francesco Inguanti

“Finalmente a casa”. Questo è quanto hanno esclamato Roberto e Valeria quando dopo quasi due mesi sono tornati a casa, “ma non dal viaggio di nozze, – precisano subito – ma da un viaggio per alcuni ospedali del circondario palermitano dopo essere stati contagiati dal coronavirus”.

La loro vicenda è finita sulla stampa per alcuni aspetti alquanto casuali e positivi accaduti. Per farceli raccontare abbiamo chiesto un collegamento attraverso web che hanno accettato di buon grado. Chiediamo di iniziare il racconto da quel fatidico per loro 21 marzo.

Inizia Roberto: “Quella mattina, dopo diversi giorni di tosse e febbre che a mia moglie non scendeva più neanche con la tachipirina, abbiamo deciso di andare da soli all’ospedale Cervello di Palermo. Lì è stato diagnosticato ad entrambi il Covid-19 e siamo subito stati ricoverati all’ospedale “Covid” di Partinico (non essendovi posti disponibili all’ospedale Cervello), poiché affetti da polmonite interstiziale bilaterale. Avevamo bisogno infatti di essere sottoposti alle terapie previste per il Coronavirus”.

Cosa avete provato in quel momento?

Prosegue Roberto: “Dobbiamo essere sinceri, abbiamo avuto la sensazione che ci crollasse il mondo addosso. Abbiamo avvertito un senso di paura e smarrimento. Dopo la telefonata alla mamma in lacrime, ho chiamato Filippo, un amico della comunità del Rinnovamento nella Spirito di cui facciamo parte, per trovare conforto. L’abbiamo trovato nella preghiera”.

E cosa vi ha detto?

Interviene Valeria: “Una cosa molto semplice, una frase ripetuta più volte, ma che in quel momento ci è sembrata terribilmente dura e concreta: ‘Il Signore vi prova come si prova l’oro e l’argento. Certamente è una prova dura, cui non eravate preparati. Anche da questa farà scaturire del bene che per ora non potete vedere. Ma siccome Lui non vi abbandona, abbandonatevi in Lui’. Ripeto è un concetto detto più volte, magari ad altri che però in quel momento ci riguardava personalmente”.

Quindi siete stati ricoverati all’Ospedale di Partinico. Che esperienza ne avete tratto?

Roberta riprende la narrazione: “L’altra cosa che ci ha sconvolto è stata l’immediatezza del ricovero. Non ci hanno concesso di tornare a casa nemmeno per prendere pigiama e spazzolino da denti. In poco più di due ore siamo stati catapultati in un contesto che avevamo visto solo in televisione. Letti, ricoverati, infermieri e dottori bardati di tutto punto e soprattutto isolamento. Ma personale qualificato e molto attento ai pazienti. Unico contatto con l’esterno il telefonino. I primi giorni sono stati veramente terribili”.

E come ne siete venuti a capo?

“La provvidenza – Roberto riprende la narrazione – ha deciso di rendersi presente a noi e non solo a noi attraverso persone che non conoscevamo e alle quali siamo infinitamente grate. È partita una catena di solidarietà difficilmente immaginabile. Mia sorella ha parlato di noi e di ciò di cui avevamo di bisogno ad un amico, il quale ha telefonato ad un sacerdote della diocesi di Monreale, il quale a sua volta ha parlato con un sacerdote di Partinico, che era anche cappellano dell’Ospedale. In mezza giornata si è concretizzato un piccolo miracolo”.

Che tipo di miracolo?

La parola torna a Valeria: “Don Vito, questo il nome del cappellano, ci ha raggiunti per telefono, non poteva certo venire a trovarci e ci ha chiesto un elenco delle cose di cui avevamo di bisogno. Solo dopo ci ha detto che anche lui si è trovato in difficoltà. Di fronte ai negozi chiusi, agli impedimenti alla comunicazione ha deciso di parlarne con i parrocchiani. Ed ecco il miracolo: in un paio d’ore sono stati raccolti nelle loro famiglie una quantità di indumenti sufficienti per tutti i ricoverati. Una sorta di moltiplicazione dei pani in versione moderna di cui per primo don Vito è rimasto commosso. Ed in effetti molti di quei capi di vestiario sono rimasti in ospedale per i successivi casi di necessità”.

Come avete trascorso quei dieci giorni in Ospedale? Com’è la vita in un reparto di coronavirus?

Tocca nuovamente a Roberto: “Non nascondiamocelo, è molto faticosa, perché bisogna combattere contro la paura che qualche volta si fa incontro anche con la morte. Due giorni dopo di noi è stata ricoverata nella nostra stanza anche una mia collega in condizioni più gravi delle nostre, con evidenti problemi di respirazione. Così alle nostre preghiere si sono aggiunte quelle per lei. Una notte si è aggravata e così ci siamo ritrovati alle 3 di notte a pregare insieme recitando il Rosario. Poi tre giorni dopo è stata trasferita d’urgenza in terapia intensiva ed intubata, abbiamo pregato intensamente per lei e fatto pregare tanti fratelli e sorelle: dopo dieci giorni è riuscita a superare il momento più critico ed è stata estubata, grazie a Dio”.

