Dante, Nembrini: il segreto della vita è sapere dove guardare

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di Francesco Inguanti

Giovedì 11 novembre 2021, per una intera giornata, Dante è tornato grande protagonista nella Cattedrale di Monreale, grazie a due lezioni, meglio chiamarle testimonianze, che il professore Franco Nembrini, grande appassionato e cultore del Sommo poeta ha offerto in mattinata agli studenti e nel pomeriggio al numeroso pubblico accorso nella Basilica.

Già domenica 31 ottobre, grazie alla rappresentazione di teatro popolare del regista Marco Martinelli, un folto coro costituito per l’occasione aveva recitato stralci della Commedia, coinvolgendo tutto il pubblico presente.

Franco Nembrini, insegnante bergamasco da poco in pensione, ha svolto solo in apparenza una “lezione cattedratica”. In effetti ha saputo comunicare, con la stessa passione che molti hanno conosciuto nelle sue numerose apparizioni televisive, in cui ha riproposto interessanti riletture del Pinocchio di Collodi e dei Promessi Sposi di Manzoni, le provocazioni e le emozioni che la lettura delle tre Cantiche gli hanno suscitate nel corso degli anni di insegnamento.

Volutamente Nembrini ha scelto di parlare prevalentemente del Paradiso. Spiega così questa decisione. “È vero che l’Inferno è la cantica più conosciuta, forse perché dell’Inferno si può fare più esperienza indiretta, già nella nostra vita. Ma come non parlare del Paradiso in un luogo in cui tutto, dall’ingresso attraverso la Porta di Bonanno Pisano, che non a caso si chiama Porta del Paradiso, al Pantocrator che sta nell’abside, ci indica questa direzione? Bisogna perciò condividere, se non la sua fede, almeno la sete di conoscenza che Dante vive; altrimenti si trasforma la Commedia in una favola, in una serie di racconti buoni per una trasposizione filmica. A questa stortura contribuisce anche la scuola, che dedica molto spazio all’Inferno e al Purgatorio, ma poi all’ultimo anno non trova quello sufficiente, perché bisogna prepararsi per gli esami, e lo studio del Paradiso inesorabilmente ne soffre”.

             

Il relatore non ha voluto offrire idee e giudizi, quanto piuttosto provocare interrogativi, quelli che in tanti anni di insegnamento anche lui ha ricevuto dalla lettura del poema dantesco. Così gli ascoltatori, molti collegati attraverso il web, sono stati spinti a riflettere sulle tante domande che il testo di Dante suggerisce ancora oggi a tutti.

Nella sua comunicazione Nembrini si è soffermato molto sulla figura di Maria. Gliene abbiamo chiesto il motivo: “Il ruolo di Maria nella Commedia è centrale, perché Dante la immagina come Colei che per prima comprende il bisogno di Dante e manda in suo soccorso Lucia, la quale invia a sua volta Beatrice. Il grande viaggio è possibile solo perché Maria, accorgendosi del bisogno di Dante, interviene per soccorrerlo. Tutto ciò viene anticipato già nel secondo canto dell’Inferno, ma la conclusione avviene nel XXXIII del Paradiso, quando al Poeta viene dischiuso il senso dell’uomo e della vita e a Maria Dante, attraverso san Bernardo, dedica le terzine immortali che iniziano con «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura».

Nembrini ha voluto sfatare anche un luogo comune, quello secondo cui la Divina Commedia è un testo troppo spiritualista, troppo religioso e quindi poco attuale o adatto ai tempi moderni. Ha risposto affermando che basta riflettere su un dato numerico: la parola più ripetuta nel testo è la parola “occhi”, seguita dalla parola “bene”, dalla parola “vidi”, dalla parola mondo”. Ed ha aggiunto: “Uno si aspetterebbe altro. Ed invece il problema della vita è vedere. E il Duomo di Monreale è l’apoteosi della vista, dello sguardo, a partire da quello del Pantocrator, a finire a quello dei tanti personaggi rappresentati nei mosaici.  È tutto un inno sulla possibilità che su questa terra si possa vedere ciò che conta, ciò che vale”.

           

Più volte nel corso del suo intervento è tonato sulla attualità di Dante e della Commedia. Ha detto a riguardo: ”Siamo immersi in una cultura che, a differenza dei tempi di Dante, a priori dichiara l’impossibilità che il desiderio di cui siamo costituiti, noi come Dante, trovi una risposta, un compimento. Con un pregiudizio così forte è difficile paragonarsi con un messaggio che sentiamo così lontano. Invece l’attualità di Dante sta nella sua capacità di comunicare speranza”.

Poi cogliendo alcune delle sollecitazioni giunte ha detto: “Uno che è capace di dire: ‘Andiamo all’Inferno, ma vi dico subito che se saremo leali nel guardare il nostro male, cioè la selva oscura, proprio nella selva oscura troveremo il bandolo della matassa’, è un uomo che comunica speranza. Ci rassicura perché troveremo la strada per ‘riveder le stelle’. Ma poi aggiunge: ‘Ma per ridir del ben ch’io vi trovai, dirò dell’altre cose che v’ho scorte’. Il messaggio del poeta a tutti noi è chiaro: sii leale e non avere paura, perché attraverseremo l’Inferno perché sappiamo di poterne uscire”.

Nell’anno delle celebrazioni dantesche per ricordare i 700 anni dalla sua morte, da più parti torna e ritorna la domanda sulla sua attualità. Nembrini ha risposta anche a questo quesito:” A chi mi ha chiesto in questi giorni di permanenza a Monreale cosa si può dire di nuovo, dopo 700 anni su Dante e la Divina Commedia, ho risposto parlando dei mosaici di Monreale. Potremmo buttarli giù per costruire un edificio più moderno? No! Invece, continuiamo a guardarli, ricchi della tradizione e della cultura che i nostri predecessori ci hanno lasciato e così questo insieme di piccole pietre colorate continuano a dirci cose sempre nuove. Quando tornerò la prossima volta a Monleale sono certo mi diranno altre cose, che questa volta non ho notato. Questa è la grandezza di Dante e della Divina Commedia”.

L’evento, promosso dall’arcidiocesi di Monreale, è stato presentato al pubblico da Don Nicola Gaglio, arciprete della Cattedrale, alla presenza di mons. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, che ha ricordato lo stretto legame tra Dante e Guglielmo II, annoverato tra i principi giusti nel XX canto del Paradiso nella Divina Commedia.

 

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