Pregare significa dare del tu a Dio

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di don Rino La Delfa

Pregare non ha bisogno di premesse. Sarebbe già una cessione della propria autonomia! Specie poi se pregare viene scambiato con una riflessione filosofica o teologica su Dio. Può essere bello, ma rimane uno studio, non è preghiera; è una preparazione, una riflessione, una meditazione, ma non è preghiera. Quando mi fermo e comincio a pregare, è allora che prego. Quando un ragazzo e una ragazza si piacciono, cominciano a studiarsi reciprocamente, a chiedere informazioni l’uno dell’altro, ma non stanno ancora dialogando. Non si conoscono ancora perché parlano dell’altro ma non con l’altro. Immaginare chi è la persona con cui voglio cominciare a parlare non è conoscersi. La riflessione e lo studio sono importanti, non sono inutili, ma restano solo ipotesi per immaginare chi sia la persona con cui si vuole parlare. Non è ancora parlargli. È solo quando mi avvicino e do del tu a quella persona che finalmente comincio a conoscerla davvero, e tutte le informazioni che ho raccolto finora e le idee che mi sono fatto non servono più, diventano inutili.

La preghiera significa cominciare a dare del tu a Dio. Parte solo dopo che ho abbandonato le mie ipotesi e aver dato un taglio alle mie fantasticherie. La ragione e l’immaginazione descrivono l’altro sempre con un pronome alla terza persona. L’altro così rimane una ipotesi. La preghiera chiama l’altro e gli parla sempre con il pronome alla seconda persona. È l’inizio della sua conoscenza. Descrivere la preghiera senza averla mai sperimentata è possibile e anche facile, dal momento che si potrebbero avanzare infinite ipotesi; sperimentare la preghiera e poi descriverla è impossibile perché qualunque parola potrei usare non è mai sufficiente a ripetere il silenzio che ho udito. La preghiera solca la differenza tra lo scitum e il creditum, tra il sapere e il credere. Il sapere soggiace per natura all’eteronomia, dacché ho bisogno di fonti esterne e delle loro leggi per saziare la mia intelligenza. Credere invece mi fa partecipare al modo di essere di Dio. Si chiama partecipazione alla Teonomia, parola apparentemente difficile, il cui senso ci è venuto a dispiegare Gesù quando si è fatto uomo per farci come Dio, mettendo nei nostri cuori il suo Spirito, una legge non incisa sulla pietra ma nella carne.

Il credente cristiano infatti comincia, nella forza dello Spirito, col chiamare Dio, «Padre», e finisce col chiamare gli altri «fratelli». Nella preghiera conosce Dio come Lui si conosce e l’altro come è conosciuto da Dio. Lo Spirito rompe le barriere di una eteronomia fondata sulle differenze donandoci una condizione nuova senza differenze, una unità dove la libera obbedienza dell’uomo riconosce la gratuita benevolenza di Dio. Alcuni passi della Scrittura alludono al fatto che per chi crede non può esserci più opposizione tra la legge divina e la libertà umana. San Paolo, per esempio, elogia la condizione privilegiata dei discepoli di Cristo, che non sono più lattanti, ma adulti perché godono della libertà che deriva dalla vita secondo lo Spirito, e riassume il suo pensiero come segue: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi» (Galati 5,1; vedi capitoli 4-5). Altrove scrive: «Dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà» (2 Corinzi 3,17). E in un’altra lettera afferma: «Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi» (Romani 2,14). Un altro esempio viene da San Giacomo, che parla del comandamento nuovo secondo la Scrittura: «Amerai il tuo prossimo come te stesso», e lo definisce «la legge della libertà» (Giacomo 2:8 e 12; vedi Matteo 12:1-8).

Se dunque la preghiera è comunicazione con Dio con le parole suggerite dallo Spirito, essa è il luogo in cui contemporaneamente io sono posto nell’unità con Dio e i fratelli. Per questo è possibile pregare con i santi, non necessariamente ai santi perché preghino al posto nostro, ma con loro nell’unità tra cielo e terra. Il verso del salmo 62, «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco», anticipa al singolare l’aggettivo possessivo plurale che Gesù ci consiglia di usare quando insieme chiamiamo Dio, «Padre nostro»: la preghiera ci espropria di qualsiasi forma di individualismo, restituendoci l’unità che avevamo perso quando abbiamo voluto essere legge a noi stessi. L’orante si rivolge a Dio come un innamorato che ha l’ardire di poter dire «Tu sei il mio Dio»; come un figlio che con orgoglio può dire sei «Padre nostro». Questa è preghiera: dare finalmente del tu a Dio.

La preghiera non è una supposizione teologica, tanto meno filosofica su Dio: è parlare con Dio, non su Dio. Pregando scopriamo il vero volto di Dio, quello che ci ha rivelato Gesù, e troviamo che il primo a fare il passo verso di noi era proprio Lui. Isaia 43,4 afferma nei confronti dell’uomo: «tu sei prezioso ai miei occhi perché sei degno di stima e io ti amo». Non dice: se sei buono ti amo, ma ai miei occhi sei prezioso. Certo, l’uomo potrebbe fare a meno di Dio tirando avanti lo stesso, ma per la più strana delle ragioni – al contempo degna di adorazione – Lui si è fatto avanti: si è fatto uomo, uno di noi, per parlare con noi usando il nostro linguaggio, nella nostra condizione. La preghiera cristiana comincia con il primo passo mosso da Dio nell’incarnazione e diventa dialogo quando, con la forza dello Spirito in tutte le lingue e in tutti i luoghi, gli uomini sono raccolti nel grembo della preghiera per condividere i pensieri con Dio e per lasciarsi coinvolgere con ciò che Dio sente, pensa, desidera dell’uomo.