Gli chiediamo di proseguire nel racconto degli incontri avuti.

“Nella nostra stanza – è ancora Valeria che parla – sono stati ricoverati anche altri pazienti con cui è nata una profonda amicizia che prosegue anche ora. Spesso abbiamo pregato insieme e speriamo di incontrarci al più presto. Chissà che anche da quest storie non escano frutti positivi per la vita di tutti. Un altro motivo di fiducia è stato l’aver scoperto la comune conoscenza di padre Matteo La Grua, che ci si è fatto presente con alcune registrazioni inviate alla collega di mio marito e che sono state un valido ausilio alla nostra preghiera”.

Sul più bello si pone davanti la telecamera un gattino. Roberto e Valeria si fermano. Si capisce subito che i tre si vogliono un gran bene.

Valeria interrompe il racconto e spiega: “Anche questa gatta, che si chiama Thelma, è un segno di un piccolo miracolo. Noi non abbiamo figli ed abbiamo a casa questa gatta a cui siamo molto affezionati. I primi due giorni di ricovero, oltre alla preoccupazione per la malattia, siamo stati tanto preoccupati per lei rimasta sola in casa nella quale nessuno dei nostri familiari, per timore della contaminazione dell’ambiente, voleva entrare. La gatta non aveva cibo e acqua a sufficienza per resistere molti giorni, eravamo davvero angosciati; non trovavamo nessuno che volesse prendersene cura. Ma l’intervento del Signore non si è fatto attendere: il terzo giorno proprio in momento di grande tristezza per la situazione della gatta, mi ha telefonato una mia collega che, spontaneamente si è offerta per prendersi cura di lei. Recuperate le chiavi di casa, per tutto il tempo del ricovero e anche durante l’isolamento in albergo, se ne è occupata lei. Per noi è stata un angelo”.

Chiediamo di riprendere il filo della descrizione.

“Il 31 marzo, finalmente, – continua Valeria – siamo stati dichiarati entrambi clinicamente guariti ma la vicenda non si è conclusa lì. Poiché ancora positivi al coronavirus anche se senza più sintomi evidenti, siamo stati trasferiti all’Hotel San Paolo Palace di Palermo, nel frattempo allestito per ricevere i soggetti positivi al Covid, dove abbiamo trascorso un periodo di isolamento. A questo punto siamo stati separati, ciascuno nella propria camera, con divieto assoluto di uscire e di incontrarci. Anche questa è stata una prova faticosa che è durata ben 30 giorni. Io sono avvocata e sono riuscita con il tablet a riprendere a lavorare, mentre Roberto ha continuato l’isolamento nella preghiera, soprattutto per la sua collega ancora in ospedale, nella lettura e nelle telefonate”.

A Roberto il compito di concludere il racconto.

“Finalmente, il 28 aprile, con due tamponi negativi, sono tornato a casa; mentre Valeria è tornata il 30 aprile, esattamente 40 giorni dopo il ricovero.”

L’ultima domanda è per entrambi.

Cosa vi portate dietro da questa esperienza?

Valeria: “Molto, ma molto di più lo capiremo in seguito. C’è innanzitutto il ricordo dei tanti positivi incontri avuti in un contesto che appariva ed è assolutamente ostico e quasi inospitale. Innanzitutto con don Vito, che andremo a trovare quanto prima. Poi con il personale medico e paramedico dell’ospedale. Sotto le mascherine, le tute, le visiere c’è un cuore che batte come il nostro il quale in questi mesi ha faticato certamente più del nostro. I loro racconti delle persone morte tra le loro braccia, mi fanno rabbrividire ancora oggi. E per ultimo l’accoglienza della Diocesi che si è espressa in tanti piccoli gesti e in una sensibilità a tutto il problema di cui anche noi abbiamo goduto”

Roberto: “Io conservo le testimonianze ricevute: Un giorno una mia collega di lavoro mi ha scritto questo messaggio: ‘Mamma mia… io non sono molto credente ma penso di non aver mai pregato come in questi giorni’. Ed un altro mio collega, un altro giorno mi ha detto: ‘Andrà tutto per il meglio con la grazia del Signore’ lasciandomi senza parole perché non lo conoscevo come una persona di particolare fede. Concludo da dove siamo partiti: è stata una grande prova i cui frutti vedremo negli anni futuri. Ci è stato detto il primo giorno che il Signore non ci abbandona. È vero basta saperlo vedere, ma non dove lo cerchiamo, ma dove Lui decide di farsi incontrare. In queste settimane abbiamo celebrato i 14 anni del nostro matrimonio. Anche questo è un miracolo di cui rendere grazie”.

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