Pubblicato il: 7 Maggio 2020 alle 10:58 pm

Il sito della parrocchia è divenuto una specie di “cortile virtuale” ove ci si può incontrare e parlare, pur rimanendo a casa

Oggi la testimonianza di un altro sacerdote palermitano, don Carmelo Vicari parroco di Sant’Ernesto e Vicario Episcopale del 3° Vicariato.

di Francesco Inguanti

 Don Carmelo, da due mesi ormai anche la sua parrocchia è chiusa. Come ha affrontato questa situazione così imprevista e così difficile?

Si è trattato e si tratta di una situazione che ha colto di sorpresa e che ha sconvolto le condizioni normali di vita di tutti. L’accaduto mi si è presentato come un nuovo modo di vivere, chiesto e imposto dal Governo, ma che ha dovuto sottostare a sua volta ad una indicazione della realtà. Tutti coinvolti, nella stessa barca, ma come qualcuno ha fatto osservare, non tutti allo stesso modo, non tutti con lo stesso livello di capacità di risposta all’emergenza. Si tratta di accettare l’impossibilità di svolgere le relazioni e le attività nelle forme date dalla consuetudine e prepararsi a mettere in campo nuove possibilità, nuove esperienze, e anche nuove forme di comunicazione. Certamente una grande prova, ma anche una grande possibilità. Anche per la Chiesa e la sua vita e le sue espressioni e le sue attività. Comunque una Chiesa senza popolo e senza bambini e adulti non è mai esistita. Vive nelle case e nei vari luoghi di vita e di lavoro, soprattutto nel luogo della sofferenza e della malattia e immediatamente della povertà e delle nuove problematiche che tutti e ognuno ci si è trovati a vivere.

Che tipo di ausilio ha avuto dai mezzi di comunicazione per continuare i rapporti con i parrocchiani?

Fin dall’inizio mi sono trovato in compagnia di don Privat Lakpa, il viceparroco. Dopo il primo momento di turbamento, dolore e preoccupazione è maturata la decisione di trovare e valorizzare le possibilità e gli strumenti a disposizione, per sostenere e accompagnare la nostra vita, la vita di tutti e di tutto il popolo. Naturalmente nel rispetto delle indicazioni di sicurezza e sempre in comunione con la Chiesa diocesana e la Chiesa universale. Grazie a persone esperte nei mezzi di comunicazione, si è cercato di sollecitare i componenti della comunità parrocchiale, soprattutto gli operatori a continuare a vivere i rapporti e le relazioni e quindi le attività pastorali nella nuova condizione. Abbiamo assistito al manifestarsi, insieme a inevitabili difficoltà, fragilità e impreparazione, ad una decisione di mettersi in gioco e di favorire il cammino della comunità nel miglior e nuovo modo possibile. In Parrocchia ci siamo trovati per grazia in due, io e il vice parroco: questo ha permesso di non sentirsi mai isolati, ma in comunione tra noi e con tutto il Popolo di Dio. Ci siamo aiutati con la celebrazione della liturgia a porte chiuse e senza fedeli. La prima volta ho dovuto fare perno sulla coscienza della Presenza perenne e vivente del Signore risorto e quindi della realtà della Comunione con il Mistero della Ss. Trinità e la comunione donata con la Chiesa dei Santi e degli uomini e donne in terra: anche se in due o anche da solo, la liturgia si svolgeva in comunione con Dio e con tutta la Chiesa, perciò con il Papa e il Vescovo e raccoglieva l’intero Popolo. La Carità che ne scaturirà abbraccia la vita di tutti; tenacemente sostenuti dalla Speranza cristiana. Nel tempo è divenuta appuntamento quotidiano la liturgia trasmessa attraverso Facebook, in diretta nel sito della Parrocchia. Così abbiamo avuto la possibilità di far partecipare la comunità alla esperienza nei vari campi e gruppi. Tutte queste testimonianze, delle catechiste, del gruppo dei Ministranti e dei Ministri straordinari della Comunione, dei Lettori, del Coro e della Carità e infine dei giovani vengono quotidianamente riportate nel sito e sono un servizio e un punto di riferimento per tutti. Il sito è divenuto una specie di “cortile parrocchiale virtuale” ove ci si può incontrare e anche scambiare contenuti, pur rimanendo a casa. Ne è scaturita una liturgia vissuta e una vita cristiana comunicata e condivisa.

 C’è un settore che non può essere fermato: quello della carità. Come ne avete affrontato le problematiche in parrocchia?

La carità ha continuato ad animarci e sostenere le persone, soprattutto quelle bisognose. Il primo e più urgente bisogno è stato quello alimentare e ad esso abbiamo fatto fronte mettendo in campo varie iniziative oltre quella più tradizionale della distribuzione degli alimenti provenienti dal Banco Alimentare. Molto significativa in tale senso è quella denominata “Portofranco adotta una famiglia nata dalla spontanea iniziativa di alcuni professori che fino a due mesi fa ogni pomeriggio svolgevano un doposcuola gratuito in parrocchia.  Hanno dato vita ad una sottoscrizione per adottare un numero di famiglie povere da assistere, poi hanno contattato un supermercato e tutto per via telematica sono riusciti a fare arrivare la spesa a loro domicilio, senza che loro stessi uscissero da casa. Lo stesso bisogno è emerso per la mancanza di vestiario e soprattutto di farmaci e anche a questo abbiamo cercato di fare fronte. Io stesso mi sono ritrovato a dovere andare in alcune case per portare la spesa a persone in difficoltà le quali non potevano né raggiungerci né essere raggiunte in quel momento da collaboratori e volontari.

