Pubblicato il: 4 Giugno 2020 alle 7:42 am

Di fronte alla paura possiamo alimentare quella memoria particolarissima che è la memoria del futuro: la speranza

di Francesco Inguanti

Dottore Nicolosi, con la riapertura delle chiese e di tanti esercizi pubblici, sembra di essere tornati alla normalità. Eppure c’è ancora tanta paura in giro. Un dato lo ha dimostrato in modo inconfutabile: la presenza dei fedeli alle messe di oltre il 50% in meno della media. Che cos’è la paura in termini generali?

La paura è un’emozione primaria, quindi legata all’istinto e comune a tutte le specie animali più evolute. E’ un eccellente dispositivo innato di difesa e di adattamento perché, nel caso dell’uomo, percepito un pericolo (ovvero qualcosa che ne minacci la nostra esistenza o quella delle persone più vicine), consente di disporsi all’attacco per fronteggiarlo o alla fuga per evitarlo. Non è sempre legata a uno stimolo attuale, ma può anche proiettarsi nel futuro: la previsione di un pericolo imminente può spingere ad aggredire per eliminare o allontanare l’oggetto della paura (condotta aggressive) oppure a fuggire da questo per evitare il danno che potrebbe procurare (condotte evitanti). Quando la paura esaurisce la sua funzione adattativa e lo stimolo esterno è percepito come un’esperienza minacciosa estrema, perdurante, insostenibile, inevitabile, impari rispetto alle possibilità di fronteggiarla, può determinarsi un turbamento profondo della psiche sul piano dei vissuti e dei comportamenti, genericamente conosciuto col nome di trauma.

E in particolare di cosa la gente ora ha paura? Della malattia, del contagio, della morte?

Un po’ di tutte queste cose. Ma non si tratta di paura, o quanto meno della paura che è stata descritta. Quando il pericolo è indefinito, invisibile, impalpabile, imprevedibile non c’è più paura ma ansia: apprensione e sconforto più o meno intenso, che si riverberano anche sul piano corporeo con i sintomi fisici che tutti conosciamo. Non più un meccanismo adattivo, quindi, ma dis-adattivo, patologico. Nelle forme più estreme, l’ansia diventa esperienza improvvisa di un malessere inquietante, pervasivo, paralizzante, irrazionale: l’angoscia. Una paura senza nome che accompagna da sempre l’uomo in quanto vivente dotato di coscienza. Si sa che i bambini, anche quando sembrano esprimere paure specifiche, in realtà esperiscono solo angoscia, una paura senza nome. Allo stesso modo, l’infanzia dell’umanità ha fatto esperienza di angosce primordiali in forza delle quali ha cominciato a porre domande di significato, quelle grandi domande che hanno portato allo sviluppo dei sistemi religiosi e del pensiero filosofico.

A fronte di ciò sembra che una buona parte della popolazione non abbia paura di nulla, almeno a vedere l’affollamento in molti luoghi pubblici? Come possono convivere questi due sentimenti nella stessa popolazione, nella stessa città, nella stessa famiglia?

Va tenuto in conto lo scarto generazionale e le differenze, biologiche innanzitutto, e poi psicologiche. Una saga nordeuropea ci ha tramandato la leggendaria figura dell’eroe Siegfried, un adolescente spavaldo che non conosceva la paura, al punto di far rientro a casa con un orso al seguito. Un’iperbole narrativa che, tuttavia, rende ragione del fatto che i più giovani sono “programmati” per non avere paura. Una risorsa, sul piano evolutivo, quando modulata e indirizzata da un contesto familiare e sociale capace di segnare i confini (tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra lecito e illecito, etc.), un vulnus devastante nei contesti dove prevalga su tutto l’ideale performativo (ciò che sono o non sono capace di fare). Al polo opposto una più radicale prudenza, che, oltrepassato l’alveo della virtù, mostra il suo lato oscuro nella diffidenza, nella sospettosità, nel bisogno esasperato di controllo. Incapace di contenere e mantenere in tensione aspetti opposti, il pensiero e il comportamento dell’uomo si scindono nelle polarità del Senex (l’uomo vecchio che rappresenta il tempo che scorre immutabile, la disciplina, il controllo, la responsabilità, l’ordine) e del Puer (il fanciullo eterno che rappresenta l’impulso indomabile, il disordine, la passionalità, la ribellione).

