Pubblicato il: 6 Dicembre 2020 alle 10:58 am

La storia di Silvia e Diva novizie delle Suore del Bell’Amore

di Francesco Inguanti

I dati parlano chiaro, ormai da anni. La Chiesa cattolica, soprattutto in occidente, perde fedeli ed interesse. Diminuiscono le vocazioni ed anche le partecipazioni a tutte le forme di espressione della fede. Vi sono però sempre belle e lodevoli eccezioni, soprattutto tra i giovani. Per questo motivo vogliamo raccontare la storia di due giovani novizie delle “Suore del Bell’Amore” che abbiamo incontrato nella casa di Palermo

L’appuntamento è fissato per il pranzo alle tredici, ma Silvia e Diva mi hanno chiesto di giungere alle 12,30. Ne ignoro il motivo e alle 12,31 (con le suore bisogna essere puntuali come solo loro riescono ad esserlo) suono il campanello di via Beato Angelico, 51. Sopra un enorme cartello con scritto in grande evidenza “Suore del Bell’Amore” si apre un anonimo portale scorrevole in ferro. Mi fanno cenno di entrare e Silvia e Diva mi accolgono con il solito sorriso, che sembra faccia parte in modo indelebile dei loro tratti somatici. Mi trovo nella casa Madre dell’omonimo Istituto di suore che da 25 anni prestano la loro opera a Palermo e in altre sei città. L’ingresso è scarno, quasi disadorno, ha molto della reception di una pensione. Solo una immagine sacra sullo sfondo. Mi diranno durante il pranzo che la loro casa madre era in origine la sede di una compagnia di assicurazioni che andò in fallimento. Così l’Istituto poté acquistarla e adattarla alle esigenze della vita conventuale, ma l’ingresso è rimasto tale.

Entriamo in un lungo corridoio e ci fermiamo sulla prima porta: “Salutiamo innanzitutto il Padrone di Casa” mi chiedono con garbata cortesia. Siamo nella cappella. Entro anch’io, ma invece di guardare l’immagine del Padrone di casa guardo i loro volti. Salutano come se fossero davanti ai loro genitori naturali; la naturalità del rapporto è palese. Bastano pochi istanti per comprendere cosa significhi per loro “salutare il Padrone di casa”.

Torniamo nel corridoio e entriamo in una sala riunioni con una cinquantina i posti a sedere. Mi dicono che per prima cosa devo conoscere la storia del loro Istituto e di suor Nunziella Scopelliti, la Madre, come la chiamano. Iniziano a scorrere le immagini di un video della Messina del ’68 in cui una giovane e bella ragazza partecipa insieme a tanti altri giovani alle lotte studentesche. Nunziella Scopelliti è una di loro. Poi però cominciano a scorrere immagini di luoghi sacri: chiese, monasteri, parlatori di conventi, in Italia e all’estero. È la storia di suor Nunziella che nel 1971 lascia Messina alla volta di Roma per intraprendere la vita religiosa in un Istituto internazionale: la Santa Famiglia di Bordeaux, dove rimane fino al 1994. Nel luglio di quell’anno rientra in Italia perché ha in animo di dare vita ad un nuovo Istituto. A Roma sottopone la sua vocazione al discernimento della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e viene invitata a parlarne con il Cardinale Salvatore Pappalardo che la accoglie, insieme ad altre consorelle, benevolmente invitandola a dare corso alla sua intuizione. Sono trascorsi 25 anni da quell’estate.

Il video mi fa comprendere più di tutto quello su cui mi ero documentato; vorrei porre innumerevoli e inevitabili domande, ma suona la campana; è giunta l’ora di entrare in refettorio. Il refettorio è una bella e luminosa sala da pranzo senza tavolate e scanni, ma con cinque tavoli alcuni rigorosamente tondi. Suor Nunziella mi accoglie con lo stesso indelebile sorriso delle altre consorelle. Ci sediamo: le due novizie al suo fianco, poi suor Antonella, che è l’esperta di comunicazioni e colei che ha preparato il video di prima, e poi altre che via via mi vengono presentate. Dopo la preghiera inizia il pranzo, con un certo numero di posti che rimangono vuoti a tavola. Alla mia domanda sul perché rispondono: “Noi lavoriamo tutte e gli orari sono dettati dai luoghi di lavoro”. Ed in effetti prima della fine del pasto tutti i posti vengono occupati.

Silvia inizia per prima a raccontare la sua storia.

