Pubblicato il: 24 Aprile 2020 alle 8:14 am

Se manca la speranza, le armi classiche dell’economia e della politica si spuntano

di Robi Ronza

Abbiamo chiesto anche a Robi Ronza un contributo sulle parole del Papa in Piazza San Pietro. Robi Ronza è stato tra i fondatori del settimanale Il Sabato, ha lavorato per l’Editoriale Giorgio Mondadori e ha partecipato alla creazione delle edizioni Jaca Book. Dal 1989 al 2005 è stato il portavoce ufficiale del Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini.  Attualmente è commentatore del quotidiano ticinese Corriere del Ticino.

Prima di essere una crisi dell’economia e della politica quella in cui il mondo già si trovava al sopraggiungere del Coronavirus/Covid-19 è una crisi della speranza. Proprio per questo stava risultando così difficile contrastarla con efficacia. Se infatti manca la speranza, le armi classiche dell’economia e della politica si spuntano. Incapace di guardare oltre i propri orizzonti consolidati, l’ordine costituito si stava però attardando invano nella ricerca di soluzioni che ne prescindevano. L’improvviso e rapido diffondersi in tutto il mondo di un morbo di cui sinora mancano sia la cura specifica che il vaccino ha dato un colpo definitivo a quell’impossibile pretesa.

Il confronto con ciò che accadde nel caso della precedente paragonabile pandemia dell’epoca contemporanea, quella scoppiata nel 1918 e passata alla storia col nome di “febbre spagnola”, consente di meglio capire con quale fragilità ci dobbiamo oggi confrontare.  Nelle prime 25 settimane da quando ebbe inizio si stima che la spagnola abbia provocato circa 25 milioni di morti. I soldati dei reparti di truppe coloniali che aveva combattuto in Europa se la portarono a casa diffondendola in tutto il mondo. In India i morti di spagnola furono 17 milioni. A Tahiti in un solo mese ne morì il 13 per cento della popolazione. A Samoa il 22 per cento in due mesi. Quando poi nel 1920 la pandemia si concluse, si calcolò che ne fossero morte almeno 50 milioni di persone, di cui 600 mila in Italia; cifra che alcuni studi più recenti ritengono sbagliate per difetto fino ad elevarla a 100 milioni tenuto conto che in molti paesi dell’emisfero Sud la raccolta dei dati statistici  era in quei tempi ancora ai primi passi.

Grazie a una condizione igienica, alimentare e sanitaria oggi ovunque relativamente ben migliore di quella degli anni 1918-20, le vittime del Covid-19 sono e saranno di gran lunga meno numerose di quelle della spagnola. Rispetto ad allora, ciò che tuttavia oggi scarseggia è appunto la speranza; e insieme ad essa anche altre virtù. Viviamo infatti nel pieno dell’epoca in cui, come acutamente osservò il cardinale Ratzinger, si tocca con mano il fallimento della pretesa moderna di far durare i valori dell’umanesimo cristiano pur avendoli staccati dalle loro radici. Sia le singole persone che i popoli sono perciò molto più fragili di quanto fossero all’inizio del secolo scorso. Si aggiunga inoltre che allora la maggior parte dell’economia si fondava su circuiti a breve raggio mentre oggi ogni cosa dipende in qualche modo da circuiti di dimensioni internazionali. Se dunque da un lato l’economia è molto più produttiva dall’altro è anche molto più fragile.

Per tutti questi motivi la pandemia del Covid-19 sta provocando uno shock ben maggiore di quello che provocò la spagnola; soprattutto in Occidente ma anche ovunque altrove nei ceti dirigenti più “moderni”. Sta perciò rinascendo in tutto il mondo una salutare fame di autorità morale e di valori primari cui nessuno sta dando una risposta più adeguata di quella che viene dalla Chiesa tramite Papa Francesco.

La prossimità geografica e storica che abbiamo in Italia con il Papa di Roma molto spesso non ci aiuta a renderci realmente conto del prestigio planetario da tempo assunto dalla sua carica, ulteriormente rafforzata dalla sequenza di grandi personalità, tanto diverse quanto complementari tra loro, che si sono ultimamente succedute sulla cattedra di Pietro. Da ogni parte del mondo si guarda con rispetto a quella che è un’autorità morale di un rilievo senza paragoni, e unica anche per la sua durata nel tempo. Non solo infatti esiste ininterrottamente da duemila anni, ma nessun’altra nemmeno si avvicina a una durata del genere. L’autorità morale analoga e tuttora vigente che è seconda per antichità del riconoscimento, il Dalai Lama, ha una storia che inizia nel 1578. Perfino in paesi remoti e dove i cristiani sono esigue minoranze, non solo ovviamente i cattolici e più in generale i cristiani ma qualunque persona minimamente informata sa del Papa e presta attenzione alle sue parole e alle sue iniziative.

È perciò molto significativo il grande spazio che ai gesti e alle parole di Papa Francesco stanno dando adesso in Italia anche catene televisive e giornali tipicamente «laici»: media che fino a qualche mese fa nessuno avrebbe potuto immaginare si sarebbero messi a trasmettere o rispettivamente a riferire e a commentare come notizia di prima pagina la liturgia della Settimana Santa. E il fenomeno non è soltanto italiano. In questo quadro si situa come un punto culminante il “Momento straordinario di preghiera per il tempo dell’epidemia” che Papa Francesco ha presieduto sul sagrato della basilica di San Pietro in Roma lo scorso venerdì 27 marzo. Le parole che ha pronunciato impartendo la sua benedizione urbi et orbi dinnanzi alla grande piazza vuota e battuta dalla pioggia hanno dato non solo ai cristiani ma a tutto il mondo il senso di ciò che sta accadendo e la via da percorrere per venirne fuori.

Sullo spunto della lettura del passo del vangelo di San Marco 4,35 e seguenti (la tempesta sedata) il Santo Padre osserva innanzitutto che nella circostanza “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. (…). La tempesta “smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità” (…) privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità”. È venuto “il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni (…) È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che (…) senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo.”

“Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta”, continua il Papa, “ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. (…) Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente (…)”. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà”. La speranza, così indispensabile e invece così difficile da fondare, viene qui ancorata alla croce: “Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.”

A valle di tutto questo c’è tutto il patrimonio di esperienze e di pensiero raccolto in sintesi in encicliche come la Caritas in veritate di Benedetto XVI e la Laudato sì di Papa Francesco, vera e propria proposta organica ed esauriente di soluzione della crisi del nostro tempo. Prima però, come si diceva, viene la speranza.

Essendo ormai chiaro quanto la speranza sia una base primaria non solo della vita personale ma anche della vita politica ed economica, il Papa assegna così ai cristiani uno specifico compito civile nel mondo in cui viviamo: quello di garantire, anche per conto di tutti gli altri fratelli uomini, stabile fondamento alla speranza, la “virtù bambina”, diceva il grande scrittore e poeta Charles Péguy, che però conduce per mano le sue sorelle maggiori.

 

 

 

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