 Senza andare da medici specialisti, ma con l’aiuto di tutti, come si può vincere questo tipo di paura?

Chiediamo aiuto ancora una volta alla cultura nordeuropea. Nel celebre film di Bergman “Il settimo sigillo” si racconta la storia del cavaliere crociato Antonius Block che fa ritorno nella Svezia del Trecento, pervasa dalla Peste nera e dalla distruzione. Sulla spiaggia, ad attenderlo, c’è la Morte in persona, e il cavaliere la sfida a scacchi per differire il momento finale. La Morte accetta e, nel tempo della partita, Block avrà modo di incontrare le reazioni più disparate al pensiero della fine incombente: chi si sottopone a pratiche violente in espiazione dei propri peccati, chi insegue gli ultimi piaceri. Incontra anche una famiglia di saltimbanchi che, unici, sembrano quasi non accorgersi della tragedia epocale che li circonda, uniti come sono dall’amore e dal rispetto. Questo incontro cambia la prospettiva del cavaliere che accetterà il suo destino, non prima di aver compiuto un’ultima eroica azione salvando dallo sterminio quella famiglia. La conclusione del racconto filmico ne svela il messaggio profondo: nella partita con la Morte la posta in gioco non è il prolungamento della vita, effimero e illusorio. È il senso della vita, che Antonius Block, abbandonata la sua angosciosa e infruttuosa ricerca esistenziale, trova in un gesto di generosità e salvazione. Anche oggi c’è la stessa posta in gioco, se ci sottraiamo alla domanda di senso fatalmente ci troveremo di fronte a un dio che gioca a dadi con il destino dell’uomo, e all’insensatezza di una vita ridotta, come dice Shakespeare, alla favola raccontata da un idiota, piena di movimento e di strepito, ma che non significa nulla.

In molti hanno fatto in questi mesi l’esempio del bambino che vince la paura stringendo la mano di mamma o papà. Ma questo esempio si può applicare anche agli adulti? Sempre, anche in questa situazione?

Difficile rispondere in maniera univoca. Innanzitutto per la complessità dell’immagine proposta. Chi è il bambino? Chi è il genitore? Se guardiamo ai fatti degli ultimi mesi vediamo uno Stato-genitore che, presumendo, a diritto, di sapere quale sia il bene del cittadino-figlio stabilisce regole severe in vista di un obiettivo. Ma a quale prezzo? E poi, fuor di metafora, quanti sono i genitori che stringono la mano al proprio figlio traguardando l’obiettivo della sua salvaguardia ma incapaci di autentico ascolto, incuriosi delle sue esigenze? Una cosa è dire al bambino che si è fatto male e prova dolore: non piangere, non è niente; altra cosa è abbracciarlo e riconoscere con lui la sofferenza che prova: solo in questo caso il pianto cessa e il piccolo accetta più facilmente di farsi medicare. Un adulto può stringere la mano a un bambino ratificando e reificando un atteggiamento di possesso, un bambino può tendere la mano al genitore esprimendo un sentimento di appartenenza. Un gesto, due significati.

Gli appelli del Governo e i giudizi dei medici non essendo stati mai univoci quanto hanno contribuito ad accrescere la paura?

