Pubblicato il: 12 Giugno 2020 alle 1:23 pm

Ci vuole un governo mondiale dei diritti di tutto ciò che vive: cosa ben diversa dal mercato mondiale delle merci

di Francesco Inguanti

Attilio Scuderi è Professore associato di Critica Letteraria e Letterature comparate nell’Università di Catania

Fin dall’inizio della pandemia si sono sprecati i raffronti storici e letterari con i due testi più famosi sul tema: i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e La Peste di Albert Camus.  Entrambi i testi mostrano una via d’uscita, quella che ad oggi noi non riusciamo a vedere, ma aiutano a capire come gli uomini del tempo sono stati segnati dalla tragicità dell’evento. Possiamo essere aiutati in questo particolare aspetto del problema?

Tra la rappresentazione di Manzoni e quella di Camus ci sono differenze profonde. In Manzoni la peste è lo smarrimento dei valori religiosi e dunque il caos originario, la vittoria della dimensione biologica su quella culturale. Lo testimoniano il cap. XXXI in cui è narrata la peste a Milano nel 1630; e ancor più, forse, il cap. XXXIII del romanzo, con la descrizione della vigna di Renzo come allegoria di una vera e propria “caduta della natura”. In Camus la peste (che è il simbolo dell’autoritarismo e della dittatura) è un evento che entra nei giorni grigi di una civiltà decaduta. Tanto che il narratore conclude così, in un passo molto significativo posto al centro del romanzo: Al riguardo, il narratore sa perfettamente quanto sia increscioso non poter qui nulla riferire che sia veramente spettacolare, come a esempio di qualche edificante eroe o di qualche straordinario gesto, simili a quelli che si trovano nei vecchi racconti. Gli è che nulla è meno spettacolare d’un flagello e, per la loro stessa durata, le grandi sciagure sono monotone. Nel ricordo di coloro che le hanno vissute, le terribili giornate della peste non figurano come grandi fiamme interminabili e crudeli, ma piuttosto come un ininterrotto calpestio che tutto schiacciava al suo passaggio. No, la peste non aveva nulla a che vedere con le grandi ed esaltate immagini che avevano ossessionato il dottor Rieux al principio dell’epidemia; era, più che altro, un’amministrazione prudente e impeccabile, che funzionava bene”. Temo che la pandemia che abbiamo vissuto somigli più a quella raccontata da Camus, al netto degli atti di abnegazione eroica di singoli e categorie. La via d’uscita proposta da Manzoni è quella di una misurata miscela di fede e ragione, che eviti il caos politico (Manzoni è un aristocratico e teme la democrazia). Camus, più vicino a noi, ci spiega che solo una profonda rivoluzione culturale, di valori e di modello socio-economico costituisce la profilassi al ripresentarsi periodico della “peste”. Io la penso come lui.

Questa epidemia può teoricamente contagiare tutti gli uomini del pianeta. Quali conseguenze può avere questa dimensione del fenomeno sulla nostra mentalità?

È la globalizzazione in diretta; ma lo sono già i ghiacci che si sciolgono, le riduzioni della bio-diversità, i crolli degli ecosistemi, le migrazioni planetarie. Solo che ora ne facciamo le spese immediatamente. Misuriamo il nostro innato “amor proprio” (eufemismo per “egoismo”). Come ricordava d’altronde Adam Smith nella sua “Teoria dei sentimenti morali” (1759-1790), siamo una specie poco compassionevole. Cito: “Supponiamo che il grande impero cinese, con tutte le sue miriadi di abitanti, fosse all’improvviso inghiottito da un terremoto, e pensiamo come rimarrebbe colpito un europeo dotato di umanità, che non avesse alcun legame con quella parte del mondo, nel venire a sapere di questa terribile calamità (…). Forse, se fosse un uomo incline alla speculazione, prenderebbe parte anche a svariati ragionamenti sugli effetti che il disastro potrebbe provocare sul commercio europeo, e sugli scambi di affari di tutto il mondo. E quando tutta questa raffinata filosofia fosse terminata (…) riprenderebbe il suo riposo o il suo svago con lo stesso agio e tranquillità di prima, come se nessuna simile catastrofe fosse accaduta. Il minimo guaio che dovesse capitare a lui provocherebbe un disturbo più reale. Se sapesse di dover perdere il suo dito mignolo l’indomani, la notte non dormirebbe, ma, a patto che non li abbia mai visti, russerebbe profondamente e tranquillamente sulla rovina di cento milioni di suoi fratelli. Se ne avremo il coraggio dovremo ripartire da questa cruda realtà; per fare, insieme, un “salto di specie”.

