Don Giussani: una gratitudine che domina la vita

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di Maria Acqua Simi

Non ho mai conosciuto di persona don Giussani. Certo, avevo imparato a riconoscere in alcuni video quella voce profonda e roca – che con l’avanzare degli anni si faceva sempre più rotta -, i suoi gesti, il suo linguaggio, le sue espressioni pescate chissà dove ma così corrispondenti al cuore anche se, fino in fondo, io ragazzina non ne capivo ancora il significato. Ma lo intuivo. Non ho mai conosciuto il don Gius, dicevo. L’unica volta che gli sono passata accanto, il tempo di un “amen”, è stato il giorno in cui è morto. Era il 22 febbraio del 2005, io avevo perso mio papà pochi mesi prima, e quando la notizia ci raggiunse, in casa mia fu come se si aprisse un’altra ferita. Ci sentivamo orfani: io, mia mamma, i miei fratelli. Perché anche se non avevamo mai avuto modo di parlare con lui, il suo modo di vivere il cristianesimo aveva permeato la nostra vita, cambiandola per sempre. Così quella sera – accompagnati da don Natale Bellani, un prete innamorato di Cristo e del Movimento – volammo a Milano, al Sacro Cuore (dove era allestita la camera ardente), per salutare “il don Gius”.

Ci andammo per una gratitudine che ancora oggi, sedici anni dopo, rimane. Sono cresciuta in una famiglia cristiana, di cielle: mia mamma, un tempo fiera donna della sinistra più battagliera, aveva incontrato il Movimento a Cremona grazie a un sacerdote, don Cesare, che passerà poi la maggior parte della sua vita in missione in Argentina. Mio padre, chimico e cantautore, nato a Milano in una famiglia cattolica dedita all’aiuto dei tossicodipendenti, aveva incontrato Comunione e Liberazione da ragazzo. Le due cose più belle che io e i miei fratelli abbiamo sempre respirato in casa, sono state una libertà e una passione per la bellezza che portava i nostri genitori e i loro amici a incontrare tutti: ad accogliere minori in affido e persone in difficoltà, ad amare il proprio lavoro, ad avere amici in ogni angolo del mondo (dal Brasile all’Argentina, dal Kazakistan all’Africa) e in ogni regione di Italia, ad appassionarsi di arte, musica, buon cibo, storia, poesia…

Ad accomunare tante delle persone che incontravamo, in questa febbre di vita, l’appartenenza al Movimento e una fedeltà alla Chiesa che diventava poi vita quotidiana anche per noi bambini: la messa, il catechismo, i sacramenti, la vita di oratorio ma anche quella di cielle e poi, crescendo, i momenti di incontro e studio con  i Cavalieri di Sobiesky (alle medie), Gioventù Studentesca, il CLU (CL Universitari), gli esercizi spirituali, la settimana di agosto fissa al Meeting di Rimini come volontari, la caritativa, la vacanza in montagna in più di 400…

Ecco, le vacanze in montagna insieme sono forse la cosa che più mi ha fatto “conoscere” davvero il Gius. Perché tutti i sacerdoti che ci guidavano in queste vacanze “di gruppo” lo avevano conosciuto e ci parlavano di lui come di un amico, un prete che aveva una sola cosa a cuore: che tutti conoscessero Cristo presente, qui e ora. E siccome don Giussani era travolgente, anche loro si appassionavano come lui della montagna, di Leopardi, dei grandi autori russi (penso a Dostoevskij, tra gli altri), della letteratura, della musica e ne parlavano a noi.

