Pubblicato il: 18 Marzo 2020 alle 1:55 pm

Coronavirus, clausura e preghiera

 

di Francesco Inguanti

Nel 1978 l’editrice Vita e Pensiero pubblicò un libro dal significativo titolo: “Lettere alle claustrali”. Le lettere in questione erano quelle che Giorgio La Pira indirizzò nel corso di un ventennio (1951-1971) alle Superiori dei Monasteri di clausura. Il contenuto non è né ascetico né contemplativo. In esse La Pira chiedeva alle religiose aiuto nell’affronto e nella risoluzione dei numerosi problemi di Firenze, di cui era sindaco, e della sua attività “estera”, nella quale intratteneva rapporti con gli esponenti più autorevoli della politica internazionale di quegli anni. L’aiuto consisteva nella preghiera. Il libro raccoglie anche le tante risposte di consenso e sostegno ricevute.

Si tratta – scrive Giuseppe Lazzati nella bellissima introduzione – di “un colloquio di singolare significato e valore tra La Pira e le claustrali del mondo intero. Un colloquio inteso a realizzare una singolare alleanza tra l’Uomo impegnato nelle più alte responsabilità civiche, politiche, culturali e le Sorelle raccolte nei monasteri e conventi di clausura per una impegnata ricerca di intima unione con Dio che è dire di partecipazione alla Sua capacità di amare «a lode della gloria della Sua grazia»? Un colloquio che permetteva a La Pira di osare le più ardue azioni in forza dell’orante sostegno delle Sorelle recluse e di averne, nelle ore buie che non mancarono alla sua esperienza, il conforto di una comprensione sincera e di un sereno incoraggiamento”.

Questo testo, che conservo religiosamente nella mia libreria, perché non è stato mai ristampato e quindi è introvabile, mi è tornato alla mente in questi giorni quando un amico mi ha inviato il testo della lettera che il Vescovo di Avellino, Arturo Aiello ha inviato il 13 marzo scorso alle Claustrali. Avevo dimenticato l’importanza che in questo momento hanno le suore di clausura. Il loro esempio ci possa essere di esempio e conforto. La riporto integralmente per comodità dei lettori.

ALLE MONACHE DI CLAUSURA

Lettera dal deserto

 Ci rivolgiamo a voi, sorelle “murate vive”, per chiedere la vostra preghiera, per sostenere le vostre braccia alzate, come quelle di Mosè sul monte, in questo tempo di particolare pericolo e disagio per le nostre comunità provate: dalla vostra resistenza nell’intercessione dipende la nostra resilienza e la futura vittoria.

Siete le uniche italiane a non muovere un muscolo facciale dinnanzi alla pioggia di decreti e provvedimenti restrittivi che ci piovono addosso in questi giorni perché ciò che ci viene chiesto per alcun tempo voi lo fate già da sempre e ciò che noi subiamo voi lo avete scelto.

Insegnateci l’arte di vivere contente di niente, in un piccolo spazio, senza uscire, eppure impegnate in viaggi interiori che non hanno bisogno di aerei e di treni. “Dateci del vostro olio” per capire che lo spirito non può essere imprigionato, e più angusto è lo spazio più ampi si aprono i cieli.

Rassicurateci che si può vivere anche di poco ed essere nella gioia, ricordateci che la povertà è la condizione ineludibile di ogni essere perché, come diceva don Primo Mazzolari, “basta essere uomo per essere un pover’uomo”.

Ridateci il gusto delle piccole cose voi che sorridete di un lillà fiorito alla finestra della cella e salutate una rondine che viene a dire che primavera è arrivata, voi che vi commuovete per un dolore e ancora esultate per il miracolo del pane che si indora nel forno.

Diteci che è possibile essere insieme senza essere ammassati, corrispondere da lontano, baciarsi senza toccarsi, sfiorarsi con la carezza di uno sguardo o di un sorriso, semplicemente… guardarsi.

Ricordateci che la parola è importante se pensata, tornita a lungo nel cuore, fatta lievitare nella madia dell’anima, guardata fiorire sulle labbra di un altro, detta sottovoce, non gridata e affilata per ferire. Ma, ancor più insegnateci l’arte del silenzio, della luce che si poggia sul davanzale, del sole che sorge “come sposo che esce dalla stanza nuziale” o tramonta “nel cielo che tingi di fuoco”, della quiete della sera, della candela accesa che getta ombre sulle pareti del coro.

Raccontateci che è possibile attendere un abbraccio anche tutta una vita perché “c’è un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci” dice Qoelet. Il Presidente Conte ha detto che alla fine di questo tempo di pericolo e di restrizioni ci abbracceremo ancora nella festa, per voi ci sono ancora venti, trenta, quaranta anni da aspettare…

Educateci a fare le cose lentamente, con solennità, senza correre, facendo attenzione ai particolari perché ogni giorno è un miracolo, ogni incontro un dono, ogni passo un incedere nella sala del trono, il movimento di una danza o di una sinfonia.

Sussurrateci che è importante aspettare, rimandare un bacio, un dono, una carezza, una parola, perché l’attesa di una festa ne aumenta la luce e “il meglio deve ancora venire”.

Aiutateci a capire che un incidente può essere una grazia e un dispiacere può nascondere un dono, una partenza può accrescere l’affetto e una lontananza farci finalmente incontrare.

A voi, maestre della vita nascosta e felice, affidiamo il nostro disagio, le nostre paure, i nostri rimorsi, i nostri mancati appuntamenti con Dio che sempre ci attende, voi prendete tutto nella vostra preghiera e restituitecelo in gioia, in bouquet di fiori e giorni di pace. Amen.                                                                           

                                                                                                              + Arturo Aiello

Avellino 13 marzo 2020

Avrei voluto chiosarla aggiungendo mie parole che sarebbero state inadeguate all’autorità dell’autore e alla drammaticità del momento. Aiuta certamente a mettere un po’ d’ordine anche nei tanti discorsi e pensieri che si affastellano, spesso in moto confuso e istintivo, nelle nostre menti ancora incapaci di capire cosa ci sta accadendo e quale direzione dobbiamo prendere per il futuro, che dobbiamo costruire come cittadini e come cristiani.

A mio avviso tutto può essere sintetizzato nella frase del libro di Qoelet: “c’è un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci”. Sembra scritta per tutti noi che dobbiamo rinunciare anche ad abbracciare le persone più care. Ma la chiusura dona a tutti una speranza: “voi prendete tutto nella vostra preghiera e restituitecelo in gioia, in bouquet di fiori e giorni di pace”.

 

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