Davide Prosperi in Sicilia per ricordare i 100 anni di don Giussani

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di Francesco Inguanti

Davide Prosperi da pochi mesi è il nuovo Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. È giunto in Sicilia per partecipare alle manifestazioni che CL ha organizzato per ricordare i 100 anni dalla nascita di don Luigi Giussani, il fondatore di CL.

Dopo l’incontro svoltosi a Catania, ove ha dialogato con mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania e Guzmàn Carriquiry, vicepresidente emerito della pontificia commissione per l’America Latina e prima dell’incontro di Palermo, dove ha risposto ad alcune domande che gli sono state rivolte da Vincenzo Morgante, Direttore di TV2000, ha visitato il Duomo di Monreale. All’uscita lo abbiamo intervistato.

         

Presidente che nesso ha visto tra la sua esperienza cristiana e quella che promana dalla visione dei mosaici di Monreale?

Vedendo lo splendore e le rappresentazioni del Duomo ho compreso ancora di più ciò che ho imparato nel vivere l’appartenenza a CL, nel rapporto con don Giussani e anche quanto ci ha detto il Papa in Piazza San Pietro il 15 ottobre scorso.

In che senso?

Nel senso che la vita è un cammino sotto lo sguardo di Cristo. La strada e il contenuto della rivelazione cristiana coincidono nella persona di Cristo. Egli facendosi compagno del cammino, rivela anche chi è Dio. L’esperienza del carisma di CL ha rappresentato per me proprio il fare esperienza di questa coincidenza, cioè col fatto che chi incontra Cristo non solo, come è ben rappresentato nei mosaici, sente e vede la buona novella, ovvero che i ciechi vedono, gli storpi camminano, ecc., ma sperimenta anche che il cammino con Gesù porta ad una conoscenza di Colui che risponde al desiderio del suo cuore.

Può precisare meglio?

Intendo dire che l’eccezionalità dell’incontro con Cristo, che è un evento straordinario come lo sono stati i miracoli delle guarigioni da Lui compiute, introduce a un cammino che conduce, deve arrivare fino alla Rivelazione, rappresentata figurativamente nel libro aperto che Cristo tiene in mano. Se invece ci si ferma alle sensazioni dell’eccezionalità, non scatta il generarsi di una vera presenza, non nasce una comunione e viene meno la missione.

Prima ha parlato anche di quanto ha detto il Papa. Perché?

Dai mosaici si vede con chiarezza che la fede ha un contenuto. In un certo senso il Papa parlava di questo quando ci ha messo in guardia dal rischio dell’impoverimento della presenza. L’impoverimento avviene quando si separa l’annuncio del contenuto della Rivelazione cristiana dalla strada che tale contenuto indica. Cristo non ha portato solo un nuovo modo di stare dentro la realtà, l’ha anche giudicata, ha giudicato il mondo. Torno all’esempio del libro: nei mosaici il volume che tiene in mano Dio è sempre chiuso e solo alla fine del percorso, quando nel catino dell’abside la Rivelazione è compiuta e il libro è in mano a Cristo, esso è raffigurato aperto.

Ma veniamo adesso a temi di maggiore attualità? Che vuol dire celebrare i 100 anni dalla nascita di don Giussani, per lei che l’ha conosciuto personalmente?

Molti hanno conosciuto don Giussani personalmente come me e molti continuano a conoscerlo attraverso una storia di uomini nata dall’incontro con lui o con questa storia generata da lui. Ciò vuol dire che il fatto di averlo conosciuto non aggiunge nulla all’esperienza. Il segreto della sua testimonianza sta nel suo desiderio di comunicare il proprio rapporto con Cristo, dentro a tutte le circostanze della vita. Questo è ciò che mi ha affascinato fin dal mio primo incontro con lui nel 1995 e poi nel rapporto sempre più intenso che ho potuto mantenere fino alla sua morte.

E più precisamente?

Un certo modo, il suo modo di giudicare le cose, di conoscere la realtà, di rapportarsi con tutti. L’intelligenza straordinaria nel riconoscere i fattori necessari per poter dare un giudizio su ciò che accadeva, sempre con la preoccupazione che emergesse la figura di Cristo. Insomma, ciò che mi ha attratto è stata la sua passione per l’uomo che nasceva dalla sua affezione a Cristo.

Torniamo all’incontro con papa Francesco. Quali indicazioni vi ha dato? In cosa vi sentite mobilitati?

Nessuna indicazione specifica se non quella di approfondire personalmente e comunitariamente l’esperienza del carisma che ci è stato consegnato da don Giussani. Ci ha detto: “Io spero di più da voi”. Questo è un segno evidente e tangibile delle attese che in questo momento il Papa ripone sul Movimento. Attese alle quali CL deve rispondere con un rinnovato impegno missionario e con la testimonianza dell’unità che deve contraddistinguere la presenza dei cristiani nel mondo, come Gesù Cristo stesso ha detto ed è riportato nei Vangeli. E poi un’altra cosa.

