Mons. Francesco Savino: un nuovo “rinascimento” per il sud a partire dal capitale umano

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di Francesco Inguanti

Mons. Francesco Savino, Vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente per l’Italia meridionale della Conferenza Episcopale Italiana, ha predicato nei giorni 6, 7 e 8 marzo 2023 gli esercizi spirituali nella parrocchia di Sant’Ernesto a Palermo. L’ultima sera dopo aver pregato dinnanzi alle reliquie della beata Pina Suriano ivi custodite, gli abbiamo posto alcune domande.

Nella sua qualità di vicepresidente per l’Italia meridionale della C. E. I. come vede la condizione del Mezzogiorno?

Sono profondamente convinto che il Mezzogiorno oggi debba liberarsi dalla “sindrome del capezzale”, di quella falsa credenza che fa pensare al sud come ad un malato terminale senza speranza alcuna. Bisognerebbe invece tentare “un approccio al sud” con un atteggiamento altro, direi di promozione e sviluppo reale. Questo riguarda sia chi ci guarda da fuori, sia noi stessi, che lo abitiamo da dentro. Dobbiamo cioè liberarci dall’atteggiamento del piagnisteo, smettendola di piangerci addosso. Dobbiamo e possiamo attivare un processo di emancipazione, cercando di creare le condizioni per un nuovo protagonismo dei cittadini del sud. Noi non vogliamo essere oggetto sempre e comunque di politiche assistenziali, ma invece essere i protagonisti almeno di un “nuovo risorgimento” di un “nuovo rinascimento”, partendo dal capitale umano, dalle risorse umane di cui tutto il sud è ricco.

 

E come ripartire?

Superando la parcellizzazione, l’individualismo, quella sorta di narcisismo patologico che ci affligge e pensare invece a lavorare per creare una massa critica comune per recuperare il soggetto “popolo del sud”; cristianamente parlando mi piacerebbe fare riferimento al “popolo delle beatitudini”.

Lei ha appena fatto cenno all’importanza del capitale umano. Carlo Borgomeo in un suo recentissimo, conclude che ciò che serve è investire sul capitale umano e sociale, con la consapevolezza “che questa politica ha tempi lunghi”. Quanto questo giudizio corrisponde alla sua esperienza di vescovo meridionale?

Purtroppo spesso prevale una concezione economicista quando ci si riferisce alle questioni che riguardano il riscatto del Sud senza mettere a fuoco quale modello economico, cioè di sviluppo, è utile perseguire. Se è importante l’economia è altrettanto importante quel “fattore umano” costituito dai cittadini e dalle cittadine che abitano il cuore di questi territori. Riferendoci al tessuto umano e culturale del sud (che è determinante per lo sviluppo di quello economico) è importante considerare un aspetto essenziale: quello legato alla formazione. L’importanza della formazione non è opinabile nella misura in cui la si assume come “olistica”, cioè globale e totalizzante, e tenga presente la integralità delle persone e non si riduca cioè all’approfondimento della sola dimensione nozionistica-conoscitiva ma indaghi l’animo umano aprendo all’introspezione ed alla passione. Per dirla con l’espressione molto cara a Maritain, la formazione deve iniziarci ed aprirci ad “un umanesimo integrale” o con quella cara a papa Francesco ad “una eco-logia integrale”.

Nello stesso libro dopo aver citato il famoso documento: Chiesa italiana e Mezzogiorno. Sviluppo nella solidarietà, Borgomeo dice: “Mi sono sempre chiesto perché un documento così esplicitamente e duramente critico non abbia suscitato un adeguato dibattito politico:…..”. A suo avviso nella chiesa del Meridione ciò è accaduto?

Premetto che ci sono stati documenti straordinari della Chiesa Italiana oltre questo citato. Va aggiunto tuttavia che tradurre un documento in percorsi di formazione o in decisioni e scelte concrete, che sia in grado di saldare insieme “cielo e terra”, “preghiera e agorà”, riamane una bella intenzione. Il problema è che i processi formativi sono sempre lunghi e dobbiamo sempre e comunque attivarli. Spesso il nostro atteggiamento è più emotivo che non razionale; intendendo per razionalità quella che Cartesio chiamava res cogitans, cioè mettere insieme da una parte una ragione e sul versante cristiano una ragione e una fede che devono essere alleate.

Perché questo è importante?

Perché se andiamo sempre avanti, coltivando una forma di distonia tra le ragioni della fede e la ragione tout court, rischiamo di generare corti circuiti. Quando papa Francesco nel IV capitolo della Evangelii Gaudium ci consegna quattro criteri su come dobbiamo abitare il mondo, la storia, il nostro impegno dovrebbe orientarsi a recuperare soprattutto il secondo principio, quello in cui dice che lo spazio si occupa e il tempo ci aiuta ad attivare processi. Ecco noi molto spesso prendiamo questi documenti e con questi pensiamo di occupare degli spazi. Bisogna invece trasmettere i contenuti dei documenti, provare a farli sedimentare nella coscienza delle persone, generando processi che non siano gattopardeschi, ma reali, che tocchino cioè il cuore e la mente di noi credenti e anche di chi non crede.