Anche in questo caso, probabilmente, il problema è sia nella risposta sia nella domanda. Viviamo nell’era della Tecnica, intesa non come il complesso dei dispositivi che facilitano la vita (che è la tecnologia: una risorsa) ma come il vertice della razionalità umana che si propone di raggiungere il massimo dei risultati con il minimo delle energie: un modo, anzi oggi l’unico modo utilizzato per affrontare i problemi dell’uomo.                                                                                                                                                             Un esempio di questo è anche la medicalizzazione del disagio con il ricorso all’intervento psicofarmacologico. Senza misconoscere le condizioni di severo malessere psichico che richiedono interventi pronti ed efficaci anche sul piano biologico (si pensi ad esempio alle depressioni severe e al rischio di suicidio a queste correlate) va osservato che il ricorso al trattamento farmacologico può essere una scorciatoia che spegne il sintomo, ma non il disagio profondo che, inelaborato, potrà ripresentarsi sotto altre forme. E poi, soprattutto, va incoraggiato un intervento di prevenzione, nelle forme possibili, in favore di quella parte della popolazione che, se meno sensibile all’infezione, è stata la più esposta sul piano psicologico: bambini e adolescenti in primo luogo, per i quali le misure di contenimento, secondo i dati di letteratura scientifica, hanno potuto agire come fattori stressogeni e traumatici.

 Un malaugurato ritorno del contagio come influirebbe sulla paura? Quando tutto sarà finito tra un mese o tra un anno la paura che ha preso un po’ tutti potrà essere dimenticata o rimarrà sempre come sottofondo della nostra vita?

In tempi di lock-down mi ha molto colpito come l’adeguamento alle regole derivate da presupposti scientifici e da declinazioni tecniche (prima tra queste quella del distanziamento sociale) abbia strutturato dinamiche rituali,  fidelizzando, ad esempio, all’aggiornamento-dati pomeridiano da parte della Protezione Civile: dati che, come tali, vanno ovviamente interpretati ricorrendo all’utilizzo di modelli, ciascuno dei quali afferisce a una teoria scientifica, che a sua volta rimanda a un fondamento epistemologico e antropologico. Inevitabile, quindi, il crogiolo delle interpretazioni e l’intersezione dei modelli. Ma anche in questo caso, forse, il problema non sta nella risposta (che viene offerta in maniera più o meno limpida, più o meno inequivoca) ma nella domanda. Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti l’animo e disira… ci ricorda il Poeta. Come dire che rimane nell’uomo un anelito verso l’Assoluto per cui dentro una domanda di salute sta probabilmente nascosta una domanda di salvezza (come riscatto dalla morte e come senso per l’esistenza), e ogni risposta che non sa cogliere questo anelito profondo rimane perfettibile e insoddisfacente.                                                                                                              Quanto ai contagi di ritorno, questi sono una realtà dei fenomeni pandemici che, come è noto, possono procedere a ondate e il cui andamento segue le regole dell’epidemiologia. Nel caso paventato, se patiremo una devastante frustrazione o se reagiremo con maggiore consapevolezza rispetto a un nemico già noto non è dato prevederlo. E’ cosa certa, tuttavia, che la specie Sapiens sapiens possiede, tra i viventi, una grande capacità di adattamento per sopravvivere fisicamente e/o psicologicamente alle circostanze più avverse. Una capacità basata non tanto su caratteristiche biologiche (che sono limitatissime: si pensi alla durata della gestazione e del lungo tempo di dipendenza dei figli) quanto su una gamma straordinaria di risposte comportamentali alle diverse situazioni e all’elevata plasticità delle strutture cerebrali che le sottendono. Nel Purgatorio dantesco, prima di traguardare l’ultimo tratto occorre bere la acqua del fiume Lete (che fa dimenticare il male) e quella del fiume Eunoè (che fa ricordare il bene). Nell’uomo la memoria si articola sempre in un complicato equilibrio tra dimenticare e ricordare, e anche questo è un meccanismo adattivo che, come tale, risente delle caratteristiche personali e dell’ambiente. Eppure, se non possiamo sottrarci alla memoria del passato, e alle sue ambivalenze, possiamo alimentare quella memoria particolarissima che è la memoria del futuro: la speranza.

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