Che tipo di parrocchia è Sant’Ernesto dal punto di vista del bisogno e della povertà?

Secondo un cliché molto scontato è una parrocchia “ricca” e quindi in grado di far fronte a molte esigenze. Questo è solo parzialmente vero perché tra i circa 20.000 abitanti che la popolano vi sono sacche di povertà, spesso poco manifeste, di cui noi con regolarità ci facciamo carico. Ma in questi due mesi le richieste di aiuto sono aumentate e di molto. Tanti altri da altre zone della città sono venuti a bussare alla nostra porta e a tutti siamo riusciti a dare sostegno e speranza. Inoltre la parrocchia con l’aiuto di volontari si è resa disponibile a dare una mano al Comune di Palermo per inserire i dati delle persone bisognose nella piattaforma comunale attraverso cui fare avere loro il contributo erogato dallo Stato. E quando le risorse date dal Banco alimentare o dal Comune non sono state sufficienti abbiamo integrato con generose offerte delle famiglie che hanno portato direttamente in parrocchia derrate.

 

In tutto ciò siete riusciti a donare all’Ospedale Cervello un termo ventilatore. Com’è nata e si è sviluppata questa iniziativa?

È forse la più importante perché è quella che è sgorgata dal cuore di alcuni parrocchiani e che ha poi coinvolto molti altri: aprire una sottoscrizione per donare all’ospedale Vincenzo Cervello un ventilatore di ultima generazione che serva per il momento attuale della cura del Coronavirus, ma che possa aiutare tanti altri nel futuro. Questa proposta è sorta nel momento in cui si percepiva che mancavano posti letto e strumenti per curare e quindi tante persone non avevano la possibilità di essere prese in cura. C’era dolore e commozione e il desiderio di dare una mano ai malati, ai medici e alle infermiere e agli infermieri era molto forte. Lunedì scorso in una breve cerimonia ho consegnato al dottor Giuseppe Arcoleo, responsabile sanitario Covid-19 del Cervello i documenti comprovanti l’acquisto e la donazione al presidio ospedaliero Cervello del ventilatore polmonare presso-volumetrico frutto della generosità di tanti, anche non parrocchiani.

Come vede il futuro da questo punto di vista?

Teniamo conto che tanti e nuovi problemi ci attendono nella fase 2 appena iniziata e nella 3 che attendiamo con ansia. Mi auguro che insieme si possano trovare le strade giuste e adeguate per affrontarli e poter loro dare risposte. Ho la convinzione che non sarà tutto come prima, anche se non so come saremo. Dipende dalla libertà e dalla decisione di ognuno. Sarà una nuova fase della nostra avventura umana cui ci stiamo e mi sto preparando; ma il futuro comincia adesso e dobbiamo prepararci con l’aiuto di Dio e della comunità cristiana e dei tanti fratelli e sorelle con cui tocca vivere e condividere questo contesto e momento storico.

In particolare come si è svolta l’esperienza del catechismo a distanza?

Il catechismo come detto è continuato con collegamenti online e incontri in video e attraverso il telefono. Anche in questo caso le testimonianze delle catechiste che abbiamo inserito nel sito parrocchiale sono molto belle e toccanti. Certo abbiamo dovuto rimandare le Prime comunioni al prossimo anno, così come le Cresime ed anche i matrimoni, e limitare ai casi più gravi la visita agli ammalati, con l’amministrazione dei sacramenti dell’Unzione degli infermi e della Confessione. Anche i Battesimi sono stati sospesi, ma questo in qualche modo era già previsto perché tutto è accaduto in Quaresima.

Come hanno vissuto queste settimane i suoi parrocchiani? L’appartenenza alla comunità cristiana della parrocchia come li ha aiutati?

Il rapporto con i parrocchiani per grazia di Dio è continuato. Molto è dipeso dai tanti che hanno voluto far sentire la loro vicinanza e comunione esprimendo in modo concreto il desiderio di essere vicini agli altri, fratelli e sorelle. Ma abbiamo cercato di far arrivare a tutti una parola: sia io che il viceparroco abbiamo dato delle meditazioni attraverso il web. Poi abbiamo scoperto e valorizzato le opportunità offerte dalla piattaforma Zoom. Quindi con i vari gruppi e organismi e realtà pastorali, compreso Il Consiglio pastorale parrocchiale, ci siamo sentiti e ascoltati. Questo strumento mi ha permesso di essere in collegamento con tutta la Sicilia, l’Italia e il mondo. Grazie alla televisione e ai giornali ci siamo e mi sono sentito nel cuore del mondo e degli eventi. Mai estraneo e lontano.

Vi sono esperienze accadute in questo periodo particolarmente significative che ha avuto modo di conoscere?

L’esperienza che ricordo di più è quella di una ragazza costretta a stare a casa che per via del Coronavirus; tuttavia dopo un primo momento di paura e depressione, per il rapporto con persone vive e piene di speranza, è rinata e con coraggio si è resa protagonista di esperienze nella condivisione e nella carità. Ma ancor di più le esperienze di amici e conoscenti colpiti dal Coronavirus e morti. Naturalmente non solo, in parrocchia: in giro, per l’Italia: amici sacerdoti, amici anziani, etc. Ma anche le testimonianze di infermieri e medici che hanno lavorato per la cura e la salute di tante persone sottoposti a difficoltà e domande serie e arricchite da nuove conoscenze e visioni della loro e dell’altrui vita. Penso di essere in questo momento arricchito dalla testimonianza di tanti e spero di aver dato anch’io qualcosa. Certo avrei voluto fare di più, ma a volte bisogna umilmente accettare quello che è possibile.

 

 

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