Pubblicato il: 22 Aprile 2020 alle 9:41 am

Questo virus dal nome così brutto, tra il farmaceutico e l’aviatorio, ci rende piccoli dinanzi a Dio

di Salvatore Falzone

Proseguiamo nel pubblicare contributi alle parole di papa Francesco sul sagrato di san Pietro il 27 marzo scorso. Oggi pubblichiamo il contributo di Salvatore Falzone, avvocato nisseno e collaboratore del quotidiano La Repubblica.

Veniva voglia di ribattere: “No, non abbiamo ancora fede”. “E come potremmo non avere paura?”. Ma c’era qualcosa di irresistibile in quella voce che accentuava l’inflessione interrogativa, come si fa con i bambini: “Perché avete paura?”, “Non avete ancora fede?”. E così, davanti alla tv con una creatura di sette mesi sulle ginocchia, in preda a sentimenti contrastanti, mi dicevo che davvero bisognerebbe avere fede, non avere paura, imparare a contare i giorni e sperare nella vita dopo la morte.

Chissà se credere è più facile in momenti come questi. Pare che nel tempo della prosperità gli uomini non capiscano un bel niente, che siano come animali che periscono. Un’antica verità, questa, che, nei giorni delle letture forzate, mi è stata ricordata non solo dai salmi ma anche da un racconto di Camus: “Si sentiva che quella vecchia s’era liberata di tutto, eccetto che di Dio, tutta quanta abbandonata a quell’ultimo male, virtuosa per necessità, troppo facilmente persuasa che quel le restava era il solo bene degno d’amore, finalmente immersa, e per sempre, nella miseria dell’uomo in Dio. Ma rinasca la speranza di vivere, e Dio è senza forza contro gli interessi umani”.

Venerdì 27 marzo 2020, piazza San Pietro. Brani di nuvole scure tra i bracci della croce e le braccia del crocifisso, inquadrato dal basso dalle telecamere. Il riverbero delle luci gialle sul sagrato bagnato, nell’aria il fumo dei bracieri accesi. Scrosci d’acqua in sottofondo, il lamento improvviso di un’ambulanza, le statue mute dei santi contro il cielo, e l’ostensorio sollevato a benedire la città e il mondo. Tutto sembrava contribuire a rendere “l’evento” commovente e spettacolare. E in effetti, volendo restare a un livello superficiale di osservazione del fatto, una potente forza emotiva si è sprigionata da quella piazza vuota. Tanto che per ventiquattro ore le bacheche di Facebook e le chat di gruppo hanno continuato a rigurgitare considerevoli quantità d’ansia religiosa o pseudo tale.

Ma prima o poi tutto ciò sarà solo un ricordo. E già Papa Francesco punta lo sguardo a questo “poi” in cui un altro virus, peggiore di Covid-19, rischia di annientarci: “l’egoismo indifferente” che ci fa “dimenticare chi è rimasto indietro” e che si trasmette “a partire dall’idea che tutto andrà bene se andrà bene per me”, come egli stesso ha detto nell’omelia della domenica in albis celebrata nella chiesa di Santo Spirito in Sassia.

Queste e altre parole bisognerà ripetersele a mente fredda, a pandemia finita: sono pietre, verrebbe da dire se la metafora non fosse tanto usurata, in faccia all’uomo contemporaneo. “Alla pandemia del virus – dice ancora Bergoglio – vogliamo rispondere con l’universalità della preghiera”. La frase ha un suono scandaloso, e lo avrà a maggior ragione quando torneremo a essere ciò che siamo stati fino a poche settimane fa: sicuri, forti, invincibili.

Nello schizzo del romanzo I Dèmoni, Dostoewskij si chiede per bocca del protagonista se “un uomo imbevuto della civiltà moderna, un europeo, può ancora credere” che Gesù di Nazareth sia il Figlio di Dio…

No, non abbiamo ancora fede. Ma possiamo ancora averne?

Questo virus dal nome così brutto, tra il farmaceutico e l’aviatorio, ci rende piccoli dinanzi a Dio. Ci fa retrocedere al di là dei molti strati di orgogliosa autonomia tutta occidentale fino a ritrovare noi stessi, fino a raggiungere ciò che in noi c’è di essenziale, di infantile, di semplice. E forse, paradossalmente, finisce per indicare la strada da percorrere: tutti insieme, a meno di un metro di distanza gli uni dagli altri, senza guanti né mascherine

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