“Sono nata a Messina 22 anni fa. Ho frequentato il liceo di scienze umane e di scienze del servizio sociale. Ricordare gli anni dell’adolescenza è come ricordare lo snodarsi di una serie di fatti e di eventi, di cui solo dopo e ora comincio a comprendere la connessione. Cominciamo dall’inizio. Il mio primo e casuale incontro con le suore del Bell’Amore risale all’anno in cui frequentavo la seconda media. La mia insegnate di religione era una suora del Bell’Amore, suor Marianna, la quale poi passò alle superiori divenendo la mia insegnante di religione per cinque anni di seguito. Periodicamente mi invitava ad incontri tra giovani fuori dell’orario scolastico, in genere il sabato pomeriggio, ma la mia partecipazione era sempre molto distaccata. Per me era un’occasione per stare con altri, fuori di casa, ma non per pormi domane esistenziali. Seconda tappa. Una volta suor Marianna mi chiese di suonare la chitarra prima dell’incontro e quel semplice gesto mise in moto un desiderio di capire prima e di coinvolgermi dopo, che mi portò intanto ad essere fedele ogni settimana. Il primo salto di qualità avvenne durante il primo campeggio cui partecipai. Me ne tornai a casa con una nuova consapevolezza, che Cristo non era un insieme di norme, magari etiche, che costituivano il cristianesimo, ma una persona, vivente e presente, in grado di incontrare la mia persona, non le mie idee. Come se quel Dio che fino a quel momento era stato nel cielo fosse sceso al mio livello e si fosse fatto mio compagno di strada. Quel campeggio ha cambiato il mio modo di vivere, soprattutto il tempo libero e le serate che non passavo più davanti alla televisione, ma fuori con quelle numerose e nuove amiche. Al campeggio dell’anno successivo accade un altro fatto particolare: mi fu recapitato un bigliettino con questa frase della Madre Nunziella: “l’amore solo è, tutto il resto non è se non è in esso e per esso”. Per una settimana sono rimasta a leggerla e solo dopo ho cominciato a capire che ciò che poteva cambiare nella mia vita non era il “fare” ma il motivo “per fare tutto”. E la ragione da scoprire era fare tutto per amore. Quindi non appena Dio, ma Gesù stesso è sceso dal cielo, si è fatto compagno e mi chiede il perché delle cose che faccio.

Il salto verso la vocazione è avvenuto dopo. Voglio però ricordare un avvenimento accaduto negli anni precedenti. Frequentavo ancora la scuola media e per la prima volta partecipai ad un incontro pubblico delle suore in un teatro cittadino. Alla fine salirono tutte sul palco per ringraziare. Non so cosa mi accade, ma rimasi colpita dalla vista di tutte quelle suore con i loro vestiti celesti e un sorriso smagliante. Avevo solo 15 anni, ma mi sentii quel giorno un brivido per il corpo. Quel ricordo mi è rimasto sempre impresso anche a distanza di anni e periodicamente tornava alla memoria per risvegliare un desiderio di cui ancora non avevo la risposta. Negli anni dell’adolescenza ho fatto i conti con tutte le dinamiche tipiche di quella età: quella culturale, quella sociale e quella affettiva. In tema di affettività ero la consulente di tutte le mie compagne che vivevamo le pene del cuore, a causa della linearità di giudizio che tutte mi riconoscevano. Ho vissuto le mie dinamiche affettive sempre con grande rigore e chiarezza, perché, ma posso dirlo solo ora, in me c’era già un germe che sarebbe sbocciato dopo, che mi portava ad aver con i ragazzi, anche con uno con cui ho vissuto una amicizia più profonda per un anno, una serietà nel rapporto che rifuggiva da tanti atteggiamenti di superficialità che vivevano per esempio le mie compagne.

In quegli anni adolescenziali, si cominciava a porre la questione del futuro. E la sensazione di desiderio inespresso di cui ho detto prima, tornava ogni volta che pensavo cosa volevo fare da grande: la chirurga, la cantante, l’attrice, la poliziotta, ecc. Tra tutte le opzioni avevo deciso l’ultima, di entrare in polizia: cominciai a studiare, a fare domande per i concorsi, finché non giunse il giorno in cui dovevo andare a Roma per sostenere i test di ammissione. Nei giorni precedenti cominciai a vivere una angoscia che mi portava sempre più a dire: “Non devo andare, la mia strada è un’altra”. La mattina del giorno della partenza era palese sul mio volto la tristezza che avevo nel cuore. Mia mamma lo capì subito e quando rivelai che non volevo andare a Roma mi disse subito e senza mezzi termini: <<Ti vuoi fare suora?>> Ovviamente io negai, non avevo piena consapevolezza, ma in fondo il dado era tratto. Più che non fosse chiaro, non volevo ammetterlo. Decisi di prendermi un anno prima di decidere. Mi iscrissi all’Università, cominciai a fare qualche lavoretto, ma al tempo stesso aumentavano le mie visite alla casa madre di Palermo e gli incontri di discernimento con suor Nunziella, finché non apparve chiaro che dovevo salutare amici e parenti per venire ad abitare qui a Palermo”.

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