Maria Butera: grata a Dio e alla Chiesa per i miei 40 anni di insegnamento

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Di Francesco Inguanti

In coincidenza con la chiusura di quest’anno scolastico la professoressa Maria Butera, ha concluso la sua oltre quarantennale attività di docente di religione quasi tutta trascorsa al Liceo Umberto I di Palermo. Le abbiamo chiesto di fare un bilancio di questi anni.

Professoressa, insegnanti si nasce o si diventa. E lei aveva qualche sogno nel cassetto prima di iniziare ad insegnare?

Già da ragazzina dicevo che avrei voluto fare l’insegnante. Però desideravo insegnare storia e filosofia. Infatti, finito il liceo, proprio all’Umberto I, mi sono iscritta in quella facoltà presso l’Università di Palermo. In quegli anni frequentavo assiduamente le Comunità di Vita Cristiana dei padri Gesuiti e lì l’assistente dell’epoca, padre Giovanni Ajello, insistette in maniera pressante perché mi iscrivessi alla Facoltà teologica. Cercai di resistere, ma inutilmente e così al quarto anno di filosofia, essendo ormai in procinto di laurearmi, accettai di iscrivermi in teologia perché in quel periodo si poteva frequentare contemporaneamente l’Università statale e la Facoltà teologica.

E come iniziò l’insegnamento di religione?

Subito dopo la laurea a settembre del 1980 mi proposero di insegnare religione per sei ore settimanali all’Istituto Sant’Anna. Accettai, anche perché volevo cominciare a rendermi economicamente autonoma dalla famiglia, ed a gennaio dell’anno successivo accettai una supplenza all’Istituto per ragionieri Pietro Calamandreii. L’anno dopo mi fu proposto l’incarico al Liceo Umberto I; in breve tempo capii che era quella la strada che il Signore mi chiedeva di percorrere. Da quel momento in poi sono trascorsi quarant’anni. Posso dire, quindi, che la decisione di insegnare religione, almeno inizialmente, non è stata presa da me.

Parliamo adesso della scuola, della scuola di quegli anni. Com’era? Che problemi aveva?

La scuola degli anni ’80, come altre volte poi si è ripetuto purtroppo fino ad ora, aveva dei cicli di grande contestazione, frutto dell’attacco alle riforme che sono state proposte via via nel tempo dai Ministri che si sono succeduti. Ricordo in tal senso che molto impegno era preso dal fronteggiare queste manifestazioni di protesta che via via si presentavano. Talvolta erano particolarmente dure, fino a momenti in cui gli studenti non facevano entrare noi professori a scuola.

E come ricorda i ragazzi di quegli anni?

Ciò che mi dispiaceva di più era vedere tanti ragazzi, fondamentalmente buoni, alla ricerca di un senso per la propria vita che non riuscivano a canalizzare queste energie in senso positivo. In apparenza apparivano scostanti o impermeabili a causa del contesto in cui vivevano. Ma in realtà bastava sempre molto poco per entrare nel loro vissuto, nelle loro situazioni interiore, e scoprire così una grande ricchezza, tutta volta alla ricerca di un senso profondo della vita. L’arco temporale dell’età in cui frequentano il liceo va dai 13-14 anni fino ai 18-19. È una fase importante e decisiva per la loro vita. In definitiva posso dire che è stata una avventura splendida perché quel poco che ho dato è ritornato sempre in maniera amplificata; trovavo sempre i ragazzi disponibili ad ascoltare la proposta che io facevo.

Ma lei insegnava Religione Cattolica. Che caratteristiche aveva il suo insegnamento?

Insegnando in una scuola statale dovevo presentare la religione cattolica come una proposta culturale all’interno dell’ordinamento della scuola italiana. Ho avuto nel corso degli anni grandissimi ritorni raramente nella forma di una adesione chiara alla fede o alla comunità ecclesiale, ma come un interessamento a valori diversi da quelli che vengono propinati in maniera continua attraverso la pubblicità, i libri, social, ecc.

Ci parli allora del rapporto con i colleghi. Com’erano in quegli anni?

Al liceo Umberto c’è stato sempre un corpo docente estremamente motivato, costituito da molti ex alunni, che tornano anche ora in quelle aule con grande desiderio di ridare quello che hanno ricevuto da studenti. Vista la solida preparazione che viene generalmente offerta dai professori, non è inusuale che molti alunni abbiano ricoperto e rivestano anche attualmente ruoli professionali di grande importanza in città ma anche fuori Palermo, in tutti i settori del mondo del lavoro e della cultura.

