Pubblicato il: 25 Aprile 2020 alle 9:55 am

Papa Francesco sta dalla parte dell’uomo, perché sa leggere i bisogni della storia con sguardo profetico

di Salvatore Martinez

Concludiamo oggi con Salvatore Martinez, presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, i contributi che abbiamo chiesto per commentare le parole del Papa pronunziate in piazza san Pietro il 27 marzo scorso prima della benedizione Urbi et orbi. 

 

Presidente quali sensazioni ha provato nel vedere quella sera il Papa da solo in una piazza San Pietro deserta?

Mai come quest’anno, nel tempo del coronavirus, abbiamo sentito vivo e vero il tempo di Quaresima: l’esperienza del Cristo sofferente, che si offre per riscattare tutte le ingiustizie del mondo. Veicolato dai media, grazie all’ausilio delle nuove tecnologie, il gesto di papa Francesco ha avuto un impatto travolgente dal punto di vista comunicativo. Si compivano le parole del profeta Zaccaria: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Zc 12, 10). Nell’ostensione del Corpo eucaristico innalzato al Cielo dal Pontefice erano tutti i nostri sguardi di tenerezza, i nostri insopprimibili aliti di vita, le nostre speranze accese di passione, le nostre preghiere mute e gridate a Dio, unite in un grande, concorde palpito d’amore. Immagini ed emozioni difficilmente replicabili, che hanno riportato alla mia memoria altre pagine drammatiche del Pontificato di san Giovanni Paolo II. Piazza San Pietro non era più soltanto il cuore della cristianità, ma del mondo intero. Papa Francesco sta dalla parte dell’uomo, sa leggere come pochi altri i bisogni della storia, con sguardo profetico. Ecco perché tutti erano lì con Lui, anche i non credenti e gli appartenenti ad altre confessioni religiose.

 

“Nessuno si salva da solo”, ha detto quella sera e ripetuto più volte in seguito. Che valore assume questo appello dopo oltre un mese di emergenza?

Il bene grande della libertà religiosa e di culto è stato messo a dura prova, al pari di tutte le altre libertà individuali, che consideravamo conquiste acquisite una volta per tutte. Solo quando l’aria manca e ci sembra di soffocare, allora ne recuperiamo tutto il valore vitale! Un grande predicatore, Jacques Bossuet, diceva che “Dio è capace di scrivere dritto anche sulle nostre righe storte” e San Paolo, ancor prima, “tutto concorre a bene di coloro che amano Dio”. Così, come sempre accade quando la fede è sfidata, ecco che i credenti hanno dato corso a una speranza creatrice e a un amore salvifico. E il Papa lo ha fatto intendere in modo molto chiaro con la sua meditazione. Per amore di Dio e per amore dell’uomo, medici, infermieri, sacerdoti, religiose hanno dato la vita per amare fino in fondo vite bisognose di cura, di consolazione, di guarigione. Niente di più aderente allo Spirito di Cristo. Una straordinaria esorcizzazione dello spirito di morte che ha ammorbato le nostre società moderne. “I santi della porta accanto”,li ha prontamente definiti il Papa.

 

3. Un altro tema scelto dal Papa è stato quello del “tempo della scelta”. È tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. Un messaggio rivolto a tutti gli uomini di oggi…

In queste settimane così insolite, scandite da sacrifici e ristrettezze, è interessante registrare un ritorno alla preghiera, alla lettura della parola di Dio. In realtà, il “digiuno sacramentale” ha scatenato una forte fame di Dio e in molti un’occasione vera di conversione, ribaltando le priorità. Nel susseguirsi di notizie drammatiche, siamo comunque sorpresi dal potere salvifico della sofferenza, dal miracolo di un amore nuovo, improvviso, che come un provvidenziale dolore sta riscattando un mondo impaurito e ferito, che ritrova la voglia di vivere e di non morire, che torna ad esaltare le ragioni della vita dinanzi allo spirito di morte. 

 

Che significato assume in questa contingenza la particolare esperienza di sofferenza che tutti stiamo facendo?

Sì, la sofferenza. La sofferenza derivante dalla privazione delle nostre libertà fondamentali, dei nostri beni insopprimibili come la salute o l’affetto di un familiare o di un amico; la sofferenza di anziani e giovani contagiati o quella di medici e operatori che per spirito di servizio il contagio stanno subendo. Tutto questo sta provocando il risveglio della nostra coscienza morale assuefatta al male, sta suscitando un nuovo anelito di vita interiore, sta restituendoci la misura della nostra umanità e rivelandoci un nuovo desiderio di fraternità. 

 

Lei personalmente ha più volte parlato in queste settimane di “fraternità”. Perché?

Sono intimamente convinto che sarà proprio la “fraternità” il principio unificatore delle nostre società all’indomani di questa severa prova; sarà lo “spirito della fraternità” a rendere più giuste e più vere tutte le nostre libertà individuali e collettive. L’ho detto e scritto più volte: “rinasceremo” e sapremo scegliere come perseguire la via del bene con un ritrovato senso di fraternità. Sarà questo a ridefinire la cifra del nostro futuro al termine dell’emergenza; altrimenti, tarderemo a riappropriarci delle nostre vite e delegheremo ad altri la nostra responsabilità.

