Pubblicato il: 11 Giugno 2020 alle 9:13 am

Proprio dalla “democraticità” del virus potrebbero generarsi nuove sfide sociali, politiche ed economiche

Gigliola Nocera è Professore ordinario di Lingue e Letterature anglo americane presso il Dipartimento di scienze umanistiche di Catania, ed insegna presso la SDS di Lingue e letterature straniere di Ragusa ove è Presidente del CdS Magistrale in “Lingue e Culture europee ed extraeuropee”.

Di Francesco Inguanti

La letteratura europea offre numerosissimi spunti e testi che parlano delle vicende sociali legate alle grandi pestilenze. La letteratura americana non ha forse esempi altrettanto famosi, anche per la sua più giovane età. Tuttavia Le chiedo come è visto tale fenomeno dalla cultura americana e quanto la cultura europea è di ausilio alla comprensione del fenomeno per gli americani?

A dire il vero l’America conserva innumerevoli resoconti delle tante epidemie e pestilenze causate proprio dall’arrivo degli europei. E questo riguarda sia le tribù dei nativi nordamericani incrociate da Colombo e sia i popoli del centro e del sud America assoggettati dai conquistadores spagnoli. La colonizzazione ha dunque fatto sì che sin dal 1500 centinaia di migliaia di nativi venissero sterminati – oltre che da cannoni e archibugi – da ondate epidemiche di peste, morbillo, scarlattina, varicella; tutte malattie importate, insieme alla sifilide, proprio da chi si riteneva messaggero di civiltà. Fu soprattutto il vaiolo a decimare diverse popolazioni fin quasi a decretarne l’estinzione.

E come è stato raccontato tutto ciò nella letteratura?

Il resoconto di questi malanni frutto della colonizzazione, lo troviamo documentato, inizialmente, nei rapporti inviati in Europa dai coloni stessi. Ma il loro ricordo è rimasto ben vivido nella tradizione orale dei nativi del Nord America, originariamente privi di una codificazione scritta delle proprie lingue; ed è stato successivamente recuperato e documentato nella loro ricostruzione storiografica della colonizzazione. Se dunque in America, tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, non sembrano emergere resoconti letterari autoctoni di una qualsivoglia epidemia equivalenti a quelli che ci hanno lasciato Daniel Defoe o Alessandro Manzoni, abbiamo però, una precoce introiezione metaforica della malattia e della morte. In autori “gotici” quali Charles Brockden Brown e soprattutto Edgar Allan Poe, malattia e morte compaiono con passo invisibile avanzando talvolta dentro il corpo, ma più spesso dentro i labirinti della mente al pari dell’odierno Covid-19, e generando un inedito sgomento. Costoro ci consegnano personaggi estremamente moderni perché non descrivono un realistico “fuori da sé”, ma angosce e inquietudini alla Camus che ci ricordano molto da vicino quelle scatenate dal virus di oggi.

Il professore Raffaele Manduca ha scritto di recente: “Il virus sta mettendo a nudo i persistenti limiti delle nostre capacità nell’affrontare una situazione usuale nella storia dell’umanità. L’evolversi del contagio rischia inoltre di rievocare tutti quei fantasmi sociali che hanno accompagnato da sempre le epidemie il pericolo, cioè, di una frantumazione dell’ordine sociale, delle strutture politiche e, soprattutto, dell’ordine economico” Condivide questo giudizio e cosa si può aggiungere ad esso?

Lo condivido pienamente. Nella società occidentale, tendente a rimuovere i fantasmi del passato, la presenza del virus ha frantumato le nostre sicurezze, facendo riemergere paure primordiali quali non solo quelle della malattia, del contagio fisico, della morte; ma anche quelle collegate a una possibile disgregazione dell’ordine sociale, politico ed economico. Chiusi dentro le nostre fortezze geopolitiche non eravamo pronti a una guerra dalle caratteristiche inedite: qui il nemico è invisibile, il terreno di scontro è un non-luogo e i giorni di battaglia vengono scanditi da un non-tempo che scardina le nostre categorie mentali. Laddove “nostre”, aggiungo, significa sempre e soltanto quelle di un pensiero eurocentrico che, visto dal palcoscenico globale del virus, rivela sempre più le proprie debolezze epistemologiche.

Un elemento assolutamente nuovo di questa epidemia è che non c’è angolo del globo che può ritenersi immune. Quali conseguenze può avere questa dimensione del fenomeno sulla nostra cultura e mentalità?

Più che conseguenze vorrei parlare di opportunità. Dal punto di vista socioculturale, proprio nel fatto che la pandemia sia globale, e che in quanto tale stia azzerando le nostre sicurezze, risiede paradossalmente il suo aspetto più interessante. Come sappiamo, il virus non rispetta la fragile geografia disegnata dall’uomo; non rispetta le divisioni razziali o di classe normati dalle grandi colonizzazioni; sfida e vanifica persino le nostre conoscenze mediche scavalcando ogni umano protocollo. A suo modo, il virus è democratico e trasversale come Andy Warhol disse della Coca Cola: la beve il barbone e la beve il re. Oggi, il virus ha infettato migliaia di indigenti sconosciuti tanto quanto celebrità dello spettacolo o politici come Boris Johnson, e  ha ucciso Luis Sepùlveda; è proprio da questa democraticità del virus che potrebbero generarsi nuove sfide sociali, politiche ed economiche, e l’abbattimento di ogni imperialismo culturale.

