Ciò che non muore mai, la testimonianza di Takashi Paolo Nagai

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di Francesco Inguanti

Il prossimo 9 agosto ricorderemo il 78° anniversario dello sgancio della seconda bomba atomica sul Giappone, quella che colpì la città di Nagasaki. Nei mesi successivi all’evento si diffuse la convinzione che dopo quello scoppio sarebbe scoppiata la pace in tutto il mondo. La presunzione di quella affermazione fondata tutta sulla volontà umana si mostrò subito e si mostra fino ai nostri giorni in tutta la sua fragilità.

La pubblicazione di un recente libro e la riscoperta di un importante e significativo protagonista di quegli avvenimenti aiuta a giudicare meglio quel fatto e a indicare qualche prospettiva più realistica anche per l’oggi.

Ci riferiamo al libro di Takashi Paolo Nagai “Ciò che non muore mai. Il cammino di un uomo”, San Paolo, 2023, scritto da un medico giapponese convertito al cristianesimo, sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki e ora sulla via della beatificazione.

Il romanzo, scritto in terza persona, quindi con pseudonimi, narra la vicenda umana, professionale e religiosa di questo giapponese nato nel 1908 e sopravvissuto all’atomica di Nagasaki dove viveva, e dove perse la vita anche sua moglie Marina Midori.

Il protagonista ha sempre cercato nella sua vita, quello che dà titolo al libro: “Ciò che non muore mai”. E ciò che non muore mai è il senso di ogni avvenimento, nel quale egli cerca sempre il significato ultimo e più profondo.

La sua strada spirituale comincia a 22 anni, quando muore la madre nel 1930. Per lui educato allo Scintoismo quindi non c’è vita nell’aldilà, ma negli occhi della madre morente capisce per la prima volta che c’è qualcosa che non finisce con la morte. Lui era già uno medico e un futuro scienziato ed il Giappone già allora si era aperto alla scienza europea: di conseguenza era diventato ateo. Nagai vive tutti i fattori della sua vita come strumento di conoscenza per raggiungere quello “che non muore mai”: studia medicina, diventa improvvisamente sordo, e quindi decide di fare il radiologo; in conseguenza si ammala di leucemia e scopre che avrà solo tre anni di vita. Si innamora di Marina Midori, la donna che lo porterà alla conversione. Poi dovrà partire per la guerra contro la Cina. Una vita intesa, ricca di tanti avvenimenti, dedita alla ricerca scientifica e alla cura dei malati, in cui c’è sempre il desiderio di trovare ciò che non muore mai. In apparenza tutti i fatti sembrano tanti tronconi, come la vita che tutti noi conduciamo anche oggi. Sembra un insieme di particolari. Ma lui non cede all’idea che questi particolari non contino niente. Cerca in questi particolari qualcosa che vada al di là, appunto che non muore mai.

Ma ciò che più di tutto sorprende in questa vicenda è la prospettiva che si è aperta di recente con la possibile apertura della sua causa di beatificazione.

Per saperne di più abbiamo posto alcune domande a Massimo Morelli, nella sua qualità di componente della associazione “Amici di Takashi e Midori Nagai”, di cui consigliamo la visione del sito https://www.amicinagai.com/

Innanzitutto cos’è questa associazione e perché è nata?

Sono un regista televisivo della Rai, attualmente in pensione. Un mio amico mi ha chiesto di ritrovare nell’archivio della Rai un vecchio film del 1952 che si intitola: “Le campane di Nagasaki” Questo film la Rai l’aveva comprato e mai trasmesso. È il film sulla vita di Nagai girato con Nagai ancora vivente. Questo è il fatto che mi ha provocato l’interesse per questo personaggio.

E l’Associazione?

È un’associazione privata di fedeli cattolici, riconosciuta dalla diocesi di Nagasaki, costituita a Roma il 23 marzo 2021 da amici che hanno conosciuto la storia e la fede dei coniugi Nagai e ne sono stati profondamente segnati. Il suo scopo è diffondere la testimonianza di questa coppia di sposi e promuovere la loro causa di beatificazione.

Quale è la sua storia e quali attività svolge?

