Mazara, la pesca e il Mediterraneo, nel seminario di aggiornamento della Fisc siciliana

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di Francesco Inguanti

“Quando siamo a Mazara ci chiamano tunisini, quando andiamo in Tunisia ci chiamano Mazaresi”. Questa frase può considerarsi la cifra con cui leggere la realtà degli immigrati che vivono a Mazara dagli anni ’60 in avanti. I giovani di seconda generazione sono ormai una realtà significativa e ben visibile nel tessuto sociale di una città che, malgrado le crisi di questi anni, conserva una delle più vaste marinerie d’Italia, che vent’anni fa contava oltre 350 pescherecci mentre oggi sono circa una settantina.

Mazara, la pesca e il Mediterraneo. Questa triade rende famosa nel bene e nel male una realtà molto importante che purtroppo diventa interessante solo quando si ripete uno dei sequestri in mare cui tutti, tranne i pescatori mazaresi, siamo abituati a metabolizzare.

Questo filo conduttore ha costituito lo svolgimento delle tre giornate del XXVIII Seminario nazionale di aggiornamento “Mons. Alfio Inserra” che la Fisc Siciliana, la Federazione italiana dei settimanali cattolici, ha organizzato dal 16 al 20 settembre 2021, cui hanno preso parte anche numerosi responsabili di testate cattoliche non siciliane.

Tre giorni di incontri, dibattiti e confronti sul tema racchiuso nel titolo: “Uomo a mare! Autori di nuovi pezza sul Mediterraneo”. Ed in effetti di nuovi pezzi se ne potranno scrivere parecchi, ed è quello che faremo nei prossimi giorni, vista la quantità di sollecitazioni che sono state proposte.

Certo la più significativa è quella dei pescatori, che abbiamo potuto conoscere sia direttamente incontrandoli su un loro peschereccio, sia attraverso le loro mogli e i loro figli, che vivono tutto l’anno senza l’assoluta certezza di rivedere i propri cari quando, lasciato il porto, torneranno – se va tutto bene – dopo alcuni mesi.

Una realtà complessa che deve fare i conti con uno Stato che si interessa dei pescatori tunisini solo quando accadono sequestri in mare, ma che deve fare i conti anche con l’integrazione con la realtà locale che li ha sempre sostenuti ma che rimane “diversa” da quella in cui sono nati. La punta dell’iceberg sono i giovani di cui abbiamo detto all’inizio, combattuti tra una realtà familiare, culturale e religiosa da cui provengono e un contesto civile in cui la modernizzazione sempre affascina e talvolta illude.

Abbiamo incontrato alcuni di questi giovani all’opera nel ristorante tunisino “Habibj” che gestiscono in pieno centro storico, ma che a Mazara si chiama giustamente casbah, ove, oltre alla qualità di una cucina diversa perché utilizza prodotti provenienti dalla Tunisia o direttamente coltivati da loro, è possibile conoscere le loro storie. Sono italiani a tutti gli effetti, nati e cresciuti a Mazara che fanno fatica ad integrarsi pienamente nel tessuto urbano, anche perché la mancanza di lavoro incide su di loro pesantemente. Oltre al ristorante coltivano la terra e si dedicano all’apicoltura.

Alle loro spalle sta l’impegno della chiesa mazarese che da tempo sostiene la loro voglia di impegnarsi attraverso progetti di livello nazionale ed anche con l’utilizzo di quote dell’otto per mille della Diocesi.

alla Diocesi va ricordato l’impegno del sindacato, la Uil, che da tempo difende i diritti dei pescatori mazaresi alle prese con una legislazione che non li aiuta, una burocrazia spesso nemica e un Governo che non sempre è in grado di contrastare le prepotenze delle motovedette libiche. Il convegno organizzato dalla Uila pesca nel corso dei tre giorni ha offerto a tutti un spaccato chiaro e spesso duro della loro lotta che devono ingaggiare non solo in mare ma spesso anche a terra con poteri e istituzioni sorde alle loro legittime richieste.

Mazara è anche Belice e la visita a Gibellina ha concluso i tre giorni dando l’opportunità di conoscere ciò che il terremoto e il post terremoto hanno prodotto in tutta la valle: le rovine rimaste intatte dalla notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 e le opere d’arte che scandiscono i percorsi nella nuova Gibellina esprimono sinteticamente le contraddizioni di una ferita non ancora rimarginata. Non ancora rimarginata perché anche le nuove generazioni di Gibellina e di tutto il Belice hanno come prospettiva l’emigrazione, come i loro nonni cinquanta anni fa, anche se alla valigia di cartone hanno sostituito il trolley.

Tre giorni di proficuo lavoro e di importanti incontri, che gli amici organizzatori mazaresi hanno reso gradevoli e piacevoli con la loro accoglienza fraterna, e dai quali si aprono importanti opportunità per noi giornalisti.

 

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