 

Il passaggio centrale della riflessione del Pontefice può essere rinchiuso in questa frase: la forza di Dio è “volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte”. Come si fa a spiegare alla gente questo concetto in un momento in cui la fede sembra essere a dura prova?

Come credenti dobbiamo confidare che il Cielo sopra di noi non è tenebroso e invalicabile: le nostre trafitture saranno lenite da un balsamo di consolazione che scenderà benefico sull’umanità intera. La nostra Pasqua di sofferenza è e sarà solo e sempre Pasqua di salvezza, Pasqua di fraternità ritrovata. Papa Francesco il 27 marzo appariva come Mosè, sul monte Oreb, solo, a supplicare Dio, a intercedere per il bene del suo popolo. In realtà, seppure deserta nell’immagine che dava di sé, Piazza San Pietro non è mai stata così affollata di preghiere, di gemiti, di attese di milioni e milioni di persone che, da tutto il mondo, invocavano salvezza. Francesco si è fatto “volto contratto” del mondo, a immagine del Crocifisso che campeggiava nella Piazza stessa. Mai come quest’anno, secondo il vero spirito della Pasqua, risurrezione della vita sulla morte fu più desiderata! Inoltre, approfittando di questo periodo dettato da ritmi più rallentati, molti stanno riscoprendo pagine di letteratura che descrivono gli effetti di improvvisi flagelli che si abbattono sul mondo, come accade con questa pandemia. E, nel romanzo “La peste”, di Albert Camus, è interessante leggere la conclusione alla quale l’Autore fa giungere il medico ateo Rieux: “Un mondo senza amore è come un mondo morto; viene sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro e del coraggio, per domandare il viso di una creatura e un cuore che l’affetto riempie di stupore”.

 

Altro tema affrontato dal Papa è quello degli spazi. Che significa secondo lei “trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà”

Proviamo anzitutto a pensare agli spazi domestici in cui siamo stati obbligati ad isolarci per evitare il rischio del contagio. Le nostre case sembrano tombe dalle quali non vediamo l’ora di risorgere, per ritrovare la luce nelle tenebre che si sono addensate nelle nostre vite. Eppure, “abitandole”, come prima non capitava più a molti, anche solo perché costretti a starne “fuori”, le nostre case sono tornate ad essere “luoghi vitali”, fatti di relazioni più profonde, più affettuose, più vere. Le famiglie, come nei primi due secoli della cristianità, sono tornate ad essere le “prime Chiese”, piccole comunità, costrette a rimanere appartate da un virus e non dalla persecuzione di un Impero avverso. 

E dopo, quando speriamo presto sarà tutto finito?

Dopo questa prova inaspettata e sofferta saremo certamente tutti più poveri e provati; avremo tutti bisogno gli uni degli altri. Pertanto, non basterà più la “solidarietà sociale” se non saremo disposti a vivere relazioni umane più intense, dunque fraterne, quelle che maturano proprio quando siamo veramente feriti dalla vita. Il Coronavirus, seppure così infausto, sta permettendo alle anime di non restare più indietro e di non lasciarsi ancora contagiare dall’indifferenza umana. D’improvviso, l’anziano, il migrante straniero, il diverso da me, il vicino più o meno prossimo non ci fanno più paura, non sembrano minacciare le nostre paci immobili e vengono benevolmente inclusi nel nostro comune destino. E, meraviglioso dono all’umanità smarrita e ripiegata su di sé, come già ho detto, torniamo a pregare. Pregando sentiamo fluire in noi una nuova voglia di amare, recuperiamo non solo il dialogo vitale con Dio, ma anche con gli altri. 

 

Il Papa ha poi parlato della “appartenenza come fratelli”, una “appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci”. Su quali basi oggi, in questo clima di paura, si può pensare di costruire una comune appartenenza al genere umano?

Da anni parlavamo di crisi, ma non aveva toccato la nostra “carne”. Adesso qualcosa di più profondo sta accadendo e non ha risparmiato nessuno. Se il Coronavirus ci farà coscientizzare il bisogno di un nuovo rapporto con Dio, con noi stessi, con gli altri, con il creato, allora potremmo venirne fuori come persone migliori. Una pagina della “Laudato si’” mostra tutta la sua forza profetica, allorquando Papa Francesco afferma: “Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo… Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà… Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente”. 

Come vede allora il nostro futuro: carico di rassegnazione o di speranza?

Questo “sentire”, non imposto da principi di solidarismo politico o di solidarietà sociale, ma dal “principio di fraternità”, si sta miracolosamente impossessando dei cuori umani: sarà il più potente antidoto al realismo della rassegnazione e a un futuro che apparrebbe senza speranza. Un futuro che riguarda la nostra amata Italia, così come l’Europa chiamata a recuperare davvero lo “spirito cristiano” che l’ha generata. A che serve avere una “moneta unica” se in nome della moneta non sarà unica la visione del futuro, a partire dalla corresponsabilità economica che questo disastro provocato dal Covid-19 reclama? La bandiera europea vede una “corona di stelle” stagliarsi su un fondo azzurro come il cielo. Mi auguro che una “corona di unità” tra gli Stati europei sia l’antidoto più efficace, quanto il vaccino che attendiamo, per vincere questa guerra.

 

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