Pubblicato il: 28 Agosto 2020 alle 9:33 pm

Dolore e speranza nei romanzi di Daniele Mencarelli.

di Francesco Inguanti

Nei giorni scorsi si è tenuto come ogni anno il Meeting di Rimini. L’emergenza Coronavirus ha imposto numerose novità agli organizzatori, tra cui il luogo, non più la Fiera di Rimini, ma il suo Palacongressi, con un numero contenuto di partecipanti, tutti su prenotazione, un numero ristretto di incontri e di giorni, e un uso massiccio delle trasmissioni vie etere. A tutto ciò si è aggiunta la possibilità di parteciparvi in tante città d’Italia collegate attraverso il web. È accaduto anche a Palermo a Villa Magnisi, sede dell’Ordine dei Medici. Alla visione delle manifestazioni riminesi si sono aggiunte alcune iniziative con la partecipazione in presenza di varie personalità locali e non. Quella che ha aperto i lavori si è svolta martedì 18 agosto e ha avuto per titolo: “La ferita e l’esperienza dell’umano”. Vi hanno preso parte il prof. Daniele La Barbera e lo scrittore Daniele Mencarelli. Abbiamo posto alcune domande a quest’ultimo.

L’intera frase da cui è tratto il titolo del Meeting di quest’anno dice: “L’assoluto stupore è per l’intelligenza della realtà di Dio ciò che la chiarezza e la distinzione sono per la comprensione delle idee matematiche”. E conclude: “Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime”. Cos’è assoluto stupore e sublime?

Oggi abbiamo perso l’abitudine a saper cogliere gli elementi sublimi straordinari del nostro vivere comune, a saper cogliere dentro questi elementi apparentemente umili la grandezza infinita, la grandezza in quanto tale.

E questo come si lega al suo impegno di scrittore?

Nel mio impegno di poeta e narratore c’è lo sforzo di porgere e offrire questi piccoli incontri, che però tali non sono, nell’economia del mondo. Questi piccoli segni sembra che non lascino traccia, invece lasciano il loro segno nelle persone che vivono accanto, negli scrittori che scriveranno di loro, come nel mio caso. La grande sfida è ricostruire nell’uomo la capacità di cogliere, nel momento in cui guarda la propria esistenza, quegli elementi assolutamente straordinari che fanno parte della nostra vita ordinaria. Purtroppo oggi siamo sempre meno capaci di farlo e cerchiamo in qualcosa che è distante da noi una grandezza che in realtà abita al nostro fianco.

Romano Guardini in un famoso volumetto di dal titolo: “Ritratto della malinconia”, Brescia, 1952, dice: «Quel che ferisce è ciò che nella vita vi è di ineluttabile: la sofferenza diffusa ovunque, la sofferenza degli inermi e dei deboli; la sofferenza degli animali, della creatura muta… il fatto che non vi si può cambiare nulla, che non si può toglierla di mezzo. Così è e così sarà. E qui sta la gravità della cosa». Qual è il senso e l’esperienza della sofferenza che si incontra in ciò che racconta nei suoi libri?

La relazione con la sofferenza è un elemento ineludibile, esprime la nostra finitezza. Ma noi non accettiamo che la nostra natura umana confini con la sofferenza, Nel momento in cui la accettiamo completamente c’è quella spina che punge, quel dolore che sentiamo, perché la sofferenza è direttamente proporzionale all’amore che esprimiamo.

 Tutto ciò come è detto nei suoi libri?

Nel mio primo e secondo romanzo racconto diverse categorie di esseri umani che vengono messe alla prova: alcune un po’ per colpa del destino, altre perché appartengono alla categoria dei malati psichiatrici e quindi non hanno un male esterno, ma il male lo coltivano interiormente. Racconto di persone che hanno con la sofferenza un rapporto assolutamente vivo, autentico e che si accorgono attraverso questo rapporto con la sofferenza che esso è un modo per entrare più compiutamente dentro di loro. Ci sono esperienze che ci catapultano dentro la sofferenza con tutti i nostri, limiti.

 Per esempio?

Il mio primo romanzo (Tutto chiede salvezza) racconta di un anno intero in cui ho lavorato dentro l’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. Non conosco una esperienza peggiore di impatto con il dolore come quello di un genitore il cui bambino è esposto ad una malattia spesso terribile. Nel secondo romanzo (La casa degli sguardi) racconto di una settimana di internamento coatto e di una convivenza con dei malati psichiatrici in alcuni casi molto più malati di me. Questa relazione con queste figure è stata importante perché la sofferenza è quell’elemento che noi in qualche maniera vorremmo non vivere, ma che fa parte della nostra vita della drammaticità della nostra esistenza. Non possiamo sfuggire a tutto ciò che produce sofferenza perché vorrebbe dire contemporaneamente a tutto ciò che in noi fa nascere l’amore.

