Rosario Angelo Livatino. Dal “martirio a secco” al martirio di sangue

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di Francesco Inguanti

La beatificazione di Rosario Angelo Livatino del prossimo 9 maggio 2021 ha indotto la casa editrice Morcelliana alla pubblicazione di un nuovo libro sulla figura del futuro Beato. Il testo, dal titolo: Rosario Angelo Livatino. Dal “martirio a secco” al martirio di sangue, riporta i contributi di Vincenzo Bertolone, Gaetano Di Palma, Gianpaolo Iacobini, Giuseppe Pignatone, Pasquale Giustiniani, Fabio Luca, Marchese Ragona ed è impreziosito dalla presentazione di papa Francesco.

Il testo del Papa, anticipato per tempo dal sito del Vaticano, ha un incipit quanto mai incontrovertibile, lì dove definisce i mafiosi «gli Erodi del nostro tempo, quelli che, non guardando in faccia all’innocenza, arruolano perfino gli adolescenti per farli diventare killer spietati in missioni di morte». Parole dure e chiare, come sempre nello stile di Bergoglio, che aiutano a comprendere l’importanza e il valore della testimonianza di Livatino, giunto al martirio con piena consapevolezza, come i suoi scritti dimostrano.

A giudizio del Pontefice tutto ciò è stato possibile «compiendo quotidianamente un atto di affidamento totale e generoso a Dio, egli è un luminoso punto di riferimento per gli uomini e le donne di oggi e di domani, soprattutto per i giovani che, tuttora, vengono irretiti dalle sirene mafiose per una vita di violenza, di corruzione, di sopraffazione e di morte. La sua testimonianza martiriale di fede e giustizia sia seme di concordia e di pace sociale, sia emblema della necessità di sentirci ed essere fratelli tutti, e non rivali o nemici».

Come detto il libro consta di sei contributi che da sei punti di vista diversi illuminano aspetti noti e meno noti della sua persona e della sua testimonianza, fino ai giorni nostri.

Particolare rilievo va dato al primo, quello di Vincenzo Bertolone, SdP, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza episcopale calabrese, che è stato il postulatore della Causa di beatificazione del giudice agrigentino, come lo fu in passato per quella di don Pino Puglisi.

Bertolone ripercorre le tappe più significative della sua vita, della sua attività di magistrato e quelle che portarono alla condanna dei suoi carnefici, attraverso le carte processuali, e trae da tutto ciò le argomentazioni e le decisioni con cui si è giunti alla sua beatificazione, quale martire in odium fidei. Perché, come conclude alla fine: “la morte di Livatino fu percepita sin dai primissimi anni come il versamento di sangue innocente e come un martirio, come autorevolmente attestato dalla frase di San Giovanni Paolo II, e diventò così seme di conversione tra gli stessi mafiosi. … In conclusione, il Servo di Dio sia prima che nel momento della tragica morte, si mostra uomo di grande fede e di grande coraggio”.

Segue il saggio di don Gaetano Di Palma, sacerdote dell’Arcidiocesi di Napoli, docente di Introduzione alla Sacra Scrittura ed Esegesi del Nuovo Testamento nella Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale dal significativo titolo: “La giustizia come traduzione operativa della fede”. L’autore affronta in modo chiaro e sintetico un tema vecchissimo e delicatissimo: il rapporto tra giustizia e fede, partendo dal Vecchio Testamento fino all’attualità e concludendo riferendosi a Livatino con queste lapidarie parole: “La sua morte martirale, subita consapevolmente e confidando soltanto nella Provvidenza divina, fino a rinunciare a qualunque forma di scorta o tutela giuridica, quindi, è una conseguenza del modo di interpretare la professione come magistrato che ha esercitato la fede come giustizia in stretta correlazione con la giustizia come fede, basando il suo essere giusto sulla propria esperienza concreta di autentico credente”.