E allora seguire i loro passi in salita, sul sentiero, o in discesa sul ghiaione con gli scarponi e il mal di piedi, diventava per me una metafora chiara, semplice, della vita. Mettere i piedi dove li mette chi sta davanti a te, seguire sempre, anche quando si ha paura o si è confusi, anche quando la stanchezza o il mal di gambe farebbero venir voglia di posare lo zaino e non alzarsi più. E che ricchezza guardare alla bellezza che la guida ti indica: un fiore, il sole che spunta dopo il temporale, le vette innevate. Ricordo ancora una gita al Vajolet: la giornata era tersa, la gita impegnativa. All’arrivo – dopo un bel pranzo al sacco e qualche gioco di squadra- ci mettemmo a cantare tutti insieme i bei canti alpini. Lì don Giuseppe Vergani ci ricordò un episodio che il Gius raccontava spesso, di quando da bambino accompagnando all’alba la mamma alla messa, la sentì esclamare di fronte alla prima stella del mattino: “Come è bello il mondo e come è grande Dio!”. Quella frase, quel cristianesimo semplice e povero, aveva dentro tutto. Lo stupore, la gratitudine, la commozione. Le stesse che provavo io dentro quella “strana” compagnia.

E così, seguendo questi amici, anche il don Gius è diventato mio amico. Lo è diventato perché capivo che non era lui, quel sacerdote brianzolo ironico e burbero che mai avrei incontrato, il punto. Non era “un mito” lontano come può essere a volte per certe figure idolatrate (per intenderci: sul mio letto di adolescente avevo appese le foto di Di Caprio e Valentino Rossi con innumerevoli cuori a contorno di cui mi vergogno ancora adesso. Ma nel cassetto del comodino tenevo le lettere dei miei amici di GS, certe pagine strappate da “Tracce”, la rivista di CL, il libretto delle ore e dei canti e quelli degli Esercizi spirituali di noi studenti). Dicevo che il punto non è mai stato lui. Perché se c’è una cosa che posso dire, è che don Giussani ha sempre spinto a guardare ad altro, non sé stesso. Non ho una grande memoria generalmente, tendo a cancellare tante cose, ma ricordo come se fosse ieri quando in piazza San Pietro, in ginocchio davanti al Papa, il Gius pronunciò una frase che non so perché ogni tanto mi torna alla mente: “Il cuore dell’uomo mendicante di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo”. Mi stava dicendo (io ero davvero poco più che una bambina allora, grassottella e piena di insicurezze) che il desiderio che io avevo (e ho ancora) di felicità, di dare la vita per qualcosa di grande, aveva un volto e che quel volto, Gesù, voleva me! Me! Così com’ero!

Per me e i miei amici fu un lampo. Vivevamo travolti dall’annuncio di qualcosa di straordinario che poteva essere per tutti, a scuola, a casa, in oratorio, nell’ospizio dove andavamo a fare caritativa (una sorta di “volontariato” ma più gioioso), nel gruppo musicale nel quale suonavamo! C’era un Destino buono e allora bisognava buttarcisi a capofitto in questa vita: innamoramenti, litigi, discussioni, politica, musica, studio, compiti insieme, gite, viaggi in treno infiniti per andare a trovare questo o quell’amico dall’altra parte del Paese. È stato così, intensissimo, anche negli anni dell’università, che per me rimangono tra i più belli! Guidati da don Pino, insegnante di teologia in Cattolica e “discepolo” di don Giussani, abbiamo imparato ad andare a fondo delle cose che dovevamo studiare (per me è stato il Medio Oriente), dei rapporti che nascevano con i compagni di studio, negli Erasmus, negli stage, con i docenti. Non c’era nulla che ci fosse estraneo e capivo che la mia vocazione, quella chiamata che tutti sentiamo nella vita, passava da quell’impegno, da quel lavoro, da quel seguire ancora una volta chi il buon Dio mi aveva messo davanti.

L’ultimo anno di università, andavo quasi ogni mattina a messa al Cimitero monumentale dove è sepolto don Giussani. Il prete – vedendomi sempre lì con il mio amico Martino e altri giovani – una mattina ci chiese chi fossimo. Risposi che eravamo giovani universitari di CL e lui, sorridendo, ci disse: “Ah, ma voi siete di don Giussani!”. “Voi siete di”, “tu sei di” è un’espressione che non si usa quasi più, ma che sta a indicare di chi si è figli. E noi – quel prete lo aveva capito – eravamo figli di don Giussani senza averci mai parlato.