Molto è iniziato al Meeting di Rimini del 2019 dove con alcuni amici abbiamo prodotto una mostra sulla figura di Nagai che ha avuto un successo ben oltre le nostre previsioni. Poi ci siamo interrogati per verificare se nella storia di marito e moglie ci fossero elementi di santità. Nel marzo 2021 è nato il Comitato, e nell’ottobre del 2021 abbiamo fatto richiesta di apertura delle due cause di beatificazione, e canonizzazione in solido, e quindi alla istituzione della fase diocesana del processo.

E dopo?

Abbiamo cominciato a tradurre i libri di Nagai. Il Primo è “Pensieri dal Nyokodo”, che è la capanna dove Nagai è andato a vivere dopo la morte della moglie ed essere sopravvissuto alla bomba atomica. E adesso abbiamo tradotto “Ciò che non muore mai”.

Perché la sua conversione ha destato in voi tanto interesse?

Essa nasce dalla sua professione e passione scientifica per tutto ciò che lo circonda. Nasce dal desiderio di rispondere alle domande fondamentali di ogni uomo, quelle racchiuse nel senso religioso che ciascuno di noi porta nel cuore. Dopo la morte della madre scopre Pascal, rimane colpito dalla affermazione che dice che l’ultimo passo della ragione è riconoscere che ci sono tante cose che la superano. Fino a quel momento per lui la scienza conduceva solo all’esistenza della materia e basta. Poi incontra una famiglia di cristiani di Urakami, cioè del luogo in cui vivono i cristiani a Nagasaki, che sono discendenti dei cristiani nascosti che per 250 anni hanno vissuto nelle persecuzioni in Giappone. Lì incontra e vede come vivono e si incuriosisce della loro vita. Quindi si trasferisce a Urakami e va a vivere in una famiglia di cristiani per capire le ragioni della loro esistenza. Cioè usa per la fede lo stesso metodo che usa per la scienza, cioè lo stesso metodo “sperimentale”, quello di andare a vedere le cose come stanno, perché il metodo è imposto dall’oggetto.

Che cosa dice la figura di Nagai alla società e alla Chiesa di oggi?

Parto da un dato numerico: la mostra su Nagai al Meeting è stata vista da 15.000 persone, un record. La mostra sta ancora circolando in Italia e molti sono diventati soci del Comitato che abbiamo costituito. Siamo stati sostenuti e incoraggiati dai giudizi espressi dal Cardinale Angelo Scola e da Padre Angelo Lepori nell’introduzione al libro. Il prossimo libro  che uscirà in occasione del Meeting di Rimini, sarà sull’educazione e si intitola “Lasciando questi ragazzi”.

E che c’entra l’educazione?

Nagai sapendo che doveva morire e lasciare i suoi ragazzi si è preoccupato della loro educazione, lasciando delle pagine bellissime che presto potranno essere conosciute da tutti. Infatti era convinto che ciò che permette ad una esperienza di permanere nel tempo è il suo spessore educativo.

Quale interesse sta provocando per voi dell’associazione Nagai in questo momento?

Cito solo due fatti recenti. Abbiamo incontrato due professori americani che ci hanno aperto nuove prospettive. Il primo Chad Diehl dell’Università della Virginia ha scoperto con i suoi studi che la città di Nagasaki è stata ricostruita più velocemente e meglio di Hiroshima a causa del contributo offerto dalla comunità cattolica. Ha scoperto che Nagai è stato quello che ha fatto ricostruire di più nella città. E tutto ciò è suffragato da incontestabili dati storici.

E il secondo?

Il secondo è il dottor James L. Nolan, dell’Università di Harvard, che ha scritto il libro che si intitola “Atomic doctors”, il quale è il nipote del radiologo che portò la bomba atomica dagli Stati Uniti sulla nave Indianapolis agli atolli del Pacifico per essere poi sganciata su Nagasaki. Proprio lui scoprì che il nonno aveva conservato in un cassetto la documentazione sulla bomba di Nagasaki che non aveva mai potuto tirare fuori per ragioni di sicurezza militare. Questi incontri dimostrano che Nagai opera ancora a settant’anni della sua morte ed in modo del tutto imprevisto da noi che ne vogliamo tener vivo il ricordo. Ed opera anche in luoghi distanti dallo stesso Giappone. Gli americani infatti solo ora stanno cominciando a studiare questa vicenda.

