Curare e confortare: il mio impegno di medico al Covid di Partinico

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di Francesco Inguanti
Giuseppe Giacopelli è un medico anestesista-rianimatore che da molti anni presta la propria opera negli ospedali della provincia di Palermo. In passato ha lavorato ad Alcamo, Corleone e più di recente al Buccheri La Ferla di Palermo. Da due mesi è nel reparto Covid dell’ospedale di Partinico.

Dottore, perché ha deciso di andare a Partinico?
Ho accolto di buon grado l’invito che mi è stato rivolta dall’Asp a lavorare a Partinico, anche se potevo tranquillamente rimanere a Palermo. La scelta deriva dalla mia disponibilità a non tirarmi mai indietro in ogni situazione ed anche dal legame affettivo e professionale con alcuni colleghi che già erano in quell’Ospedale e con i quali in passato ho lavorato bene.
E che situazione ha trovato?
Come me l’avevano descritta e come tutti, più o meno, sanno: drammatica!
Quanto incidono in questa drammaticità le disfunzioni e la cattiva organizzazione che hanno provocato polemiche finite anche sulla stampa?
Mio padre mi ha sempre detto che alle polemiche non si risponde con le polemiche, ma con i fatti. Non ci vuole molto a vedere come l’emergenza in cui tutt’Italia si trova da un anno abbia provocato moltissime complicazioni e disfunzioni. Si poteva fare di più e meglio. Si può ancora fare di più e meglio, da Roma a Palermo, da Palermo a Partinico. Ma in reparto non c’è spazio per tutte queste cose. Guardando i malati cerco innanzitutto di svolgere al meglio il mio compito. Lo stesso vale per tutti i miei colleghi e tutti gli operatori sanitari. Mi auguro che tutti facciano altrettanto.
E allora perché ha definito drammatica la situazione?
Perché a Partinico giungono pazienti estremamente gravi di tutte le età; i più anziani e i più fragili rischiano di più. Questa malattia è molto pesante, produce molta sofferenza, perché la patologia lascia vigili e coscienti fino alla fine; per cui il malato sente tutto il peso della sofferenza più quella della solitudine. Non solo manca del tutto il rapporto con i parenti, ma anche quello col personale sanitario è ridotto al minimo, anonimo, quasi invisibile.
Ci spieghi meglio.
Non solo i familiari non possono venire a far loro visita, ma anche il personale a causa degli indumenti di protezione si presenta ai loro occhi in modo anonimo. Per loro siamo tutti uguali, tutti con gli stessi camici, le stesse mascherine, e fanno fatica anche a distinguere un uomo da una donna. Per loro siamo tutti e nessuno, perché non scorgono mai il nostro volto. Al massimo riconoscono la voce. E questo aspetto ha effetti molto pesanti sul piano psicologico.
Ma come fa un medico o in infermiere a conservare l’anima, cioè la propria dimensione spirituale, in un contesto così duro? Quando noi vi vediamo in televisione sembrate tanti automi che vi muovete a comando.
Posso affermare, anche per quello che noto tra i miei colleghi, che questa malattia ci ha costretti a riscoprire noi stessi, a imparare un modo nuovo di essere medico. Può sembrare paradossale, ma non dimentichiamo che è la prima volta che si fa – direi in tutto il mondo – un’esperienza come questa con la pandemia da Coronavirus. La particolarità risiede anche nel fatto che pazienti e medici siamo tutti nella stessa barca, cioè viviamo lo stesso rischio, cioè possiamo ammalarci entrambi allo stesso modo.
E questo cosa cambia?
Questo aspetto ci porta a comprendere meglio la loro sofferenza, perché sappiamo che anche noi corriamo il rischio concreto di occupare il loro posto in un letto di ospedale. Vi è poi da tener presente che questa malattia, se incorre lo stato terminale, spesso non lascia scampo. Questo è l’aspetto drammatico e noi non possiamo non coinvolgerci. Insomma, non è come curare un tumore o un cancro, per quanto gravi siano quelle patologie.
E che tipo di coinvolgimento vivete?
Lo dico raccontando la vicenda di una signora non molto anziana, cosciente e in grado di parlare con noi, la quale grazie alle cure aveva iniziato a migliorare. È stata parecchi giorni in reparto ove era un punto di riferimento umano per degenti e personale medico. Le volevamo bene e ci voleva bene. Sembrava che potesse farcela, ma un improvviso peggioramento l’ha portata alla morte in breve tempo. È stato un momento di grave sofferenza. In molti abbiamo pianto. Non capita con tutti, ma quando ci sono persone significative umanamente rimane un segno indelebile. Insomma non solo la vita ma nemmeno la morte è uguale per tutti.
Come si può sintetizzare l’esperienza che state vedendo?