Ed ora passiamo alla Chiesa del Sud. C’è chi sostiene, con un pizzico di cinismo, che anche se le Chiese del Sud si svuotano come al Nord, almeno le sue strade si riempiono di processioni? Quale legame vede tra religiosità popolare e fede vissuta?

Vorrei subito dire che al Sud la religiosità popolare è un collante per il tessuto connettivo del popolo. Dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium che la religiosità popolare è, di fatto, una forma riuscita di inculturazione della fede, storicamente parlando.

Ma allora?

Il problema è che la religiosità popolare va purificata, va decantata da tutto ciò che poi rischia di diventare anche una sorta di contaminazione, di cocktail tra fede e paganesimo. Dobbiamo cogliere nella religiosità popolare, nelle sue diverse manifestazioni, una opportunità, una possibilità concreta attraverso la quale possiamo incontrare la gente, cercando di evangelizzare le coscienze; ma stiamo attenti perché ci può essere più fede dentro una forma di religiosità popolare che non in una forma di fede formalmente precisa. Inoltre liberarsi da tutti i tentativi che molto spesso le organizzazioni malavitose cercano di fare attraverso queste forme di religiosità per legittimare e legittimarsi agli occhi della gente.

Oltre al mancato sviluppo c’è un elemento più grave e preoccupante che unifica tutte le regioni meridionali: le mafie, nelle sue varie accezioni territoriali. Qual è la sua esperienza di vescovo in questo difficile rapporto?

 Papa Francesco nella visita pastorale a Cassano allo Jonio ebbe il coraggio, che io mi permetto di definire profetico e mistico, di scomunicare i mafiosi perché, disse: “adorate il male e non il Dio di Gesù”. È chiaro allora che di fronte a queste persone il nostro atteggiamento deve essere di grande chiarezza: senza contiguità, senza ambiguità, né sottomissioni ad alcun compromesso. C’è da riflettere anche sul rapporto fra organizzazioni malavitose e massoneria, soprattutto quelle massonerie deviate, che spesso sono quelle che occupano sistematicamente il potere. Posso offrire una immagine per chiarire il rapporto tra classi dirigenti e massoneria?

Prego.

Utilizzo quella del triangolo isoscele. Secondo me i due lati uguali uniti al vertice indicano le mafie, nelle varie sfaccettature territoriali, e le massonerie, quelle deviate. La base è la società, la classe politica, i dirigenti, ecc. da scegliere a seconda del loro utilitarismo o convenienza. La base fa da sostegno a questa alleanza. Il problema concreto per me, come per tutti noi, è riuscire ad intercettare chi fa parte o aderisce all’organizzazione malavitosa e creare le condizioni per incontrare Gesù, perché poi la vita possa cambiare. Non è utopismo ingenuo!

E come si può fare?

Rispondo così: ci può essere un accadimento nella vita dei mafiosi che può cambiare la loro vita? Io sono convinto di sì, che la Grazia di Cristo è più forte, che il Vangelo è più forte della mafia. L’ho detto fin dall’inizio del mio mandato episcopale: cercheremo con la grazia di Dio di evangelizzare anche coloro che pensano che il potere e la ricchezza siano la strada migliore per realizzare la propria vita. Sono convinto che in fondo in fondo il mafioso, pur avendo denaro, potere, ecc., in ultima analisi e per il solo fatto di essere “privo di una libertà autentica”, guardandosi allo specchio, cioè esaminandosi in profondità, si renderà conto che non è felice, che non può vivere nella gioia. Faccio riferimento al grido alla conversione di Giovanni Paolo II ad Agrigento o di papa Francesco a Cassano per affermare che noi dobbiamo urlare: “Convertitevi”! perché il vostro modo di essere danneggia anche voi stessi.

Ci parli adesso di alcune delle sue molteplici iniziative sociali che ha promosso in questi anni.

Sono sempre stato convinto che il sociale è sempre un modo responsabile di fare politica, quella con la P maiuscola. Nel sociale si scoprono tutte le contraddizioni che da una parte denotano la mancanza di partecipazione dei cittadini alla “cosa pubblica”, e dall’altra la contraddizione strutturale di certe politiche: penso ad esempio che occorre impegnarsi, seriamente e responsabilmente, per passare dal welfare state al welfare society o community, dove è necessario affermare i tre principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa, cioè la tutela dei beni comuni, la destinazione universale dei beni e il principio di sussidiarietà. C’è, a mio parere, un modo altro di fare politica.

Quale?

Recupero due affermazioni molto significative. Una di Paolo VI, oggi santo, che intendeva la carità come la forma più alta della politica, l’altra di un grande teologo del Vaticano II Johann Baptist Metz, che riteneva la politica una “mistica arte”. Già Charles Peguy aveva detto che tra politica e mistica deve esserci una reciprocità. Puntualizzava che la mistica deve innervare la politica. Lo sostengo anche in un libro che ho scritto, dal titolo: “Spiritualità e politica. Aldo Moro, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti”, che la crisi della politica è crisi spirituale.