A tal proposito il papa il 27 aprile scorso in una Piazza san Pietro deserta ha detto: “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda” e poi ha precisato che nessuno si salva da solo? Che significato assumono queste parole?

Penso che il Papa abbia voluto porre l’accento, in chiave ovviamente ecumenica, sulla necessità di ritrovare un nuovo ordine globale; perché il mondo è globale, e globali sono i problemi che dobbiamo affrontare: dal ridimensionamento dei profitti e dei consumi alla lotta alla povertà; dalla necessità di sperimentare una nuova ecologia sociale ai pericoli derivanti dallo spreco delle risorse del pianeta. Penso che questo papa cerchi di guardare al mondo in maniera più complessa rispetto ai suoi predecessori, di superare le resistenze della stessa classe dirigente che lo circonda e di sviluppare una comunicazione fortemente pluriculturale, transnazionale e interreligiosa. E non celando dietro parole volutamente semplici il peso politico dei suoi comunicati.

Tra le tante similitudini utilizzate per descrivere la nostra vita prima e dopo il covd-19 una che rende particolarmente è quella delle nostre vite che erano diventate nel tempo così irreali, vissute «come in una bolla», «dove spesso fuggiamo per poter respirare, per l’incapacità di stare con noi stessi». Il coronavirus e tutto ciò che ne è seguito e ne seguirà, esprime infatti il reale nella sua forma più cruda e crudele, che mette in crisi la nostra «abitudine a sostituire le cose e i fatti con il loro uso strategicamente fraudolento». Ritiene vero questo giudizio e quindi cosa si può contrapporre adesso dopo la pandemia?

Certamente il Covid-19 è paragonabile a un grande “bagno di realtà”; o a una rivoluzione che potrebbe provocare la nascita di un nuovo ordine sociale. Ma non so se nascerà davvero un nuovo ordine sociale, un nuovo stato etico, una nuova finanza equa e solidale. È forte il pericolo che, a livello quotidiano, tutti si dimentichino presto degli inediti e spesso più sani stili di vita sperimentati durante il lockdown, e prevarrà la voglia di tornare alle norme di vita precedenti, sane o fraudolente che siano. A livello ben più alto, non so se le grandi multinazionali o i grandi imperi finanziari che muovono oggi la politica e l’economia mondiali, modificheranno la propria facies. È possibile che dopo il Covid-19 la globalizzazione debba riscrivere e ridiscutere alcune delle sue regole, ma dubito che lo si faccia in una chiave socialmente più equa.

Proprio in tal senso il professor Massimo Recalcati ha scritto: “Questo virus ci insegna che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio”. Pensa che usciremo uomini più solidali o uomini più egoisti da questa esperienza?

Credo anzitutto che una risposta a questa domanda la si potrà formulare meglio quando si sarà spenta l’ondata emotiva scatenata da questa pandemia, peraltro non finita. Poi, a luci spente, lo vedremo. Ma in genere non si vedono cambiamenti tangibili, dopo grandi tragedie o scossoni politici o mediatici. Intendo dire che dopo eventi anche nefasti difficilmente si vedono cambiamenti strutturali, gli unici importanti e duraturi a differenza di quelli affidati alla volontà, per quanto nobile, del singolo. Non intravedo, nel Covid-19, una solidarietà o un ripensamento a lunga scadenza che porti una modifica allo sfruttamento del pianeta, all’abitudine di considerare l’Africa la discarica dell’occidente, al considerare lo straniero una sventura e non una risorsa, all’inviare i nostri volontari sugli scenari di guerra vendendo contemporaneamente armi a chi la alimenta.

Il mondo accademico a suo giudizio che contributo di giudizio ha saputo dare finora al cambiamento di stili, mentalità, cultura che è già accaduto, a partire dall’esperienza dell’isolamento coatto a casa?

Il mondo accademico si è trovato dinanzi ad una svolta dalla quale potrebbe trarre molti spunti per il futuro. L’isolamento coatto, il lockdown con la conseguente didattica da remoto, ha aperto nuovi spazi e nuove possibilità; ha ampliato di fatto le classi da reali in virtuali, e così via. Internet e le varie nuove piattaforme (Teams, Zoom e molte altre) hanno reso in parte superate, ad esempio, le costose apparecchiature per videoconferenza. I nostri studenti possono collegarsi da qualsiasi luogo perché basta un cellulare. E questo permette ad esempio di raggiungere e recuperare gli studenti fuori sede o quelli economicamente più disagiati. È ovvio che la didattica in presenza possiede altre preziose prerogative, e che laboratori e tirocini sul campo sono difficilmente sostituibili; ma i nostri atenei stanno aprendo le proprie mura a inedite reti planetarie, e la ricerca sta sperimentando metodi di comunicazione e sperimentazione (lo vediamo con gli studi per un nuovo vaccino anti Covid-19) più collegiali e meno autoreferenziali. E su questo, di sicuro non si tornerà indietro.

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