Abita la terra e vivi con fede

di Francesco Inguanti

Ho letto questo ultimo libro di mons. Massimo Camisasca “Abita la terra e vivi con fede”, edizioni Piemme, nelle prime settimane di forzata permanenza a casa, a causa delle misure sanitarie necessarie per combattere il coronavirus. Quindi, con uno stato d’animo molto diverso da quello che ha avuto anche l’autore in tutti i mesi necessari per consegnare alle stampe il suo scritto.

Eppure già la prima frase mi ha portato a riflettere sulla attuale situazione: “Siamo chiamati – scrive l’autore – a vivere in questo mondo e in questo tempo: consapevoli, certo, delle difficoltà, ma anche ricchi delle esperienze e della sapienza che vengono dai padri e dalle diverse appartenenze che ci contraddistinguono”. Camisasca, come nessuno di noi, poteva immaginare il modo in cui in poche settimane queste giuste riflessioni avrebbero trovano particolare e drammatica concretizzazione. Ma a maggior ragione il richiamo a “vivere in questo mondo e in questo tempo” è attuale e utile.

A supporto di questa affermazione viene in soccorso il secondo capoverso dell’opera: “La fede – che come un dono abbiamo ricevuto, un dono da far fruttare e comunicare – non ci astrae dalla Storia: essa anzi ci abilita con una luce nuova e con una intelligenza profonda dell’umano a rischiare, con l’aiuto di Dio, percorsi di risposta alle attese dell’uomo e della società, originali e pertinenti – anche se sempre riformabili”.

Una delle scommesse più forti di questo difficile momento riguarda proprio la fede: guai se essa ci astrae dalla storia e non ci induce a rischiare risposte alle attese dell’uomo. Il libro è una concreta risposta a questa sfida per molte ragioni.

La prima riguarda l’autorevolezza e l’esperienza dell’autore. Nato nel 1946, allievo e seguace di don Giussani fin dalla prima ora, fondatore nel 1985 della “Fraternità sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo” e Superiore Generale dell’istituto per 27 anni, dal 2012 è Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla. Il libro poggia sulle solide fondamento di questa esperienza umana e cristiana.

La seconda si scopre solo alla fine del libro dove nella sezione “Fondi” si apprende che quasi tutti gli argomenti dei singoli capitoli sono un approfondimento postumo di molti discorsi rivolti alla città e alla diocesi nella solennità del patrono san Prospero negli ultimi anni. Potremmo dire, quindi, contenuti e concetti già “testati” in importanti occasioni pubbliche. L’autore li ha ampliati, approfonditi, dotati di ricche note, ma sono il frutto innanzitutto della sua azione di pastore della chiesa locale, non riflessioni intellettuali elaborate a tavolino.

La terza è legata alla scelta degli argomenti, ciascuno dei quali occupa un capitolo, in totale sono dieci, e alla qualità dei suoi contenuti, che, come detto prima, coniugano sapientemente esperienza pastorale e esperienza intellettuale, giungendo ad una formulazione molto approfondita nei giudizi e altrettanto semplice nella forma, cioè in grado di essere compresa da chiunque.

Anticipare i contenuti dei capitoli, di cui è giusto dare i titoli: il bisogno di Dio, figli, donna, educazione, fragilità e malattia, povertà, lavoro, migranti, politica, ecologia, non sarebbe né giusto, né facile.

Scelgo solo di accennare al capito 5 dal titolo: “Fragilità e malattia”. La riflessione proposta parte da questa frase: “È lodevole e va sostenuta in ogni modo la battaglia che l’uomo compie contro le malattie, ma è un sogno illusorio pensare che possano totalmente essere debellate. Per quanto possiamo allungare l’aspettativa di vita, per quanto possiamo prenderci cura del nostro corpo, non è possibile cancellare la malattia, l’invecchiamento e la morte. Eppure questo non è più evidente a tutti(pag. 107).

Una domanda drammaticamente attuale cui Camisasca risponde partendo da un dato incontrovertibile: l’uomo di oggi rifiuta l’accettazione del limite, anche quello che nasce dalla sua condizione di uomo. E gli esempi non mancano: dalla fecondazione artificiale, all’aborto, all’eutanasia. Da qui l’affermazione di una sorta di super uomo del terzo millennio che si identifica con la cultura dello scarto e fa del relativismo la sua religione. Sintetizza così questo concetto: “Quando viene meno la certezza che Dio esiste, che vi è un disegno buono per la Creazione, che noi siamo creature deboli e ferite, ma destinate alla vita eterna: quando tutto ciò si cancella, l’uomo corre la tentazione di mettersi al posto di Dio, di farsi padrone della vita e della morte in una lotta disperata, titanica”. (pag.110).

Dopo essersi soffermato lungamente sul tema dell’eutanasia e più in generale su quello della malattia e del male ecco la sua riflessione finale: “Ciò che mi ha fatto toccare con mano la profondità della rivoluzione portata dalla fede è stato entrare in una casa della carità o in un hospice o, ancora, in famiglie in cui ho trovato persone che vivevano alla presenza di un mistero che esse servivano come potevano” (pag. 117). E poco più avanti precisa: “Con l’Incarnazione e la rivelazione del destino eterno dell’uomo è entrata nel modo una vera rivoluzione anche nel modo di concepire il corpo. Per questo motivo la storia della Chiesa è costellata di intraprese che hanno come fine ultimo la misericordia corporale. Gli stessi ospedali nascono dalla tradizione cristiana proprio per questo convincimento profondo” (pag. 119).

Emerge in queste affermazione tutta l’esperienza pastorale di chi accompagna con il suo esempio la vita di un popolo che, dimenticando pian piano il valore personale e sociale della fede, non solo ritiene inutile la Chiesa, ma non è più in grado di trovare risposte alle domandi esistenziali che ogni uomo in ogni latitudine si porta fino alla morte.

Il libro, sempre con lo stesso metodo che unifica riflessione teologica ed esperienza catechetica, affronta tutti gli altri argomenti prima anticipati. Può quindi considerarsi un utilissimo strumento per “costruire il futuro attraverso le sfide del nostro tempo”, come recita il sottotitolo.

N.B. Il libro può essere facilmente ordinato per via telematica e recapitato a casa anche in questo periodo di crisi.

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