Il giudizio di una visitatrice alla mostra di Rimini: “Si aprì una porta nel cielo: la cattedrale di Monreale”

di Francesco Inguanti

Lei è appena uscita dalla visita alla mostra. Che giudizio ne ha tratto?

Il visitatore guidato da studiosi, insegnanti di varia provenienza, religiose e seminaristi della Diocesi di Monreale, è stato ben condotto, oltre la grande riproduzione della porta bronzea del Paradiso di Bonanno Pisano, attraverso un percorso storico che colloca il monumento all’interno dell’unicità del regno normanno  che ha saputo valorizzare tutte le diverse componenti religioso-culturali delle identità (latine, bizantine, arabe, ebraiche) presenti in Sicilia creando una cultura siculo-normanna irripetibile. Il Duomo con la sua storia è al centro del paragone con altri edifici religiosi accomunati nelle caratteristiche costruttive e decorative da una multiculturalità euro mediterranea favorita proprio dalla monarchia normanna.

Ma perché fra i monumenti del periodo il Duomo di Monreale è il più prezioso? È solo il frutto di uno sfarzo dimostrativo di un grande potere?

In realtà il merito dell’ideazione e della realizzazione del grandioso e più prestigioso monumento dell’arte medievale si deve all’ultimo dei sovrani normanni di Sicilia, Guglielmo II detto il Buono, che salito al trono (1172), in breve tempo “Sumptis propriis et laboribus sub ipso principio nostri regiminis aedificatum” (diploma di fondazione del re) da inizio, in un luogo scarsamente abitato, alla costruzione dell’imponente Duomo  di Monreale che procede in tempi relativamente brevi, tanto che nel 1176 con diploma regio del 15 agosto il sovrano dedica la chiesa alla Vergine Assunta e dota di privilegi e possedimenti 100 monaci benedettini  che aveva fatto venire da Cava dei Tirreni per abitare l’attiguo monastero, affidando loro la cura dell’edificio e della liturgia, sotto la guida dell’Abate Teobaldo, che diventerà il primo Vescovo. Una chiesa dell’Abbazia intitolata a S. Maria la Nuova che solo nel 1183 diventerà sede vescovile.

 

Che impressione si trae visitando la mostra di Guglielmo II?

L’iniziativa del sovrano, che continuava a governare e ad abitare nel Palazzo Reale a Palermo, prima sedes et regni caput, ove era ospitata anche la corte, nasce dalla fede e dalla devozione alla Madonna. Guglielmo II, detto «il Buono», era un uomo religioso che ha creato un’opera grandiosa che servisse solo a rendere Gloria a Dio da cui discende ogni sovranità, così recita il diploma regio del 1176: Ad illius [Dei] ergo laudem, honorem et gloriam. Ascoltando l’anelito religioso del suo cuore ha dato spazio all’affermarsi della Bellezza che supera il tempo.

In particolare i due mosaici che lo ritraggono che sensazione producono?

Osservando due mosaici della zona presbiteriale (in posizione non visibile dalla navata riservata al popolo) quelli che raffigurano il duplice ritratto del re Normanno, uno posto sul soglio regale raffigurante Cristo che incorona re Guglielmo II e l’altro a fronte, sulla sede vescovile, che raffigura Guglielmo II che offre il modello della Cattedrale alla Vergine, si può cogliere sul suo volto stupore, devozione, di chi riconosce il vero Signore di tutto, cui grato deve la ricchezza non solo materiale della vita, ma soprattutto che lo ha reso un re credente, e perciò il sovrano più equilibrato e amato (il “Buono”) ma anche l’ultimo sovrano della Monarchia Normanna, che ha conferito dignità umana ai suoi sudditi, rispettandone la diversità religioso-culturale per valorizzarla dentro l’unità e la centralità di un “grande” regno siculo-mediterraneo.

 

Qual era il rapporto fra zona abbaziale e la contigua chiesa cattedrale?

Il percorso della mostra prosegue con le immagini del chiostro del Monastero da cui idealmente si accede al transetto e poi al coro, per far immaginare al visitatore qual era l’iter quotidiano dei monaci per raggiungere lo spazio della preghiera e della liturgia. In uno spazio riservato è stata posta un’antica immagine della Madonna Odigitria dinanzi alla quale ci si sofferma volentieri a pregare, sospinti dal suo sguardo accogliente.

E sulle immagini dei mosaici cosa si può dire?

Lo svolgimento delle storie mosaicate si può può cogliere solo attraverso un filmato, d’altra parte sarebbe stato impossibile riprodurle nella loro estensione e molteplicità in uno spazio ristretto. Anche perché lungo le pareti delle navate la raffigurazione musiva si svolge senza soluzione di continuità con scene bibliche ed evangeliche offrendo a tutti la possibilità della conoscenza della storia della salvezza. Il volto di Cristo domina ogni episodio del Vangelo con rassicurante dolcezza che abbraccia coinvolgendoli i protagonisti del dramma rappresentato. Il susseguirsi delle scene del Nuovo Testamento (di tono più realistico) ha un ritmo umano avvolgente che sembra attrarre e trascinare dentro lo spazio rappresentativo, lo spettatore. È un progredire del volto di Cristo verso il grande maestoso, e sicuro volto del Pantocratore.

E in definitiva qual è il suo giudizio?

Ma mi piace concludere con alcune affermazioni che S. Ecc. Mons Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, ha inserito nel suo intervento all’incontro del 19 agosto al Meeting, dal tema “Il Volto nell’arte”, durante il quale a partire dal tema del Meeting stesso, ha letto le raffigurazioni musive del Duomo di Monreale offrendo una chiave di lettura che dà il vero senso a tutto il prezioso edificio.

Il volto del Cristo pantocratore che domina l’abside e investe tutto lo spazio del duomo ha gli stessi tratti e lo stesso sguardo di tutte le altre raffigurazioni dello stesso Signore Gesù lungo le pareti. Gli artisti hanno ripreso lo stesso volto, hanno moltiplicato lo stesso sguardo in ogni raffigurazione del Cristo nell’intero grande ciclo dei mosaici del duomo. Tutto l’apparato musivo del Duomo di Monreale introduce alla storia della salvezza, che partendo dalla creazione, culmina nella liturgia celeste. Nei mosaici monrealesi i tratti del volto di Cristo delle scene neotestamentarie sono identici a quelle del Verbo creatore che opera nelle scene dell’antico testamento: il Verbo Creatore “per mezzo del quale tutte le cose sono state create” si differenzia dal Verbo Incarnato e Redentore, perché ha l’aureola senza la Croce. Nella citazione di mons Pennisi non c’è Il Pantocratore, che abbraccia e contiene tutto l’universo, con il suo sguardo penetrante e un soave sorriso interroga ogni persona sul senso del proprio volto e del proprio nome. Il Pantocratore del duomo di Monreale, ha reso possibile che tutti, anche oggi, potessero incontrare e riconoscere la presenza di Cristo, attraverso lo splendore del suo Volto, come Unico Signore e Salvatore dell’uomo e della storia, che non solo è guardato ma che soprattutto ci guarda con i suoi occhi misericordiosi.

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