Quale è l’interesse a fare di Nagai un santo?

La possibilità che Nagai sia riconosciuto santo sarà una occasione perché il Giappone ripensi a che cosa è la Chiesa. Infatti in Giappone i martiri cristiani sono stati interpretati come non veramente patriottici, mentre Nagai è stato veramente un patriota. È stato riconosciuto eroe di guerra, è stato nominato eroe della ricostruzione di Nagasaki, l’Imperatore è andato a trovarlo, tantissimi artisti lo hanno voluto conoscere personalmente, e addirittura nel 1951, come ho detto all’inizio, hanno fatto un film su di lui, vivente. Fino al 1952-53 Nagai era considerato un eroe nazionale.

E poi perché se ne è persa la memoria?

Poi sono intervenuti diversi fattori che sono anche propri della mentalità giapponese. Il popolo giapponese non era mai stato sconfitto fino alla seconda guerra mondiale. Nagai, destando molto scandalo, diceva che questo è un bene perché attraverso il sacrificio della comunità di Urakami a seguito della caduta della bomba la pace è arrivata in tutto il mondo, cioè è finita la guerra. Questa cosa per un giapponese è difficile da accettare.  La comunità cattolica ha sentito un po’ questa pressione, fatta sia dal popolo giapponese che dagli americani che non hanno mai più voluto parlare della bomba atomica, perché avevano un senso di vergogna di ciò che avevano fatto e dell’immane tragedia che avevano provocato.

Come mai l’interesse per quest’uomo è rinato dopo 70 anni dalla morte?

Per noi dell’Associazione è nato durante la pandemia, momento storico in cui Nagai ci ha aiutato a capire che cosa poteva essere una epidemia che colpisce il mondo intero e il rapporto con il disastro provocato dall’atomica. Lui ha vissuto il deserto atomico e la distruzione della sua vita e ci ha insegnato come vivere in quella condizione. La santità di Nagai ci è venuta incontro nel nostro presente, ha illuminato il nostro oggi. Non è una figura che ci è venuta dal passato, ma ci colpisce nel presente e ci aiuta nell’oggi.

Ma anche sulla guerra e sull’atomica la posizione di Nagai è stata molto controversa. Perché?

Nagai aveva perdonato gli americani, cosa difficilissima per i giapponesi, perché diceva che gli USA non volevano sganciare la bomba sulla comunità cristiana di Urakami, ma che era stato Dio che aveva deviato la bomba. Infatti quel giorno c’era foschia e la bomba è caduta più avanti rispetto all’obiettivo previsto e cioè è finita sulla comunità cattolica. Ciò che disturba è che Nagai ritenga che Dio abbia scelto i cattolici di Nagasaki come agnello sacrificale per redimere tutti e questo i giapponesi non lo capiscono. E poi perché ha questa visione di prospettiva grande di ripresa e di pacificazione per il bene di tutti, mentre il Giappone vorrebbe il pentimento degli Americani. Vorrebbe un altro tipo di approccio.

E in conclusione, perché leggere questo libro?

Il libro offre un giudizio nuovo dentro ad una situazione drammatica, legato alla figura di Nagai, di sua moglie, che ha avuto un peso determinante nella sua conversione e alla guerra e al dopo guerra. Ci mette di fronte ad una persona che in un altro contesto ed in un altro periodo ripercorre quello che accade anche a noi. Aggiungo un ultimo dato. Nagai era uno tutto preso dal suo lavoro, ammette dopo la sua morte di avere trascurato anche la moglie. Dopo la guerra, quasi immobile su un letto, attraverso i suoi scritti è divenuto ricco e ha dato tutti i suoi beni per la ricostruzione di Nagasaki.

E quindi?

Al di là della conclusione del processo di beatificazione, Nagai è un uomo di oggi, che oggi può dirci come affrontare la vita, le sfide che la società ci pone e la concreta esperienza della fede in grado di dare ragione a tutti i drammi umani, compreso quello della guerra e della minaccia atomica.

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