Oltre alle nostre responsabilità nel curare i malati, il primo impegno di noi tutti può essere racchiuso nella parola “conforto”. Cerchiamo di farlo sempre e con tutti. Ma quando dobbiamo intubarli noi soffriamo particolarmente perché perdiamo il contatto umano. Loro sono sedati, ma noi non possiamo più parlare con loro, ma solo con le macchine e questo per un medico è la cosa più dura da accettare. Cioè curare una persona e parlare con lei solo attraverso le macchine che la tengono in vita.
Che tipo di pazienti giungono da voi?
Sono persone che hanno alle spalle giornate o settimane di malattia e sofferenza, ma sono soprattutto persone con una storia alle spalle, fatta di famiglia, lavoro, rapporti umani, ecc. Prima di giungere da noi hanno visto, come tutti, in televisione il film della pandemia. Ma quando giungono in reparto da spettatori si trasformano in attori; il film si trasforma in tragedia e loro devono rappresentarla in prima persona. Ora la paura di tutti diventa in loro personale ed espressa in modo palese nei loro occhi. Ma non solo negli occhi, anche a parole.
Cosa vi dicono più spesso?
Ci chiedono: “Dottore, ma io ce la farò?” Sanno che ogni girono può essere l’ultimo e noi siamo coloro che dovrebbero dare una risposta. E noi ogni giorno dobbiamo saper dare risposte, che non può offrire solo la cura, ma che possiamo testimoniare nel modo in cui diciamo a tutti di avere speranza.
Come si fa ad attaccarsi alla vita se si sa che quello può essere l’ultimo giorno di vita?
È una domanda che mi faccio anch’io tutti i giorni. Probabilmente cercherei di pregare incessantemente. Probabilmente farei il massimo sforzo per tenere duro, cioè per non cedere le armi prima di combattere. Ma quando guardo i loro occhi atterriti mi chiedo se io sarei più forte di loro.
Cosa dite loro più spesso?
Il nostro colloquio con loro è soprattutto fatto di silenzio, di “rispettoso silenzio” si potrebbe dire. Nei nostri reparti c’è ormai questo “rispettoso silenzio”, mancano anche i motivi per non fare silenzio. Esso è figlio innanzitutto della paura che schiaccia i malati; ma è anche come una sorte di preghiera collettiva cui tutti partecipano esprimendo le parole sulle labbra o nel cuore, senza che nessuno le possa ascoltare. E noi operatori in questo silenzio spesso irreale parliamo e ci esprimiamo, con piccoli gesti, magari solo una carezza che è ciò di cui di più avvertono il bisogno.
In questo silenzio cosa accade?
I malati hanno consegnato la loro vita nelle nostre mani, e dentro questo silenzio, chiedono non solo di essere guariti, ma soprattutto di non essere abbandonati al loro destino. Più precisamente ci hanno consegnato la speranza della salvezza dalla malattia, ma anche quella della propria anima. Certo ognuno lo fa come sa, come è stato educato a farlo, e come può. È come se il reparto si trasformasse in un luogo di preghiera in cui ciascuno prega per conto proprio, ma tutti riconoscono che la propria vita è nelle mani di un Altro.
Che differenza nota con le sue precedenti esperienze in ospedale.
In passato il mio ingresso in reparto era l’occasione da molti attesa per poter parlare di tutto e di tutti, di calcio e di cucina, di figli e di politica. Era una parte della cura; aiutava a tener viva la speranza di guarigione. Adesso tutto ciò si fa nel silenzio, più con i gesti che con le parole, è tutto più essenziale, ma anche più vero. Questa condizione prima era l’eccezione, adesso è la normalità. Ciò non vuol dire che siamo diventati perfetti, senza limiti e senza difetti.
Quindi la cura della pandemia ha cambiato anche voi?
Questa condizione ci costringe ad una maggiore attenzione in tutto, non solo nelle misure sanitarie da tenere, ma anche nei rapporti umani da gestire al meglio delle possibilità di ciascuno. La morte di un paziente è parte costitutiva del nostro lavoro. Ce lo insegnano già all’Università. Ma qui c’è qualcosa di nuovo che rende diverso anche ciò che sembrava immutabile. Potremmo dire che è una sorta di “nuovo inizio” anche dal punto di vista professionale.
Che significa nuovo inizio?
Un medico non finisce mai di studiare, ma qui stiamo imparando cose che non sono scritte né nei libri né nelle riviste specializzate. In queste settimane ho pensato anche alla esperienza dei primi ospedali e delle prime cure che venivano prestate nel Medio Evo. Si curavano prevalentemente le epidemie; per questo sono nati i sanatori. Erano affidati ai monaci che non avevano grandi competenze mediche, ma sapevano fare compagnia ai malati, la stragrande maggioranza dei quali moriva. Ma anche chi curava si ammalava delle stesse malattie. Oggi abbiamo più strumenti per la cura, ma questo virus si combatte anche con l’attenzione al malato, alla sua persona e alla sua storia. Lei ha prestato la sua opera anche a Lampedusa nell’accoglienza ai migranti. Che differenza c’è con quella esperienza?
