Sperare in Terrasanta, perché è possibile

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di Francesco Inguanti

“La situazione in Terrasanta è drammatica. È una situazione apparentemente senza sbocco, perché il conflitto tra israeliani e palestinesi, che dura da più di cento anni, si caratterizza dalle ragioni delle due parti, che non si incontrano, non si sono mai incontrate né hanno voglia di incontrarsi”. Questo il giudizio sintetico che Andrea Avveduto ha espresso nel corso dell’incontro svoltosi a Palermo su tema “La pace: dono di Dio e responsabilità di tutti”, tenutosi all’interno di una più ampia iniziativa che vede protagonisti giovani studenti di tutta Italia.

Al Meeting di Rimini dell’anno scorso hanno presentato una mostra dal significativo titolo: “Profezia per la pace” e da un anno questa mostra viene esposta in tante scuole italiane riscuotendo un notevole interesse per un motivo molto semplice: sono gli studenti che parlano e spiegano la pace ai loro coetanei. Essa è momentaneamente esposta nell’atrio della Facoltà Teologica in Via Vittorio Emanuele a Palermo, ma dall’inizio del prossimo anno scolastico sarà ospitata in tutte le scuole del palermitano che ne faranno richiesta. Essa è a cura di Gioventù Studentesca con la partecipazione di Portofranco Palermo (associazione in città di aiuto allo studio) e consta di una serie di cartelloni che in vario modo raccontano e testimoniano come sia possibile sperare in una situazione apparentemente senza speranza.

Nel corso dell’incontro svoltosi nella Sala Lavitrano a Palermo proprio uno studente ha chiesto ad Avveduto come si possa parlare di pace in quei luoghi così martoriati dalla guerra.

“L’una possibile soluzione politica – ha risposto – è stabilire la convivenza tra due popoli che da sempre si fanno la guerra. Ma questo ad oggi appare impossibile. C’è però un dato oggettivo: mentre tutti tentano o vogliono scappare da quelle regioni la Chiesa e le Ong rimangono. Il motivo è tanto semplice quanto profondo: affermano con la loro presenza che la guerra non abbia l’ultima parola, che la logica e la narrativa dell’odio e della violenza non abbiano l’ultima parola. Testimoniano molto concretamente che pur in tanto male, il bene ancora vive e può diffondersi”.

Ma rimanere per far che cosa? Visto che c’è solo da curare le vittime dei bombardamenti, ha chiesto un docente presente all’incontro.

“Rispondo – ha detto Avveduto – con quello che ci ha detto recentemente il Cardinale Pizzaballa esattamente il 7 maggio 2026: la presenza testimonia che il bene esiste in mezzo al male. Il restare a lungo costruisce relazioni umane, non solo aiuti umanitari. I cristiani e tutti gli altri in opposizione alla logica dei coloni che costruiscono case per occupare, restano per “liberare” attraverso le relazioni che costruiscono. E quindi, oltre al sostegno materiale, la comunicazione testimonia che gli aiuti sono veicolo di speranza. Le persone si sentono viste e credute, e questo le aiuta a credere di nuovo in sé stesse. Lo sguardo di accompagnamento è ciò di cui hanno più bisogno, per non sentirsi sole. Le relazioni non possono essere distrutte dalle bombe e rimangono anche oltre le bombe. Chi rimane in Terrasanta costruisce relazioni anche tra i componenti di due popoli che vorrebbero annientarsi”:

Avveduto ha documentato le sue affermazioni con una dovizia di esempi, spesso drammatici e al limite del reale, in cui sono nati rapporti e amicizie che hanno generato altre relazioni e altre amicizie, anche in barba alle differenze religiose tra ebrei e mussulmani. Molte di queste storie sono state raccolte dal relatore nel suo ultimo libro: “Un maestro per Samir. Storie di rinascita dalla Siria devastata” e sono illustrate nei cartelloni della mostra di si è detto prima.

Andrea Avveduto è un giornalista che ha iniziato a lavorare in Rai e che da circa 16 anni lavora per il Centro televisivo della Custodia di Terra Santa. A chi gli ha chiesto in cosa consiste il suo lavoro ha risposto: “Pro Terra Santa è innanzitutto una ONG. Quindi da sempre lavora per sostenere il dramma di tante popolazioni che abitano in Siria, in Libano, in Israele, a Gaza, fino all’Egitto con una pluralità di iniziative. In particolare, io sostegno il loro impegno raccontando le loro storie e sostenendo la loro speranza. Ma a questo punto dobbiamo precisare: la speranza di cui parliamo è diversa dall’ottimismo: l’ottimismo è una scommessa incerta sul futuro, la speranza si fonda su un bene concreto già presente. È la speranza di dignità, lavoro, futuro per i figli, anche in un contesto che resterà difficile. L’importante è che anche le situazioni peggiori siano “abitate” da un bene che permette di restare”.

E la pace ribattiamo allora che cos’è? “Una pace – ha ripreso – che fosse solamente una non guerra non è né utile né è quello che serve per questa gente? La semplice assenza di guerra non è pace. Il territorio è troppo piccolo e interconnesso per una “pace fredda”. C’è una densità di popolazione che non consente di dividere materialmente i due contendenti. Devono necessariamente vivere nello stesso luogo. Serve dunque una condivisione reale: è impossibile vivere senza incontrare l’“altro”. La Cisgiordania è frammentata e milioni di arabi vivono in Israele, rendendo l’intreccio tra i popoli un dato di fatto”.

Prima di salutarci gli abbiamo chiesto un giudizio sulla recentissima lettera del cardinale Pizzaballa. “La lettera che ha scritto alla Diocesi è una lettera impressionante, basti pensare che sono ben sono 33 pagine. Quella è la lettera di un uomo di fede, non certo di un politico. Questo gli ha permesso di arrivare a scrivere una lettera di sintesi dopo due anni e mezzo, in cui ha affrontato tantissimi problemi, tantissime difficoltà, tantissime sfide. In tal modo è riuscito a dare un giudizio lucido e chiaro come pochi altri. Mi soffermo sulle due immagini che mi hanno colpito di più. La prima: quella bellissima della Gerusalemme descritta nell’Apocalisse. Lui scrive che essa sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa. ‘Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni. Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli’. Come si nota una immagine molto diversa da quella cui siamo abituati, luogo di scontro tra religioni e popoli contrapposti.

E poi c’è un’altra bellissima immagine, quella del deserto. Un deserto che però non è disabitato, perché abitato dalla Fraternità: nonostante la devastazione, questo deserto non è vuoto. Secondo il Cardinale, è abitato da coraggiose esperienze di vitalità e di fraternità. Segue l’invito ad abitare il dolore: l’invito ai fedeli non è semplicemente a cercare una soluzione immediata (impossibile ora), ma a saper “abitare” questo deserto, restando credenti senza lasciarsi assorbire dalla logica dell’odio e della violenza”.

Ma prima di salutarci Avveduto aggiunge: “Il deserto di cui parla Pizzaballa riguarda tutti, anche noi che viviamo in Europa. E cos’è in Europa il deserto abitato? Il deserto abitato in Europa sono tutte quelle esperienze che anche in una società in difficoltà come la nostra, offrono segni di rinascita che sono reali e concreti. Penso alla Francia ma anche a tante belle e positive esperienze qui in Italia. In questo caso mi riferisco ai ragazzi che hanno fatto la mostra sulla pace di cui parliamo. Vuol dire che hanno tempo, energie, risorse per portare un messaggio che è emerso e che coinvolge. Anche questi sono costruttori di pace”.

 

 

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