Pubblicato il: 30 Aprile 2020 alle 10:01 am

Il Coronavirus mi ha fatto scoprire anche un modo diverso di fare il cappellano in ospedale

di Francesco Inguanti

Don Vito Bongiorno è il cappellano dell’ospedale di Partinico e da poche settimane si è trovato in prima linea nell’emergenza coronavirus, perché l’ospedale della sua città è stato interamente adibito alla cura dei pazienti colpiti dal virus.

Don Vito, da quanto tempo è il cappellano dell’ospedale?

Da quasi un anno e mezzo, anche se da più tempo sono il parroco di Santa Maria degli Agonizzanti in Partinico.

Com’era la sua attività prima del coronavirus e come è cambiata dopo?

Fino a prima dell’emergenza svolgevo la mia duplice responsabilità in modo ordinato e sereno: la mattina in ospedale e il resto della giornata in parrocchia.

Com’è organizzato l’ospedale?

L’ospedale di Partinico contava circa 300 posti letto e 6 reparti, compreso il pronto soccorso. Ora è stato tutto destrutturato: i pazienti sono stati traferiti ed è adibito solo a Covid-19. Di conseguenza anche la mia attività di cappellano è stata destrutturata.

In che senso?

Prima tutte le mattina andavo in ospedale, facevo visita ai degenti, amministravo i sacramenti della confessione e dell’unzione degli infermi e la domenica celebravo Messa nella cappella. Il pomeriggio era dedicato alla parrocchia.

E adesso?

Adesso tutto è cambiato e la mia presenza è in un certo senso “limitata”. Continuo ad andare in ospedale ogni giorno sia per informarmi della condizione dei malati sia per comunicarla eventualmente ai familiari. Ma solo una volta alla settimana, posso fermarmi nel corridoio per incontrare il personale e pregare con medici e infermieri. Ovviamente non posso avere rapporti con i pazienti. Attualmente ce ne sono 14 in reparto e 3 in rianimazione.

E cosa fa?

Mi limito a fermarmi all’ingresso dei reparti per recitare una preghiera e impartire una benedizione. Sono stato autorizzato dall’Arcivescovo, mons. Michele Pennisi, a impartire l’assoluzione anche senza la confessione, secondo le norme previste per queste circostanze.

Qual è la novità di queste settimane così diverse?

Adesso mi dedico maggiormente ai rapporti con il personale medico e paramedico che vive una condizione molto dura sia materialmente che spiritualmente. Prima i rapporti erano molto formali e solo con alcuni più amicali. Adesso tutti sentono il bisogno di capire di più cosa sta accadendo, fanno più domande e spesso ci fermiamo a pregare insieme recitando l’Angelus a mezzogiorno.

Quindi è cambiato qualcosa?

Mio malgrado sono stato tramite per riavvicinare qualcuno alla pratica religiosa. E devo ringraziare il Direttore sanitario che mi ha accolto benevolmente e aiutato a svolgere meglio il mio compito. L’aiuto non è solo di carattere spirituale; siamo venuti incontro soprattutto all’inizio alla mancanza di presidi medici, a partire dalle introvabili mascherine.

E lei in cosa si sente cambiato?

È cambiato innanzitutto il contenuto della mia attività. Fino a qualche mese fa ritenevo che il mio compito fosse solo di tipo spirituale: consolare i malati, dire una buona parola e amministrare i sacramenti. Adesso a questo aspetto si aggiunge l’impegno per venire incontro alle esigenze più concrete che la situazione richiede.

A che si deve questo cambiamento?

Tutto è iniziato quando circa un mese fa un confratello mi pregò di farmi carico di una giovane coppia di sposi palermitani Roberto e Valeria ricoverati talmente d’urgenza in ospedale da non avere avuto il tempo di portare da casa gli effetti personali: biancheria e strumenti per l’igiene. Non riuscii a parlare con loro, i negozi erano ancora tutti chiusi e non sapevo a chi chiedere ciò di cui avevano di bisogno. Ne parlai in comunità parrocchiale e in poche ore furono raccolte tante cose che eccedevano addirittura il loro bisogno e che poi sono servite in seguito per latri ricoverati. Con Roberta e Valeria continuiamo a sentirci per telefono. Dopo una degenza “forzata” al san Paolo hotel di Palermo, insieme ad altri malati in via di guarigione, lui è a casa e lei spero lo raggiunga quanto prima.

E questo fatto cosa le ha insegnato?

Fu una sorte di illuminazione. Compresi che insieme alle preghiere era necessario approntare delle “opere”. Da quel giorno le richieste aumentarono e riuscimmo in tal modo a fornire indumenti e generi di prima necessità a tutti.  Questa vicenda mi ha fatto comprendere due cose.

Dica la prima.

L’opportunità di coinvolgere la comunità parrocchiale in tutto quanto accadeva in ospedale.

E la seconda?