A Lampedusa ho vissuto l’emozione del racconto della vita di quelle persone. Il loro passato era condizione per affrontare il presente, il quale era già proiettato verso un futuro che tutti immaginavano migliore. Oggi incontro persone che vivono la drammaticità del presente, che non hanno ipotesi per il futuro, anzi pensano che non avranno futuro e quindi il rapporto si gioca tutto nel momento per momento. E anche la loro storia passata si gioca tutta nel presente. Quando finisco il turno e vado a casa non ho la certezza di rivederli tutti il giorno dopo. Non posso programmare nulla con loro. Devo dare il meglio di me stesso nel tempo che trascorro insieme.
Torniamo alla parola conforto. Ce la spieghi meglio
La parola “conforto” esprime la fatica che ogni giorno devo fare per tentare una sintesi tra la mia responsabilità primaria nel curare la malattia e quella non meno importante di sostenere l’umanità di tanti che sanno di non potercela fare. Confortare significa curare il corpo, ma anche l’anima. Fino al momento in cui curare l’anima diviene preminente di fronte ad un corpo definitamente vinto dal virus. L’assistenza diventa la dimensione della professione medica.
Ma non vi sentite diminuiti nelle competenze professionali? Avete studiato tanto per tentare di salvare la vita umana, non l’anima come ha detto. A questo dovrebbero pensare altri. O no?
Premesso e chiarito che il compito del Cappellano si è molto ristretto per i motivi sanitari che sappiamo, quanto lei dice può appare dall’esterno o da lontano. Ma noi che siamo dentro ce la mettiamo tutta, sia scendendo in campo con tutte le energie e le competenze di cui siamo disponibili, sia “confortando” il malato con tutta la nostra umanità. Alla fine non c’è separazione, perché il medico è uno, una sola persona, e così anche il malato.
E quindi?
In positivo possiamo dire così: il mio essere medico è fatto certo delle competenze acquisite, ma anche della mia sensibilità e capacità umana a comprendere la condizione dell’altro. Non è una diminuzione, ma anzi la riscoperta di un di più che possiamo dare. Di fronte alla impossibilità della medicina ad offrire cure che diano una speranza scientifica, c’è uno spazio che va occupato da noi medici con il rapporto interpersonale in grado di sostenere il malato, anche quando è in fase terminale. Un invito a resistere aiuta anche a guarire. Non è buonismo, non è conforto, ma un augurio, una speranza, non è un dovere, ma un modo per accompagnare la cura.
Può spiegarlo con qualche esempio?
Certo. Abbiamo avuto una paziente di circa 70 anni su cui abbiamo investito con trattamenti nuovi Quando ha cominciato a migliorare, l’abbiamo staccata dal ventilatore e poi siamo riusciti a dimetterla Abbiamo gioito e festeggiato, abbiamo restituito alla famiglia una persona. Quanto abbiano influito le cure mediche e quanto la capacità di conforto che abbiamo offerto non lo sa nessuno. Certo la signora ci è grata per le cure e per la compagnia che le abbiamo fatto.
Parliamo dell’ultimo aspetto del vostro compito. Cosa accade alla morte del paziente? Vi sentite sconfitti?
Partiamo dal protocollo. Al decesso la salma va sigillata in un sacco apposito, dopo la sanificazione e inumata al cimitero nel più breve tempo possibile. Non passa nemmeno dalla camera mortuaria. A noi medici spetta il doloroso compito di comunicare il decesso ai parenti. In genere telefoniamo loro ad orari prestabiliti per comunicare lo stato di salute. Ma quando ricevono una telefonata in orari diversi capiscono subito. Ed io lo capisco subito dal tono della voce, sanno già cosa dobbiamo comunicare. Dopo aver spiegato le regole del protocollo cerchiamo di aggiungere qualche parola, sempre molto difficile da pronunciare. Spesso non li abbiamo mai visti. Spesso c’è stato solo un contatto telefonico. Di noi sanno al massimo i nostri nomi. Molto spesso non sappiamo chi siano non li abbiamo visti in faccia neanche quando è arrivato il malato. Per questo parlavo prima di persone invisibili: lo siamo noi lo sono loro.
Pomeriggio tornerà in reparto. Con che animo?
Con lo stesso di quello del primo giorno. Darò il massimo, insieme ai miei colleghi. La verifica la farà mia moglie questa sera. Se mi vedrà più contento, pur davanti alla drammaticità che avrò attraversato, vuol dire che ho lavorato bene e saremo contenti entrambi. Aspettiamo un bambino ed io attendo il giorno in cui potrò raccontargli di questi giorni al passato remoto, ma con la consapevolezza che il valore positivo d’esperienza sarà sempre al presente.

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