 I personaggi dei suoi due romanzi hanno il suo nome: è una dichiarazione di autobiografia o una scelta stilistica? Tutto chiede salvezza è una sorte di antefatto de “La casa degli sguardi”? E allora quale sarà il tema del prossimo romanzo?

Il prossimo romanzo andrà ancora più indietro nel tempo, finirò con quello che è nella mia memoria una sorta di salto oltre l’adolescenza. Sarà ambientato nel 1991.

 Che rapporto c’è a suo avviso tra sofferenza e felicità?

Parlando con i ragazzi di oggi emerge una idea di felicità che evidentemente è indotta. Hanno infatti una idea confezionata della felicità, da narrazione che è stata costruita per invogliare a riempire questo vuoto, che l’uomo ha sempre sentito dentro di sé, e che è costituita da tutta una serie di corredi che vengono in qualche maniera confusi, meglio spacciati, quale veicoli, vettori di felicità. Grazie ad una insegnante che mi ha fatto scoprire l’importanza della letteratura, la poesia su tutte, è stata possibile creare dentro di me una dialettica con i medici che incontravo i quali invece in qualche maniera facevano della mia persona un universo psichico, un elemento che corrispondeva ad una patologia: io ero ridotto ad un malato.

E la letteratura, invece?

In realtà la letteratura mi ha permesso di capire che io non ero solo un malato, ma ero una persona che aveva delle caratteristiche che potevano solo confinare con il disturbo psicologico, mentre il mio modo di vedere la vita era un modo che esisteva da sempre nei poeti, negli artisti, esisteva nella natura, in coloro che fanno della natura un elemento di interrogazione; e questa possibilità di testimonianza mi ha permesso in certi momenti anche di sopravvivere.

 A tal proposito lei parla nei suoli libri di “lingue”. Che vuol dire?

È vero, lo faccio dire un po’ a tutti i personaggi dei miei romanzi: il vero problema non è tanto l’aggressività della scienza o della psichiatria, quanto le altre “lingue”, cioè tutte quelle lingue che nel corso dei millenni hanno perimetrato la natura dell’uomo, il suo immaginario, per aiutarlo a costruire una percezione di sé. Tutte queste lingue, non vengono più utilizzate e quindi i giovani che vivono con autenticità la propria natura, vitalità, passione rischiano di essere “medicalizzati”. Il giovane non viene più messo in relazione con tutte quelle lingue che per me sono fondamentali tanto quanto la scienza: perso alla filosofia e alla religione. Senza l’incontro con quei poeti che nel corso dei miei anni terribili mi hanno detto certe cose, non sarei qui.

Più volte nei romanzi parla di un giubbotto antiproiettile invisibile calato sul cuore. Qual è il “giubbotto antiproiettile” di Daniele personaggio e di Daniele Mencarelli uomo?

Oggi so che non servono giubbotti antiproiettile, che il dolore va vissuto, e che nel viverlo occorre forza e speranza. Ma il dolore non è l’ultima parola, non lo sarà mai.

 Nei suoi romanzi fa ampio uso del dialetto romano, che per altro parla normalmente. Perché?

Il nostro Paese ha un patrimonio di lingue che deve preservare; credo che la letteratura in primis abbia questo compito. Alcuni tratti umani, dal mio punto di vista è indiscutibile, posso essere riportati solo nella loro lingua originaria, ovvero proprio i dialetti. È stata una evidenza trovata lungo la strada della scrittura, non una scelta volontaria.

 A pag. 118 di “Tutto chiede salvezza”. dopo aver parlato della nascita di un bambino, vittima di una violenza carnale, della quale anche il protagonista è complice, scrive: “Questo contenitore di malattie e disperazione ha partorito un figlio. Un bambino concepito dentro un girone infernale …. Un figlio nato da madre instabile e padre suicida viaggia per il mondo. Un principe. Un messia. Un futuro uomo capace di tutto. Perché è troppo facile, perché non me lo posso permettere qui, ora, di immaginarmelo disadattato, emarginato, fedele al sangue che lo ha generato. No. In lui la somma dei mali si è trasformata in bene supremo, in bellezza, equilibrio, futuro degno di questo nome.   Vai. … Onora il padre e la madre. Dimostra all’umanità intera che dagli ultimi, i reietti, nascono miracoli come te”. Quale è il suo rapporto con il mistero della nascita e con la fatica dell’educazione, come genitore e come marito?

La grandezza della genitorialità non può essere resa da un racconto. Occorre la prova del vero, della vita, della realtà. Credo che, malgrado tutto, resti la scommessa più alta da parte di un essere umano, perché lo trascende, lo supera nel tempo e nello spazio.

L’ultimo libro di Mencarelli è: “Tutto chiede salvezza”, Mondadori, con cui ha già vinto il premio Strega giovani di quest’anno ed è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega. Ha già pubblicato un buon numero di raccolte di poesie ed assunto agli onori della notorietà con il suo primo libro: “La casa degli sguardi”, Mondadori del 2018.

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