 C’è una caratteristica che distingue l’Umberto dagli altri istituti cittadini?

La caratteristica dell’Umberto è stata il mantenimento della tradizione degli studi classici nel senso più bello del termine. Però all’interno di questo si sono inserite delle innovazioni per stare al passo coi tempi: ad esempio all’Umberto cominciò molto presto una sperimentazione che in alcuni corsi consentiva lo studio della lingua straniera per 5 anni, mentre nel liceo classico voluto da Giovanni Gentile, tale insegnamento era previsto solo al biennio. E poi c’è sempre stata una notevole adesione agli scambi culturali. Apertura al nuovo quindi, ma senza scardinare l’impalcatura portante degli studi classici, dove rimangono materie caratterizzanti il latino ed il greco.

Com’era vissuto e percepito l’insegnamento della religione cattolica?

L’anno di svolta fu il 1984 quando fu firmata la revisione del Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa. Il dibattito negli anni precedenti al raggiungimento dell’accordo fu molto acceso, perché c’era una parte della politica che voleva eliminare l’insegnamento della religione cattolica, trasformandola, come massima concessione, in storia delle religioni. Alla fine la Conferenza Episcopale Italiana riuscì a mantenere l’insegnamento della Religione Cattolica, ma dovette cedere sulla sua obbligatorietà. Da allora, all’inizio di ogni ciclo scolastico, il genitore deve dichiarare se vuole o non vuole che il figlio si avvalga o meno dell’insegnamento di religione. Nella scuola secondaria di secondo grado, a prescindere dall’età, è l’alunno a decidere; inoltre all’atto dell’iscrizione all’anno successivo, si può modificare l’opzione precedentemente espressa. Dal punto di vista normativo è quindi un insegnamento fragilissimo. La differenza la fa l’insegnante, da come lui vive questa esperienza. Di solito alla serietà dell’insegnante corrisponde una altrettanta serietà dello studente. Devo precisare che nel corso degli anni ho avuto sempre un numero bassissimo di “non avvalentesi” dell’insegnamento della religione cattolica.

E rapporto con i colleghi di religione com’era?

All’Umberto siamo stati ogni anno almeno tre insegnanti religione, qualche sacerdote, una suora, altri laici. Nel corso degli anni abbiamo portato avanti insieme molte iniziative, soprattutto in orario extra scolastico, come visite guidate, visioni di film o altri spettacoli, ecc. Tra gli ultimi eventi più belli ricordo l’invito rivolto alla professoressa Luisa Amenta che insegna linguistica italiana all’Università di Palermo per parlare dell’esperienza della Scuola di Barbiana, dopo che insieme ai ragazzi avevamo approfondito la figura di don Lorenzo Milani.

Che peso ha avuto la figura di don Milani nella sua esperienza educativa?

Il sacerdote toscano, è stato per me un modello pedagogico, soprattutto in ordine allo studio trasmesso non come obbligo, ma come piacere di conoscere, di sapere. Ho sempre tenuto presente nel mio cuore di insegnante il suo programma di educatore, la frase che egli fece scrivere sulla porta della stanza dove faceva lezione: ”I care”, ”mi interessa”.

E come veicolava la proposta cristiana? Come erano vissute le festività di Natale e Pasqua?

Poiché dall’entrata in vigore del nuovo Concordato, non si sono più potute fare celebrazioni liturgiche durante le ore di lezione, le iniziative pasquali o natalizie le abbiamo proposte fuori dalla scuola. Personalmente ho sempre invitato i ragazzi a partecipare ai momenti aggregativi di carattere religioso ed educativo in orario pomeridiano; ho anche preparato molti alunni a ricevere la Cresima, ma sempre incontrandoli in orario extrascolastico. Ho inoltre proposto agli alunni più volte attività di assistenza e di carità in luoghi di particolare indigenza materiale e culturale. Vi è però un fatto abbastanza recente di cui vorrei parlare.

 Prego.

