Meeting di Rimini: Cristiani, cioè artigiani di pace

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di Giuseppe Lupo

Si è aperto ieri sabato 20 agosto il Meeting di Rimini 2022. Il titolo di quest’anno, “Una passione per l’uomo”, proviene da un intervento in cui Luigi Giussani -fondatore di CL e ispiratore della kermesse riminese, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita – affermava che “il cristianesimo non è sorto come una religione ma come una passione per l’uomo”. E continuava “Questo vuol dire che ognuno di noi è voluto e chiamato ad una vita e un compito unico”. Ed è proprio del compito dei cristiani, quali ‘artigiani della pace’ (secondo la definizione di Papa Francesco) che si è parlato nel primo incontro di  quest’anno.

Sono intervenuti tre testimoni d’eccezione, che servono la Chiesa in zone del mondo in cui la parola pace non sembrerebbe ammissibile nemmeno pronunciarla.

Il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, è il primo a declinare la parola pace in una latitudine altamente conflittuale come quella centrafricana.  È così che racconta di aver corso dietro ai ribelli “con la sola forza della fede” per difendere il suo popolo, di aver presenziato e parlato in difesa della dignità umana, laddove la voce che prevaleva erano le armi da fuoco. “La pacificazione è un processo, ovvero un orizzonte che deve sempre trovarci in tensione e vigilanti”, afferma il porporato più giovane al mondo.

Essere vigilante implica esporsi al rischio, come quando il cardinale decide di costituirsi in prigione in solidarietà con il pastore protestante di Bangui, reo soltanto di aver affermato che non v’era pace nel paese. Quel gesto scagiona il pastore, benché costi la notte fonda in carcere anche al cardinale.

Gesti come questo creano ponti, anzi qualcosa su cui costruire. Così nasce la consapevolezza che la pacificazione passa dal fare fronte comune con gli altri esponenti religiosi e così nasce la Piattaforma interreligiosa per la pace in Centrafrica (costituita da cattolici, protestanti e musulmani). Organismo che rimane l’unico in grado di esprimere le esigenze del popolo sofferente ed addirittura diventa l’unico interlocutore anche a livello internazionale, quando non c’è più un governo a rappresentare il Paese.

S.E. card. Nzapalainga chiude il suo intervento esortando tutti a costruire ponti e farsi mediatori tra le comunità ucraine e russe che vivono nel territorio italiano.

Dal Centrafrica al Medioriente, la situazione è diversa negli interpreti e nelle modalità, ma le ragioni dell’odio sono le medesime.

“La cosa più grave in Terra Santa è che nessuno più si fida dell’altro” queste sono tra le prime parole di Mons. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme.

 

Perdono è parola difficile e apparentemente debole in un contesto in cui la sequenza delle azioni riprovevoli sembra non avere fine. Le ragioni delle vittime sembrerebbero quasi evase da una parola come il perdono. Anzi è la solitudine che va messa in conto come parte essenziale, perché è impossibile ipotizzare di ricercare pace e giustizia con le acclamazioni. La solitudine è il peso che un testimone deve contemplare perché possa dare frutto a suo tempo l’impegno per la pace.

Ma anche in un contesto in cui il male e il buio sembrano assalire lo sguardo e il cuore è possibile sempre rinvenire le luci, le fiammelle che illuminano. Il patriarca latino di Gerusalemme conclude citando la piccola comunità cattolica di Gaza, che pur vivendo disagi come l’intermittenza di luce elettrica e acqua ed essendo contraddistinta da una sostanziale povertà, non smette di operare laboriosamente e adoperarsi per il prossimo. Non smette l’opera di artigianato della pace, che costruisce, trasporta frigoriferi e non si attarda ad impregnare il cuore col fiele del rancore e della ritorsione.

In Europa se si parla di paesi senza pace non si può non pensare alla questione dell’Ucraina. “Per i cristiani la pace è un’esperienza presente che riverbera l’esperienza affettiva del rapporto con Cristo”, a parlare è Monsignor Paolo Pezzi (arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca) che riecheggia gli altri due interventi, ribadendo che costruire pace può passare anche dal rimanere inermi offrendo la propria presenza, di fronte a situazioni che non si possono risolvere immediatamente.

Essere artigiani di pace, seguendo il metropolita di Mosca, significa appassionarsi a creare le possibilità per la pace, rispondere della propria vocazione e riconoscere l’importanza del perdono. “Non è possibile eludere l’esperienza del perdono per vivere” scandisce Mons. Pezzi e aggiunge: “Nell’umano si oppone alla prepotenza del potere e alla disperazione questa esperienza del perdono”.

Tutto questo può accadere, per parafrasare il messaggio del Pontefice al Meeting, “soltanto se la musica del Vangelo non smette di vibrare nelle nostre viscere”.

E questo riguarda tutti, a qualsiasi latitudine ed intensità di conflitto la nostra vita sia immersa.

 

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