 

Tra le tante similitudini utilizzate per descrivere la nostra vita prima e dopo il Covid-19 una che rende particolarmente è quella delle nostre vite che erano diventate nel tempo così irreali, vissute «come in una bolla», «dove spesso fuggiamo per poter respirare, per l’incapacità di stare con noi stessi». Ritiene vero questo giudizio e quindi cosa si può contrapporre ad esso dopo la pandemia?

È un giudizio in buona parte vero per gli occidentali e gli occidentalizzati del pianeta. La rivoluzione digitale ha mutato i nostri orizzonti e i nostri tempi di vita. Ora il pianeta non regge più la nostra capacità di consumarlo. Sul piano biologico si sta scrollando di dosso delle cavallette; che ne siamo consapevoli, almeno in parte, è inevitabile. E dunque “riscopriamo la realtà”… Anche se un po’ tardi, ma meglio tardi che mai.

Il Papa il 27 marzo scorso in una Piazza san Pietro deserta ha detto: “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda” è poi ha precisato che nessuno si salva da solo? Che significato assumono queste parole oltre all’ovvio motivo che la battaglia della medicina contro il virus va combattuta dal sistema sanitario mondiale?

Che ci vuole un governo mondiale dei diritti di tutto ciò che vive; cosa ben diversa da un mercato mondiale delle merci. Ma solo Bergoglio ha il coraggio di dirlo, solo lui con questa nettezza e sincerità. E il potere temporale è finito da un po’, grazie al cielo, mentre i poteri democratici mondiali sono ostaggio di un ritorno tremendo di autoritarismi di cui dovremmo preoccuparci: penso a Putin, Duarte, Erdogan, Bolsonaro, Orban, per non dire della Cina o della democrazia autoritaria di Trump. Oggi ben oltre due miliardi di abitanti del pianeta, nella parte ricca o semi-ricca, si muovono dentro sistemi autoritari. Evitiamo di vederlo, per viltà e paura; ma ci stiamo muovendo su un confine di fuoco, doloroso e tremendo.

La pandemia si è diffusa in un contesto culturale e sociale contraddistinto dal nichilismo. La drammaticità di quanto accaduto documentato dalle immagini di malati, morti e bare, diffuse dai mass media, possono aver costituito un argine allo scetticismo dominante?

Non mi pare che il problema sia il nichilismo, etichetta che non condivido molto e che è troppo ambigua, anche culturalmente. La perdita di empatia è l’ultima fermata della nostra specie. Qualcosa si muove di certo; ma è presto per capire verso dove si andrà. Dovremmo uscire da questa crisi con un’assunzione di responsabilità, in primis di chi ha di più e di più può. Nel mio piccolo, sto montando l’impianto solare e mi appresto a comprare una autovettura elettrica (che costa moltissimo per gli amici di Trump e degli emiri arabi, ma tant’è… Farò un mutuo, a occhio e croce). Non parole, ma fatti, anche piccoli e miseri; quelli che i governi – invece di corteggiare le multinazionali dell’auto e del petrolio – dovrebbero promuovere. Giusto per lasciare qualche aspettativa di vita a chi verrà dopo di noi.

In molti hanno sostenuto che il Covid-19 può uccidere gli uomini ma non la burocrazia. Ed in effetti sembra che essa ne stia uscendo rafforzata, visti i tanti ritardi accumulati in tanti settori, a partire dalla triste vicenda della erogazione della cassa integrazione. Perché neanche in una emergenza così drammatica si è riusciti a semplificare processi e procedure?

Perché la burocrazia è potere cristallizzato e sedimentato. È inutile che gli italiani si lamentino della burocrazia. Si chiedano quanto questa viene dalla loro idea di potere e dalla loro pratica della amicizia e raccomandazione costanti. Non bastano purtroppo le leggi – pur necessarie – ma un cambiamento culturale. Su questo, a onor del vero, il premier Conte ha detto cose che nessuno aveva avuto fin qui il coraggio di dire (e sa bene di cosa parla, per la sua professione). Ma per ora poco o nulla si muove (spero di sbagliarmi). Vogliamo fare l’esempio della Sicilia?

 

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