Antonio Veneziano e il Can. Gaetano Millunzi

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di Giuseppe Ruggirello

Il 7 gennaio 1543 nasceva a Monreale nel quartiere del Pozzillo uno tra i più illustri poeti dialettali siciliani: Antonello Veneziano, più comunemente conosciuto con il nome del padre, Antonio. In verità, il 7 gennaio è la data certa del suo battesimo e tra i suoi padrini compare la più alta autorità della cittadina normanna: Gian Antonio Fasside, dottore in teologia e vicario in Monreale del cardinale Alessandro Farnese.

Antonio Veneziano fu un uomo di solida formazione umanistica, vicino alla corte vicereale di Sicilia, ed ebbe incarichi di una certa importanza, nonostante le sue frequenti peripezie giudiziarie, sia a Monreale che a Palermo.

Come scriverà Leonardo Sciascia nella sua opera “La corda pazza. Scrittori e cose di Sicilia” (1970), in cui non può non citare gli studi del can. Gaetano Millunzi: “Il Veneziano nelle vicende giudiziarie si trova immerso da giovanissimo dentro una numerosa e litigiosa famiglia. Il magnifico Antonio Veneziano, suo padre, ebbe tre mogli e nove figli: uno dalla prima, uno dalla seconda, sette dalla terza. Antonio, battezzato col nome di Antonello, era il terzo dei setti figli nati da Allegranza Azolino; la quale doveva essere molto giovane, se di parecchi anni sopravvisse al marito”.

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Nel 1547, quattro anni dopo la nascita di Antonello, moriva Antonio Veneziano, il quale chiedeva per testamento una tomba per sé nella chiesa di San Vito a Monreale e una messa settimanale da celebrarsi il venerdì. Nel 1555 lo zio paterno avvia il nipote Antonio alla carriera ecclesiastica, prima presso il Collegio Massimo dei Gesuiti di Palermo, successivamente a Messina per completare gli studi di retorica, grammatica e metrica latina, oltre che di ebraico e greco, ed iniziare il noviziato. Dal 1559 al 1561 verrà inviato a Roma per gli studi di diritto e di filosofia.

Tuttavia, dopo la morte dello zio, Antonio decide di abbandonare la Compagnia di Gesù e nel 1563 torna a Monreale, ed iniziano i problemi con la giustizia e le sue frequenti carcerazioni, prima per un omicidio, in cui sono implicati due suoi fratelli, successivamente per l’eredità, e dopo numerosissime altre vicende, anche per un rapimento di cui il Veneziano sarà artefice.

Nel 1575 viene incaricato dall’arcivescovo Ludovico I De Torres di comporre l’epigrafe per il nuovo sepolcro del re Guglielmo II, ancora oggi visibile nei due lati della tomba marmorea all’interno della Cattedrale di Monreale. Per l’accoglienza dei due arcivescovi De Torres, si occuperà di organizzare gli archi trionfali a Monreale, ornati di festoni, di pitture, di versi, di motti, ecc.

Il 25 aprile 1578 lo troviamo imbarcato sulla Sant’Angelo, una delle due galere scortate da quaranta soldati, sulle quali si trova Carlo d’Aragona con la sua famiglia e il seguito. Alle ore 20 lasciarono il porto di Palermo e dopo un primo approdo a Napoli, proseguirono verso la Spagna, ma la Sant’Angelo, su cui si trovava Antonio Veneziano, venne accerchiata da navi corsare, che ridussero in schiavitù l’equipaggio, trascinandolo nelle prigioni algerine.

È lì che avverrà l’incontro e la nascita di una amicizia con Miguel de Cervantes, anch’egli recluso ad Algeri da tre anni in attesa di riscatto. Durante la prigionia il Veneziano comporrà il primo libro di ottave siciliane, Celia, canzuni amurusi, considerato da Ugo Antonio Amico, “canzoniere nobilissimo” (1894); ed ha poca importanza se sotto questo nome si “celi” la bella nipote Eufemia de Calogero o la misteriosa Isabella o Franceschella Porretta. Della “Celia” si conosce anche una traduzione fedele in latino del 1645, opera del monrealese Francesco Baronio Manfredi.

Antonio Veneziano fu un raffinato petrarchista, ammirato da Cervantes che, dopo la loro liberazione gli dedicò delle “octavas reales” nel 1579. Veneziano piega la sua lingua poetica alle modalità̀ più̀ variate: dalla poesia amorosa di livello alto a quella a sfondo erotico con insolite punte realistiche, a quella di sdegno o di disamore, alla satira e alle canzuni d’occasione.

Il suo canzoniere è formato da 807 canzuni più cinque componimenti lunghi per un’estensione pari ai Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, e sembra delineare il progetto di una stampa che l’autore non poté mai realizzare a causa dell’improvvisa morte, mentre era nel pieno delle sue attività̀, a causa dell’esplosione nel carcere-polveriera del Castello a Mare, sede del Tribunale dell’Inquisizione di Palermo, dove era detenuto.

Il suo corpo venne estratto dalle rovine ed una leggenda narra che lo trovarono accanto ad un grappolo di uva fresca. Venne portato a Monreale per essere sepolto nella Cappella di famiglia, la Cappella del Rosario, nella Chiesa di San Vito, come attesta il Millunzi a partire da una annotazione del 20 agosto 1593 sul registro dei defunti della Parrocchia del Duomo. Tuttavia, ad oggi non c’è un sepolcro visibile che lo possa ricordare.

Il monrealese Francesco Baronio Manfredi raccontò che il Veneziano qualche tempo prima di morire si era composto l’epigrafe del sepolcro in latino, in cui fece allusione al cigno, che era nello stemma di famiglia. Lo riporto nella traduzione del Millunzi: “Tu che scorgi sulla tomba scolpito un cigno inanimato. Questa è la tomba del poeta Veneziano. Ma con il poeta giace una buona musa e la dotta Minerva: tutte e tre insieme vissero e tutti e tre insieme l’urna li ricopre”.

Nel 1708 il Mongitore parlando del Veneziano riferirà di un teschio dell’illustre poeta monrealese, tenuto in gran venerazione, con sotto un cartiglio: “Hoc est caput bonae memoriae Antonii Venetiani de civitate Montis Regalis”. Ma dell’epigrafe e del teschio non vi è traccia.

Nel 1906 il canonico Gaetano Millunzi faceva incidere su marmo una epigrafe nella casa di villeggiatura che aveva acquistato a Realcelsi: “Silenzio di campi verdi, sorriso di cielo e di mare, resero cara, questa avita casetta, ad Antonio Veneziano, poeta sommo, nel sec. XVI”.

Infatti, aveva acquistato una buona parte dell’ex feudo di Rexalicheusi, per custodire la memoria del “Petrarca Siculo” che lì vi dimorò soprattutto nel 1583. Il can. Millunzi può ben dirsi il biografo del Veneziano, avendo contribuito con le sue ricerche storiche a delinearne meglio la complessa personalità e pubblicando nel 1894 uno studio sul grande poeta monrealese. L’iniziativa fu promossa nel 1893 da Giuseppe Pitrè in seno alla Società Siciliana per la Storia Patria, per celebrare il terzo centenario della morte di Antonio Veneziano.

Lo stesso canonico con rammarico lamentava che il suo concittadino venne maggiormente ricordato fuori dalla sua Patria, che non dalla città che gli diede i natali. L’iniziativa della ProLoco di Monreale (https://fb.watch/2SKs7Fv0qQ/) con il video curato dai giovani della Parrocchia dei Santi Vito e Francesco è un segno di speranza, contro l’oblio delle radici e “l’inverno dello spirito”.

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