Da allora quanta vita è passata: tra i miei amici c’è chi è entrato nei Memores Domini, chi in Monastero dalle Trappiste di Vitorchiano o in seminario, chi si è sposato, chi è partito in missione in Africa, Russia, Cina, Sud America. Alcuni amici non ci sono più, altri hanno vissuto o stanno vivendo prove durissime ma anche il dolore – per quella che è la mia esperienza in cielle – non è mai stato qualcosa da censurare, perché anche dentro le ferite Dio parla. Potrei fare mille esempi: dalla mia amica Trama morta di tumore pochi anni dopo l’università, alla Robi, mancata due estati fa dopo anni di malattia (senza rinnegare la sofferenza, ma lieta perché certa del Destino buono che si compiva), da tanti di noi che sono stati colpiti dalla pandemia, dalla disabilità o da morti improvvise, fino a mia sorella e suo marito che, pur nella ferita di non riuscire ad avere bambini, hanno accolto in casa un bimbo in affido solo per restituire un po’ di quel bene che sentono sulla loro vita.

Così, se mi guardo indietro, oggi che ho 35 anni non posso che ringraziare questo amico sconosciuto che mi ha insegnato che “cuore”, “ragione” e “realtà” non sono parolacce ma tre strumenti formidabili che tutti noi possiamo usare. E quando dico tutti, dico tutti! Vale per me e vale per le donne malate di aids in Uganda, per i miei amici siriani o iracheni che hanno vissuto la guerra, vale per la mia vicina di casa abbandonata dal marito, per i miei colleghi di lavoro, per i genitori dei compagni di scuola di mio figlio Marco, per l’ostetrica che è diventata mia amica in ospedale. Per tutti.

Lo ringrazio – questo don Giussani – perché ha generato un popolo di persone innamorate di Gesù. Non perfette – perché sempre bisogna fare i conti con i limiti, le capacità, il peccato e la libertà di ciascuno – ma sempre in ricerca di Dio. Guardo la mia famiglia, mio marito e i miei bambini, e so che se siamo insieme è anche perché un giovane prete fragile di salute, tanti anni fa, si è preso la briga di non tenere per sé l’intuizione di un cristianesimo vivo. In cui tutti possiamo riconoscerci.

Scusate, so di aver scritto molto, ma se qualcuno di voi fosse arrivato fin qui, ci terrei a condividere una delle cose per me più belle mai dette dal Gius. Lui aveva un modo di raccontare i Vangeli e la vita di Gesù affascinante, che ce li faceva (ce li fa) percepire vicini! E così descriveva come il cristianesimo si è trasmesso dalla nascita di Gesù fino a noi. Un fiume nella Storia che si ingrossava, e che ha raggiunto anche me.

“(…) Giovanni e Andrea, e quei dodici, Simone e gli altri, lo dissero alle loro mogli, e alcune di quelle mogli andarono con loro… Ma lo dissero anche ad altri amici. E gli amici lo dissero ad altri amici, e poi ad altri amici, poi ad altri amici ancora. Così passò il I secolo, e questi amici invasero con la loro fede il II secolo e intanto invadevano anche il mondo geografico. Giunsero fino in Spagna alla fine del I secolo e fino all’India nel II secolo. E poi quelli del II secolo lo dissero ad altri che vissero dopo di loro, e questi ad altri dopo di loro, come un gran flusso che si ingrossava, come un gran fiume che si ingrossava, e giunsero a dirlo a mia madre – a mia mamma –. E mia mamma lo disse a me che ero piccolo, e io dico: «Maestro, anch’io non capisco quel che dici, ma se andiamo via da te dove andiamo? Tu solo hai parole che corrispondono al cuore».

 

 

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