Il mio ultimo giorno di lavoro

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di Salvatore Di Liberti

Dopo oltre 40 anni di lavoro nel reparto di pediatria e neonatologia dell’ospedale della mia città, l’ultimo giorno di lavoro mi ha regalato il ricordo più bello.

Quel giorno ero stato adibito alla somministrazione dei vaccini anti Covid-19 e stavo procedendo ad iniettarne una dose ad un ragazzo. Scambiando due parole prima della iniezione mi dice che sebbene non lo conoscessi, certamente conoscevo sua madre. In tanti anni di “onorata carriera” avrò assistito a migliaia di parti e conosciuto migliaia di bambini. La sua affermazione mi sembrava assolutamente ovvia, quasi banale. Poi però aggiunge: “Vorrebbe parlare con mia madre”? Immediatamente compone il numero e me la passa al telefono.

Superato l’imbarazzo iniziale la madre inizia a piangere e poi a fatica passa a raccontare un evento di 28 anni prima. A quel punto anche la mia mente si mette in moto e i ricordi riaffiorano.

Avevo deciso di sostituire un collega nel turno di notte; una notte da ricordare per la quantità e la difficoltà dei casi cui avevamo fatto fronte. Alle prime luci dell’alba ero riuscito finalmente a fermarmi qualche minuto. Mancavano ancora almeno tre ore alla fine del turno. Sentiti bussare alla porta del reparto. Subito pensai che qualcuno stesse male e aprendola mi trovai dinnanzi una giovane donna in lacrime. Pensai che avesse bisogno di qualcosa, ma rifiutò di entrare e iniziò il suo racconto. Era al terzo mese di gravidanza, aveva già 3 bambini e il marito non ne voleva sapere di averne un altro. Infatti il marito aveva già prenotato la visita con il ginecologo per l’interruzione della gravidanza. Iniziò un lungo colloquio interrotto dalla fine del mio turno dopo oltre tre ore. Poi lei se ne andò a casa e non ne seppi più nulla. Anch’io tornai a casa e dimenticai quasi subito l’avvenimento. Dopo 28 anni oggi non ricordo nulla di quanto ci dicemmo. Posso immaginarlo. Certamente avrò detto dell’importanza della vita e del suo significato, frasi e parole che ho ripetuto tantissime altre volte nei 40 anni passati in un reparto ospedaliero in cui si assistere principalmente alla nascita della vita.

La telefonata si conclude con la sua ammissione: dopo il colloquio di quella notte aveva deciso di non abortire ed aveva portato a compimento la gravidanza. Il bambino nato sei mesi dopo era ora quel ragazzo che stava davanti a me. Ha avuto il tempo di dire che la sua vita era cambiata da quella notte e che tutti in famiglia erano stati contenti, e lo sono ancora, di aver fatto nascere quel bambino, che ora io avevo appena vaccinato. Poi ha chiuso. Non mi ha dato il tempo di chiedere nulla. Il figlio mi ha ringraziato e salutato affettuosamente, precisando solo che era nato in ospedale diverso da quello in cui io ho lavorato.

Questa vicenda ha segnato la mia esperienza professionale più di tutte quella affrontate nei 40 anni precedenti. Costringe a farsi molte domande, la prima delle quali è sulla casualità degli eventi, come qualche collega il giorno del brindisi finale in reparto mi ha detto. Qualche altro più timidamente ha aggiunto che per quanto gli eventi possano essere legati dal caso, poi c’è sempre un filo che li unisce, anche se noi non sempre riusciamo a vederlo.

Mi ha raccontato di un fatterello riportato in un libretto su San Padre Pio che teneva in tasca. In esso si narra che il frate un giorno ebbe a raccontare: “C’è una mamma che sta ricamando. Il suo figliuolo, seduto su uno sgabelletto basso, vede il lavoro di lei; ma alla rovescia. Vede i nodi del ricamo, i fili confusi … E dice: ‘Mamma si può sapere che cosa fai? È così poco chiaro il tuo lavoro?!’. Allora la mamma abbassa il telaio e mostra la parte buona del lavoro. Ogni colore è al suo posto e la varietà dei fili si compone nell’armonia del disegno. Ecco, – concluse Padre Pio – noi vediamo il rovescio del ricamo. Stiamo seduti sullo sgabello basso”.

Ecco, forse tante volte non sono riuscito a vedere bene perché mi sono seduto sullo sgabello sbagliato.

 

 

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