Mi riferisco all’incontro del nostro Vescovo Corrado Lorefice con un nutrito gruppo di studenti fatto in orario scolastico dopo la pubblicazione della Lettera Pastorale del 2017, “Scrivo a voi padri, scrivo a voi giovani”. Mons. Lorefice, come riesce a fare sempre, anche in quella occasione è entrato subito in sintonia con l’uditorio, ha veicolato molti contenuti di grande pregnanza culturale, ma toccando anche in profondità le corde del cuore dei giovani. È stato un incontro molto bello e la seconda parte di esso, su richiesta precisa dell’Arcivescovo, è stata intessuta di domande assolutamente libere. Il Vescovo ha risposto con altrettanta libertà e nella verità lasciando indubbiamente un segno nei presenti e in tutta la scuola. Tante volte infatti, durante le ore di lezione successive all’incontro, i ragazzi mi citavano frasi e contenuti espressi dal Vescovo nell’aula magna del liceo Umberto.

Saltiamo 40 anni e parliamo della scuola di oggi. Com’è? Come è cambiata?

C’è stata nel tempo a livello nazionale l’eliminazione progressiva di momenti di verifica sui livelli di acquisizione dei contenuti culturali da parte dei ragazzi. Sono stati eliminati vari esami nel passaggio, da un ciclo di studi all’altro, con varie motivazioni; si è resa normativamente molto poco impegnativa la prova di settembre per gli alunni con carenze in varie materie. Questo tipo di facilitazione non aiuta gli studenti, né a livello culturale, né a livello formativo. Il liceo Umberto, pur muovendosi ovviamente all’interno di questo quadro nazionale ha continuato a cercare di mettere in atto tutte le strategie possibili per mantenere alto il livello della “nostra “offerta formativa.

Qual è l’elemento più nuovo?

Il mutato rapporto tra genitori e docenti.  Facendo una analisi a livello nazionale mi accorgo che i genitori non accettano più il giudizio della scuola sui loro figli. Prima erano i nostri migliori alleati; ora, certamente non tutti, sono i nostri più agguerriti nemici, perché pretendono che la loro valutazione, prevalga su quello degli insegnati. C’è poi da tener conto che anche la scuola, come la società, è più esposta alla “concorrenza” di tante altre proposte. Non tutte sono utili all’esperienza educativa, talvolta sono solo una distrazione, ma alcune addirittura hanno un influsso veramente negativo che altera gli stili di vita dei ragazzi ed anche il corretto svolgimento del percorso didattico.

Adesso siamo al momento dei ricordi. Quali?

Lascio la scuola con le facce dei ragazzi viste prevalentemente attraverso il computer a causa del Covid. Facce tristi, spente, in solitudine, La pandemia ha acuito le situazioni di fragilità psicologiche, sono aumentati i disturbi del comportamento, ma anche coloro che non hanno raggiunto livelli di malessere patologico, spesso hanno perso la spensieratezza di prima. Il tempo del distanziamento, dell’isolamento forzato è stato troppo lungo per non incidere negativamente. L‘ esigenza profonda di volere stare anche fisicamente con gli altri rimane sempre uguale tale privazione ha creato problemi, a volte, anche seri. Osservo che è cambiata la struttura psicologica degli adolescenti e dei giovani. Vedo spesso, troppo spesso, ragazzi diventati fragili, spaventati di tutto. In molti casa la fragilità anche delle loro famiglie aggrava le loro insicurezze. Molti di loro non hanno interesse per la politica, per i problemi sociali, per il volontariato e questo certamente non li aiuta. Leggo questa chiusura non come una forma di egoismo, ma come espressione di fragilità. I giovani hanno il desiderio di volare, ma prevale in essi la paura del volo. L’esempio è la loro difficoltà a compiere qualsiasi scelta impegnativa per paura di commettere errori, per paura di ciò che può diventare definitivo.

Quindi prevale in lei il pessimismo?

Assolutamente no, piuttosto la tristezza del momento presente. A fronte di questi ultimi due anni ce ne sono stati 39 totalmente belli ed esaltanti, che certamente mi mancheranno. Ho lasciato la scuola, ma non la vita. Proseguirò il mio impegno ecclesiale, culturale ed educativo in altre forme. Ho vissuto con i giovani gli anni più belli della mia vita e spero vivamente di poter continuare a fare qualcosa per loro, anche se lontana da campane che suonano e registri da compilare. Esprimo infine la mia gratitudine profonda a Dio ed alla Chiesa di Palermo che mi hanno consentito di vivere un’esperienza di servizio così lunga ed altrettanto esaltante.

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