Quale?

Che il carisma non può considerarsi mummificato, ma deve saper trovare forme sempre nuove per adeguarsi al cambiamento dei tempi e saper parlare e affascinare gli uomini di ogni epoca.

Ma questa è una questione che riguarda tutta la chiesa. O no?

Certamente, ma il Papa a noi lo ha detto direttamente e questo deve essere un impegno quotidiano di tutti i membri della Fraternità di CL.

E in particolare anche ai Movimenti laicali. O no?

Ovviamente, e aggiungerei a maggior ragione. Nei mesi scorsi la Chiesa è intervenuta in più occasioni, nei nostri confronti e anche nei confronti di altri Movimenti. A noi ha detto in particolare che dopo la morte del fondatore non deve stupire che ci siano momenti di sbandamento, di difficoltà, anche di interpretazioni differenti su quello che si è vissuto. Credo che quello che stiamo attraversando ora non è più un periodo di transizione, ma rappresenta un nuovo inizio. Il Papa e la Chiesa sono intervenuti per riaffermare che sono con noi, che camminano insieme a noi. Questo è motivo di grande conforto.

CL ha ormai quasi 70 anni di vita in Italia. In passato si è contraddistinta anche per il suo forte impegno sociale e politico. Oggi tutto ciò sembra essersi attenuato, se non dimenticato. Cosa è successo?

Don Giussani fin dall’inizio ci ha detto che una conseguenza pratica dell’educazione è fare i conti con tutta la realtà, ovvero che se Cristo c’è, c’entra con tutto. In altri termini: la prima preoccupazione di don Giussani e del Movimento è stata quella di generare adulti nella fede, in grado di stare di fronte alle sfide che la società e il mondo pongono. In questo senso la presenza sociale e politica non è mai stata il punto di partenza né tantomeno l’obiettivo della vita di CL, ma piuttosto una delle forme espressive della responsabilità personale di adulti cresciuti nell’appartenenza alla nostra compagnia. Forme che nel tempo sono cambiate, adeguandosi al contesto, rinnovandosi.

Si, ma oggi?

Preso atto che oggi sono cambiate tante cose, anche nella politica e nel fare politica, rimane intatto il diritto di coloro che desiderano di impegnarsi attivamente in politica, magari con modalità diverse rispetto al passato e forse con una maggiore disponibilità soprattutto al rischio personale. E questo impeto permane in tanti dei nostri amici presenti soprattutto nelle istituzioni locali, dove insieme ad altri sono chiamati a provare ad attuare i principi della Dottrina sociale cristiana attraverso nuove forme, come ci ha indicato il Papa.

E per finire una battuta sulla Sicilia e sul suo problema più grave e antico: la mafia. Come vede dal suo punto di osservazione l’impegno della Chiesa siciliana?

La Chiesa siciliana ha dato il suo contributo, anche attraverso la testimonianza e il martirio di alcuni suoi esponenti. Non dimentichiamo che nella Cattedrale di Palermo si venerano le spoglie del beato Pino Puglisi. Personalmente quest’anno attraverso una mostra presente al Meeting di Rimini sono stato colpito dalla figura e dall’opera del giudice beato Rosario Livatino.

Che cosa l’ha colpito in particolare della testimonianza del giudice agrigentino?

La maggiore sorpresa è stata immergersi nella vita e nel lavoro di Livatino. L’unità profonda da lui vissuta tra fede, vita e lavoro di magistrato – la sua lucidità di giudizio, fino a coniugare l’esercizio del giudicare con la misericordia – è stata per me e per gli amici coinvolti un grande segno, una testimonianza che ci porteremo dentro per sempre.

Se volesse sintetizzare il senso del suo viaggio e dei suoi incontri in Sicilia per ricordare don Giussani, cosa potrebbe dire?

Giornate all’insegna della speranza. Una speranza che gli adulti devono consegnare ai giovani e che i giovani devono saper coltivare, se non vogliono perdere la creatività necessaria per edificare il loro futuro e quello della società in cui vivranno.

Per finire le chiedo di rivolgere gli auguri di Natale. Cosa dobbiamo chiedere quest’anno a Gesù Bambino?

Credo che abbiamo tutti bisogno che venga Gesù e che venga come un bambino, domandando di essere accolto, voluto, amato, e anche custodito, perché possa dare al mondo quello che il mondo aspetta. In questo momento noi siamo come quando Gesù era bambino, esposto a tutti i rischi, a tutte le violenze del mondo, a qualunque accidente che potesse accadere, e l’esempio della guerra è solo il più eclatante. Ma la Sua mamma e il Suo papà lo hanno custodito, coscienti di quello che quel bambino avrebbe potuto realizzare nella storia. A noi oggi viene chiesto non di essere i protagonisti della storia ma di custodire questo bambino che è venuto per salvare il mondo.

 

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