Le cento ripartenze di Giorgio Paolucci

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di Francesco Inguanti

“Cento ripartenze” è il titolo del libro che raccoglie i racconti pubblicati sul quotidiano Avvenire da Giorgio Paoloucci, che ne è stato per molti anni vice direttore ed è attualmente editorialista, e anche altri inediti scritti successivamente. Sono scritti molto brevi (1.300 battute, come richiesto dalla redazione) che dicono di tanti casi in cui una persona che si è cacciata in un buco nero è potuta uscire e quindi ripartire.

Vicende legate a malattie, tossicodipendenze, reclusioni carcerarie, difficoltà psicologiche o psichiatriche, postumi da pandemia. Insomma, vicende dolorose quasi sempre a lieto fine. Ma non è, si badi bene, un libro buonista, in cui il bene alla fine trionfa come nelle favole di un tempo; oggi non è più così neppure nelle favole. Sono tante vicende umane, molte ma non tutte anonime, in cui la persona ha fatto i conti, spesso per causa propria, con situazioni difficili, talora drammatiche, da cui sembrava impossibile uscire. Eppure quasi sempre in fondo al tunnel c’era una luce, talvolta fioca, talvolta limpida in grado di dare speranza anche alle situazioni apparentemente senza. Paolucci nell’introduzione spiega così: “…ci vuole un punto di luce a cui guardare perché il buio non abbia l’ultima parola”.

Cosa lega tutte queste brevi storie che spaziano dalle Alpi al Canale di Sicilia? Qual è stato lo strumento che ha consentito a questi ignoti personaggi di ripartire?

In molti, in moltissimi casi, quelli legati alle devianze di vario genere, le possibilità, qualcuno la chiama la fortuna, di incontrare strutture e personale specializzato per uscire dalla galleria della droga, dell’alcool, dell’anoressia, ecc. Strutture quasi sempre private, di stampo solidaristico, in cui il personale, spesso volontario si è preso cura innanzitutto della persona, così come si presentava, senza giudizi o pregiudizi, senza progetti o scadenze, ma con la sola preoccupazione di non abbandonare nessuno per strada. Queste storie, e tante altre di cui è pieno il nostro Paese, dovrebbero indurre governanti e politici ad avere più attenzione, cura e affetto di questo mondo della sofferenza che quasi sempre si regge sulla generosità dei gestori e del personale delle strutture preposte. Una copia di questo libro andrebbe regalata a Natale a più di un politico.

Un altro filo che lega altre storie può essere sintetizzato dalla parola “incontro”. Sono incontri talora occasionali e con persone anonime che hanno consentito un percorso in grado di avviare una ripartenza, che ha portato ad un esito positivo della vicenda. Come recita la frase “nessuno si salva da solo”. E queste storie lo testimoniano. Non è mai un percorso studiato a tavolino, un progetto pensato teoricamente in grado di sostenere la fatica di una persona che si trova in difficoltà. Le persone incontrate non sono specialisti, studiosi, intellettuali, ma persone come tante altre in grado di intercettare l’umano, il positivo, il buono che c’è in ognuno di noi e di far leva su questo per indicare le tappe di una possibile ripresa. Paolucci li definisce “testimoni di speranza”. Spesso, ma non sempre sono, dei sacerdoti, ma sono sempre amici che sanno prendersi cura dell’amico, disposti ad accompagnarlo in una strada della quale non garantiscono la riuscita, ma solo la possibilità che sia quella giusta.

Il libro, seppur in modo anomalo e originale, è un inno alla libertà, sia quella di raggiungere il bene sia quella di commettere il male. Scommettere sulla libertà vuol dire proprio non dire mai: basta, è finita, in qualunque situazione ci si possa cacciare. La libertà di fare e di farci male va di pari passo con quella del riscatto, della possibilità di rimettersi in carreggiata. Così siamo stati fatti. Talvolta si suole dire che se Dio non ci avesse dato la libertà, nelle due opzioni di cui abbiamo detto, si sarebbe annoiato dell’uomo. Non spetta a noi dare la risposta ma usare bene la libertà, questo sì! Ecco perché è un libro di storie di libertà messa alla prova, anche di prove dure e dolorose.

Il terzo ed ultimo filo è sintetizzabile nella domanda che l’autore si è posta alla conclusione della sua opera: Cosa ho imparato da questi incontri? È la medesima domanda che ogni lettore si porrà giunto alla pagina 108 del libro. Paolucci risponde così nell’introduzione: “Anzitutto a maturare uno sguardo curioso e attento sulla realtà, a cogliere i segni che rimandano ad ‘altro’. A un Altro. A Dio che si rende presente nelle circostanze della vita. Generalmente nell’ordinarietà, talvolta in maniera straordinaria. Ci raggiunge passando attraverso persone e fatti che diventano le Sue braccia. Siamo spesso distratti, non ce ne accorgiamo, ma Lui ci parla, dobbiamo solo essere attenti ai segni della sua presenza”. Ciascuno potrà – giunto alla fine della lettura – stabilire se condivide questa risposta.

Un’ultima notazione. Alcuni racconti sono strettamente personali, tratti dalla vita dell’autore. Ne voglio citare solo uno a pag. 66, intitolato: “Anniversario” L’anniversario in questione è quello dei suoi 42 anni di matrimonio. Giornalisticamente si potrebbe dire che giungere a 42 anni di matrimonio oggi è già una notizia. Ma Paolucci l’ha voluta condividere con tutti i lettori di Avvenire (e ora di questo libro) e tentando di rispondere al segreto di questi anni scrive che essi hanno richiesto la capacità di “sapersi perdonare”. E poi spiega: “Una capacità che da soli non siamo capaci di generare, possiamo soltanto continuare a domandarla e ringraziare Chi continuamente ce la dona, perché è la vera garanzia per poter ripartire ogni giorno”.

Forse più che 100 storie di ripartenze, ne avremmo bisogno 1.000, 10.000 e tante altre, anche perché bisogna saper ripartire ogni giorno.

Giorgio Paolucci, Cento Ripartenze. Quando la vita ricomincia, Itaca edizioni, Castel Bolognese, 2022, €12,00. Il libro si può acquistare sul sito www.itacalibri.it

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