E le sue attività più concrete?

Nella mia vita di sacerdote e oggi di vescovo mi sono particolarmente impegnato ad organizzare la speranza in alcune situazioni di grandi povertà a fragilità che ho sempre letto come segni dei tempi che mi hanno interrogato e interpellato la mia coscienza di cittadino e di credente. Mi sono occupato di tossicodipendenze, affrontando il problema a partire dalle famiglie, di AIDS, dei senza fissa dimora, delle persone impoverite, della prostituzione coatta, dei bambini e delle bambine abusati e dei malati terminali, di quei malati rispetto ai quali la medicina ha dichiarato la sua incapacità di guarire.

Ci parli di questo problema in particolare.

Rispetto ai malati terminali ritengo che le cure palliative siano una risposta responsabile perché prevedono un approccio olistico, globale, inclusivo di terapia del dolore, accompagnamento spirituale e supporto psicologico. Aggiungo anche che nelle cure palliative ci si prende cura anche della famiglia del malato terminale. Nel rispetto di ogni altra posizione ritengo che le cure palliative siano la tersa strada tra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia. Puntualizzo anche che nelle cure palliative l’accompagnamento di senso dell’ammalato vuole condurlo alla consapevolezza che la morte è l’altra faccia della vita, cioè è un “accadimento naturale” e che costituisce, in una visione cristiana, la penultima esperienza cui segue la resurrezione. Facendo memoria del mio impegno di prossimità devo ammettere che i malati, le persone fragili e impoverite mi hanno evangelizzato, convertito.

Ha da aggiungere altro in particolare?

Si, Penso alla grande piaga dell’usura, che in molti casi diventa un’ottima lavanderia per il denaro sporco. Vivo in una zona in cui l’usura è una strategia e anche una tattica per impossessarsi dei beni altrui, perché, accade molto spesso, i malcapitati usurati non sono in grado di pagare altissimi tassi di interesse e, quindi, i loro beni diventano di proprietà dell’usuraio. Su queste questioni si gioca la civiltà dell’amore e il valore della democrazia reale. Si rischia di vivere nella “democratura”. Ci vuole, pertanto, una partecipazione e una corresponsabilità sia nella chiesa che fuori dalla stessa da parte dei laici che, come sostiene il Concilio Vaticano II, non sono meri collaboratori ma corresponsabili.

In occasione dell’8 marzo Lei ha scritto una lettera alle donne rivolgendosi in modo particolare “alle giovani e alle madri che attraverso il Mediterraneo cercano di raggiungere una terra sicura, lasciandosi alle spalle l’orrore”. Cosa si sente di aggiungere per quelle che attraversano il Mediterraneo per raggiungere una terra sicura?

Il dramma dell’immigrazione è complesso e colpisce intere popolazioni. Ma non v’è dubbio che le donne e i bambini sono l’anello più debole di questa drammatica catena. Per questo ho chiesto nella giornata dell’8 marzo una attenzione particolare a loro.

E sull’immagrazione in particolare cosa ci dice?

Mi permetto di dire, a partire da ciò che esperisco, che sta diventando pericoloso strumentalizzare il pensiero di papa Francesco. Sul tema dell’immigrazione ci ha consegnato dei verbi: accogliere, proteggere, accompagnare e integrare. Migrare è un diritto, soprattutto da quei paesi dove manca la democrazia, non c’è libertà e dove la violenza e la fame sono una realtà. Nei giorni scorsi sono stato nel “Palamilone” di Crotone dove sono state radunate le salme e ho sentito in me forte il bisogno di inginocchiarmi e pregare, chiedendo perdono perché non siamo stati in grado, per ragioni che vanno tutte scoperte, di salvarle. La verità e la giustizia devono incontrarsi e affermarsi. Occorre avere una visione più lungimirante sul fenomeno immigratorio.

Cosa intende dire?

Sui fenomeni migratori ed immigratori si gioca seriamente la civiltà e la democrazia. È l’ora della globalizzazione della solidarietà. Occorre passare dalla cultura dell’indifferenza a quella dell’accoglienza. È decisivo ripensare le politiche nazionali ed europee. L’Europa deve recuperare lo spirito delle origini di Ventotene, di Altiero Spinelli. Ma c’è dell’altro. Occorre anche di aprire una riflessione sul fenomeno migratorio, cioè quello degli italiani che vanno all’estero. Di recente ho presentato il Report della Fondazione Migrantes degli italiani nel mondo. Gli italiani che vanno all’estero sono più numerosi degli immigrati che vengono in Italia. Penso per esempio alla partenza dei giovani calabresi! Rischiamo di non avere più giovani nel prossimo futuro. Una esortazione desidero rivolgere: senza pregiudizi, senza approcci ideologici, favoriamo il meticciato, la contaminazione di culture che sono da sempre i codici antropologici di sviluppo di ogni nazione. Ogni popolo è il frutto delle differenti culture e della loro integrazione. Anche noi.

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