Essere pronto a far fronte anche a esigenze di cui prima non mi era fatto carico. Anche l’Arcivescovo è venuto incontro a questa nuova emergenza inviandomi una piccola somma per le spese che prima non erano state ipotizzate. Si è creata una sorta di catena che dal letto dell’ammalato giunge fino alla casa del Vescovo, coinvolgendo una serie di anelli di cui io sono solamente il tramite. Un modo diverso di concepire l’essere cappellano che prima non avevo immaginato.

Avete affrontato anche altri bisogni?

Abbiamo fatto fronte con l’aiuto di mons. Pennisi anche alla necessità di trovare alloggio ad alcuni infermieri trasferiti momentaneamente a Partinico, grazie all’accoglienza in un istituto di suore a Borgetto

Ma una volta dimessi questi rapporti con i pazienti si perdono?

Forse accadeva prima, ma adesso a causa della gravità della malattia e la recuperata salute si è creato un rapporto di amicizia più profondo che al momento procede per via telefonica. Spero quanto prima di poterli rivedere uno ad uno, magari invitandoli in parrocchia con la presenza del Vescovo e degli operatori dell’ospedale.

Che rapporti ha con i parenti dei malati?

Poiché non possono venire in ospedale tengo con loro contatti telefonici, informandoli delle condizioni di salute dei loro cari e di qualche eventuale richiesta che avanzano mio tramite.

Qual è l’aspetto più difficile della sua missione in ospedale?

Il momento più difficile è quando un malato mi chiede. “Perché questa malattia è capitata proprio a me”? Mi accorgo che ogni parola rischia di essere vuota e di circostanza. Vorrebbe essere consolatoria, ma non sempre è tale.

Quali sono le parole più difficili da pronunziare?

Mi rivolgo loro e dico la cosa più semplice e più difficile al tempo stesso: “Quanto ti accade è il modo in cui Dio manifesta la sua potenza salvifica, anche attraverso la malattia e la morte”. Non sempre riesco a farmi capire e accettare, ma ogni giorno di più capisco che è vera per me.

Da cosa le viene questa certezza?

Certamente dalla mia esperienza di fede, ma di recente sono stato molto confortato da papa Francesco.

Quando?

Quando in piazza san Pietro il 27 marzo scorso prima di impartire la benedizione Urbi et Orbi ha detto una frase che cito a memoria: “La forza di Dio è volgere al bene tutto quello che ci capita anche le cose brutte”. Concetto ridetto tante altre volte in questi giorni così difficili.

Le rifaccio la domanda. Da cosa nasce questa certezza in lei?

Dalle tante storie positive che sono nate e scaturite dentro le mura di questo ospedale, che ovviamente non tocca a me raccontare, ma ai diretti interessati. È vero, Dio può volgere al bene anche il male. Ma devo anche aggiungere che certe volte ci sono malati che rifiutano la presenza consolante dei Sacramenti.

E in questo caso?

Mi conforta la certezza che uscito dalla stanza quella persona, o meglio la sua anima, sarà accolta nelle mani di Dio, perché Dio è misericordioso. Un giorno sapremo come sono finite tutte queste storie. Oggi il compito è continuare nella missione che ci è stata affidata.

Lei ha parlato senza citarla della Chiesa, attraverso la figura del Vescovo e dei suoi parrocchiani. Può spiegarlo meglio?

In questo periodo è aumentata tra la gente la gratitudine non appena per la mia persona, ma per tutto quello che la Chiesa sta facendo a partire dalla presenza di mons. Pennisi che si fa sentire spesso in modo discreto con tanti. La gratitudine è anche per la mia comunità che non solo mi accompagna nel cammino, ma mi collabora per le necessità che emergono ogni momento. Qualche giorno fa un malato aveva desiderio di un dolce e in pochissimo tempo un parrocchiano l’ha consegnato all’infermiere di turno. In ospedale sanno tutti che non sono solo e che ho tanti amici su cui poter contare. Questi fanno parte della comunità cristiana.

Qual è stata la cosa più difficile da accettare in queste settimane?

Vedere la sofferenza negli occhi dei malati, come mai l’avevo vista prima.

E la cosa più bella?

Vedere la guarigione di alcune persone che erano giunte ad un passo dalla morte.

E la cosa più difficile che ha dovuto fare?

Annunciare ai parenti la morte del congiunto. In alcuni casi ho dovuto personalmente rintracciarli per telefono, accompagnare i dipendenti delle pompe funebri, uniche persone che potevano provvedere alla ricomposizione della salma. Ho potuto solo dare una benedizione finale. Morire da soli è certamente un’esperienza durissima.

Un’ultima cosa: lei ha detto: “La fede ci sostenga, ce la faremo”. Perché?

Perché Gesù ce lo ha detto tante volte, come riferiscono i Vangeli. Spesso ripeteva: “Coraggio”, che vuol dire “Insieme a me ce la farete”. Altre volte ha pure detto: “Senza di me non potete far nulla”. Quello odierno è un momento terribile ed esaltante al tempo stesso, in cui queste parole diventano concretissime per tutti, figurarsi per uno che fa il cappellano in un ospedale, per giunta dedicato alla cura del covid-19.

 

 

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