Impreparati dentro la vita: incontro con Daniele Mencarelli

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Con il suo ultimo romanzo Sempre tornare, Mondadori, Daniele Mencarelli conclude la trilogia iniziata con La casa degli sguardi e proseguita con Tutto chiede salvezza. In un incontro svoltosi all’Istituto Salesiano Don Bosco Ranchibile e organizzato dal Centro Culturale “Il Sentiero” si è confrontato in un appassionato dibattito con docenti e studenti.

di Carola D’Andrea

Tutto o Niente. È questa la battaglia dentro cui conduce Daniele Mencarelli con la sua trilogia di romanzi.

L’autore non fa sconti al lettore perché, prima di tutto, non fa sconti a sé stesso, così come richiede e rivela quella relazione con la parola propria di chi le affida il faticoso compito di attraversare quei luoghi in cui, anche essa, sembra perdere la possibilità di esistere.

Dopo Tutto chiede salvezza, vincitore del Premio Strega Giovani 2020, Mencarelli nel suo ultimo romanzo Sempre tornare indaga quel periodo della vita in cui ci si inizia a chiedere quale sia il proprio posto nel mondo, a cercarlo, a desiderarlo così come fa il diciassettenne Daniele, che sente dentro alla bellezza una promessa, ma anche la paura della fine. Trafitto dagli interrogativi, dal vuoto e dal desiderio che incendia e a volte brucia, decide di mettersi in cammino perché vuole una risposta: «Io sono qui perché devo capire» (Sempre tornare, p. 9). Eppure, intrecciando il tempo, i volti e le parole, si renderà conto che davanti alla realtà l’unica risposta in grado di reggere è quella suggeritagli, dopo tanti anni, dai gesti della suora de La casa degli sguardi: «Non serve capire, comprendere. Serve accogliere l’umano con tutta la forza che ci è concessa» (p. 188).

Durante l’incontro, l’autore ha ricondotto tale aspetto anche e soprattutto a quelle relazioni affettive in cui stare davanti all’altro sembra sottolineare una dismisura che spaventa e che può essere abbracciata solo accogliendo la propria “impreparazione”, l’impossibilità di essere perfetti, preparati all’evento della vita o dell’amore.

Nei suoi romanzi Mencarelli, d’altronde, si spoglia di ogni costruzione e difesa, mettendo in crisi quell’ansia, oggi particolarmente diffusa, di mostrarsi vulnerabili e feriti, segnati dal mistero dell’umano, che, ricorda l’autore, può essere interrogato solo attraverso una parola che sappia guardare e accogliere la realtà con occhi innamorati, quegli occhi che sanno vedere, seppure per un istante, «la mano che ha piantato gli alberi» (Sempre tornare, p. 43). Tale parola, secondo Mencarelli, è quella abitata dalla preghiera e dalla poesia, voci intrecciate e a volte non distinguibili nella narrazione: «Ma io prego. Con parole mie. Quando quello che vedo è troppo bello, o brutto, mi nascono parole nella bocca. È la realtà a chiedermelo […] le parole e la realtà hanno qualcosa in comune, come un filo rosso, come se le attraversasse lo stesso sangue» (Sempre tornare, p. 61).

La poesia, ricorda ancora nel dialogo con i presenti, è stata quella terra in cui il grido dell’adolescente, del giovane e poi adulto Daniele, ha trovato eco e fioritura, è stata ed è luogo dell’esilio, ma anche dell’incontro, luogo in cui la condivisione e l’offerta di ciò che appare buio e vuoto può divenire, proprio in quel gesto, luce e pienezza.

L’incontro, nel susseguirsi di domande e confronti, si è dato allora come una possibilità, quella di stare dentro la realtà e dentro sé stessi nella verità del proprio nome e grido, di aderire alla propria natura accettando di essere, davanti al mistero di sé e dell’altro, eternamente impreparati.

 

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