Non chiamatelo ragazzino

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di Francesco Inguanti

Nel panorama editoriale dei libri sul giudice Rosario Livatino si fa notare in queste settimane che precedono la sua beatificazione il prossimo 9 maggio, quello di Marco Pappalardo, Non chiamatelo ragazzino, edizioni Paoline, con illustrazioni di Roberto Lauciello per più di un motivo.

Ma per comprenderli tutti occorre innanzitutto spiegare chi è l’autore. È un docente di lettere, catanese, appassionato di educazione digitale, su cui ha già pubblicato più testi, ed è anche impegnato nel volontariato, nella catechesi e nel giornalismo. Questa premessa è per anticipare che si tratta un libro scritto per i ragazzi, dal linguaggio alle illustrazioni, dalle “soste” didattiche al formato (tascabile), che potrebbe tranquillamente essere adottato nelle nostre scuole superiori.

Un’altra particolare e originale novità è il soggetto che parla. Pappalardo decide di far “parlare” gli oggetti della storia personale del giudice. Spieghiamo subito. Il primo capitolo è riservato alla sua città, Canicattì, il secondo al numero civico della sua abitazione, il terzo a De Amicis, Verga e Foscolo, che sono gli istituti “che ha frequentato alla scuola elementare, alle medie e alle superiori”. E a seguire: i libri, la toga, le sue famose agende, il famosissimo acronimo, S. T. D. (sub tutela Dei) con cui firmava tutto quanto scriveva. E andando avanti la piovra, la matita, la Stidda, il Crocifisso e ci fermiamo qui per non togliere la sorpresa ai lettori.

Ad ognuno di questi “oggetti” Pappalardo dà la facoltà di parlare e di raccontare del giudice Livatino dal loro punto di osservazione, trasformandoli nei fatti soggetti viventi. Nasce così pian piano un mosaico che alla fine della lettura ne ricostruisce la figura non in modo distaccato, ma molto umano, quasi un compagno di studio o di avventura con cui i giovani di oggi possono confrontarsi.

Nella copertina tutto ciò è spiegato così: ”Si può vivere fin da ragazzi un’esistenza piena, ricca di speranza e interesse per il bene di tutti. Rosario diventa modello, oggi, di una vita semplice ma intensa, di una dedizione al lavoro vissuto in maniera coerente, di una fede profonda e concreta e di un saldo senso civico e del dovere, anche nella lotta quotidiana contro i poteri forti come la mafia”.

Per completezza di esposizione va aggiunto che ogni breve capitolo si conclude con cinque domande relative all’argomento che come in ogni libro di scuola invitano gli studenti a dare delle risposte partendo dal loro vissuto.

Le illustrazioni di Roberto Lauciello rendono ancora più accattivante la lettura, soprattutto per i più giovani.

Bisogna ancora spiegare il motivo del titolo. Scrive così Pappalardo introduttivamente: “Lo hanno chiamato giudice ragazzino quasi per dire che non fosse all’altezza della lotta alla criminalità organizzata; tuttavia a quasi trentotto anni, altro che ragazzino, ha dimostrato con la sua esistenza e la tragica morte che la mafia lo temeva”.

Il libro è impreziosito da una introduzione di Sebastiano Ardita, componente del Consiglio superiore della Magistratura, il quale scrive: “Rosario Livatino è l’esempio di come il coraggio del giudice sia sempre legato alla sua solidarietà, al donarsi per un ideale, che nel suo caso l’ha portato fino al sacrificio estremo. La sua esperienza di vita è per chiunque svolga questa professione un richiamo verso la retta via di una giustizia autentica, vera, generosa, che egli mise davanti a tutto, anche a sé stesso”.

Per concludere ci si consenta una correzione. Questo libro è rivolto ai ragazzi, ma è scritto per gli insegnanti. Per offrire loro un agile strumento per aiutare a fare memoria e a non dispendere il patrimonio umano e sociale che Livatino ci ha lasciato.

 

Nota di edizione. Le foto riportate nell’articolo sono alcune illustrazioni di Roberto Lauciello tratte dal libro di Marco Pappalardo.

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