“L’irreligione delle mafie” è il titolo del terzo contributo affidato a Giampaolo Giacobini, avvocato e giornalista, esperto in storia delle mafie. L’autore muove da una domanda: “Qual è la forza che muove gli assassini di Rosario Angelo Livatino”? E per risponde descrive in modo agile e diretto le somiglianze e le differenze tra Mafia, Cosa Nostra, Stidda, per far comprendere come poco ci sia di religione nei riti di iniziazione e quanto cristiano sia stato l’atteggiamento del giudice di Canicattì, del quale dice: “Livatino è un cristiano fervente. E la sua non è una scelta intima: è una adesione piena al Vangelo, che sebbene non urlata (forse per questo anzi ancor più significativa), permea di sé anche la sua concezione di giustizia e di impegno professionale”.

Il saggio successivo pone questo interrogativo: “Chi ha ucciso Rosario Angelo Livatino?” La risposta è affidata al magistrato Giuseppe Pignatone, già procuratore della Repubblica di Roma e presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, il quale dopo aver descritto il clima della Sicilia “degli anni di Livatino”, l’azione criminale di Cosa Nostra e de La Stidda, conclude citando il giudizio riportato nella sentenza della Corte di Assise di Caltanissetta del 25 settembre del 1999 ove Livatino è descritto come giudice dotato di: “ …eccelse capacità professionali, estremo rigore morale e intellettuale” e di suo pugno aggiunge che ciò che rimane è: “la sua impermeabilità a qualsiasi richiesta o pressione e il suo rigore morale fondati sulla fede”.

Pasquale Giustiniani è professore ordinario di Filosofia teoretica nella sezione “San Tommaso d’Aquino” della Pontificia Facoltà di Teologia per l’Italia Meridionale di Napoli, dove dirige il Seminario Permanente di Studi storico–filosofici “Pasquale Orlando”. A lui è stato affidato il tema: “Sentire cum ecclesia. Rosario Angelo Livatino, un laico cristiano nella luce del Concilio”. Ne descrive la testimonianza umana e cristiana da quando fin da piccolo frequentava la parrocchia fino all’età adulta quando ha incarnato i principi della fede nella attività di magistrato. L’autore utilizza a tal fine la conferenza del giudice Livatino, intitolata “Il ruolo del giudice in una società che cambia”, tenuta sabato 7 aprile 1984 ad Agrigento e quella del 30 aprile 1986 tenuta a Canicattì dal titolo “Fede e diritto” nelle quali ritorna la dialettica tra fede e giustizia. Le pagine in questione si concludono in modo alquanto imprevisto, con una rievocazione della figura di papa Paolo Vi, cui Livatino era particolarmente affezionato e del quale scrisse: “È stato il Papa della mia giovinezza”.

L’ultimo saggio affronta un aspetto della figura di Livatino poco approfondito dal titolo “L’eroicità di Livatino nei mezzi d’informazione”. L’autore è il giornalista Fabio Luca Marchese Ragona, vaticanista de “Il Giornale”, curatore e conduttore di trasmissioni televisive, nonché autore di molti libri di successo. Nella prima parte spiega perché di Livatino ci siano così pochi documenti, a partire dalle foto e dice: “… era refrattario alla comunicazione visiva per svariati motivi: per il ruolo ricoperto, per il difficile contesto in cui viveva e soprattutto per una questione caratteriale”. Nella seconda parte enumera le numerose opere soprattutto televisive che ne ripercorrono la storia che in tal modo aiutano tutti a tenerne vivo il ricordo e l’attualità. E così conclude: “Veicolare la figura del magistrato di Canicattì soprattutto sui nuovi media, magari con contenuti dedicati, è, in conclusione, certamente una sfida ma anche una opportunità che non si può perdere”.

Concludiamo tornando alle parole del Papa: “A Rosario Angelo Livatino, oggi anche attraverso la sua beatificazione, rendiamo grazie per l’esempio che ci lascia, per aver combattuto ogni giorno la buona battaglia della fede con umiltà, mitezza e misericordia. Sempre e soltanto nel nome di Cristo, senza mai abbandonare la fede e la giustizia, neppure nell’imminenza del rischio di morte. È questo il seme piantato, è questo il frutto che verrà”.

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