Lo Spirito dona anche la luce necessaria per capire e accettare la nostra differenza rispetto a Dio. Ammettere questo potrebbe già qualificarsi come il massimo della nostra onestà intellettuale. Lo fa già nella Trinità dove come persona divina è lo spazio che distingue il Padre e il Figlio e li unisce nell’amore. La preghiera è lo specchio più fedele della nostra verità: lo spazio che ci distingue da Dio e a Lui ci unisce. Non è sfiducia in Dio pensare che Egli non intervenga per cambiare la nostra condizione, piuttosto è un atto di vera fede pregare come via per capire cosa pensa Dio di me nella mia condizione, in una situazione di malattia, di abbandono, di fragilità, di desolazione. Davanti alla croce e sulla croce Gesù prega come uomo con tutto il carico della sua debolezza, e la sua preghiera che non cambia quella croce tuttavia la redime dalla sua infinita oscurità e infamia. Questa luce che inonda il buio che si fece su tutta la terra da mezzogiorno fino alle tre, invisibile ai nostri occhi, è la luce dello Spirito!

Dicevamo all’inizio di questa riflessione che la preghiera è sospensione di ogni ipotesi, ebbene quel buio del venerdì santo in cui ogni luce della mente è sospesa è il momento in cui Dio agisce per ribaltare il mondo e le cose a modo suo. Dio vede nell’oscurità e la preghiera è vedere con Dio attraverso il buio, ma ancor più è sapere di essere visti da Lui nel buio che noi stessi non riusciamo a governare. In quel buio Egli fa molto di più che cambiare una situazione contingente: ci salva! E se ci salva, non farà molto meno per il bene dei suoi figli? I cristiani nella fede hanno preso sempre sul serio queste parole di Gesù: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Luca 11,11-13). Il paradosso di questo passo è che la preghiera chiede sempre meno di quello che Dio può e vuole dare.

Mi piacerebbe poter dire – a chi blandendo egli stesso un nominalismo ideologico, residuato di guerra illuministico ormai stantio, ha scambiato questo modo di pregare col suo timore di soggiacere a forme di eteronomia oscurantista, giudicando imbarazzante l’appello di papa Francesco a pregare con insistenza e incessantemente (vedi Luca 11,1-13) – che pregando si ottiene molto più di quello che si chiede, perché, che lo si voglia a o no, Dio sempre eccede lo stesso bisogno che noi abbiamo di Lui. E difficilmente corrisponde alla misura della nostra immaginazione e dei nostri recinti mentali. Per cui ben venga la preghiera come luce che ridona all’uomo la dignità che Dio gli concede fino a ritenerlo figlio, oltre l’insidiosa e nichilista visione dell’arrogante impotenza prometeica. Possiamo infatti fare a meno di illuminare il sole che è Dio con la candela fumigante di un pensiero razionale ristretto e spiantato, ma non possiamo condividere la fantasia che quella del mozzicone di candela rimasto sia tutta la luce di cui disponiamo. Se non altro perché siamo stati ricreati come figli della luce e insieme siamo posti da Cristo per brillare sopra il moggio. La preghiera è la migliore luce rifratta da Dio attraverso l’individuo credente e la comunità di fede nella storia. Molto più che i cicalecci adolescenziali, che una volta si aveva almeno il pudore di registrare sulle pagine intime del diario e ora invece si spargono ai venti della socialità solipsista per rimanere impigliati nelle maglie della rete informatica.

La preghiera è una geometria di luce disegnata dall’uomo che alza lo sguardo e da Dio che lo abbassa. La prima linea traccia la verticalità dell’essere umano sospesa tra il limite della terra da cui è sorto e il desiderio della sua piena umanizzazione. Se ho un problema grave e nella preghiera ricevo la luce che mi serve per vivere quella situazione difficile alla luce di Dio divento più umano anche nella più difficile delle situazioni. Con la preghiera si impara a vivere e ad amare la vita in tutte le stagioni e situazioni. Si comprende meglio il senso della vecchiaia, della malattia, delle fragilità, delle contraddizioni, delle pandemie, ecc. Pregare è come vedere le cose dall’alto, e costringe a non ripiegarci sulla terra, a non curvarci sulle cose immediate, a non confondere l’uomo con la sua salute, il successo, la sicurezza. Lo sguardo che Dio rivolge verso il basso strappa l’uomo dalla solitudine e gli restituisce la piena misura della sua statura svettante, dà senso alla sua attesa. Paradossalmente chi non prega si umilia, perché si abbassa verso terra e non alza mai la testa per incrociare lo sguardo di Dio. Si accontenta di ciò che offre la terra, l’humus. Pregare non è un optional per anime devote ma la salvezza dell’uomo come uomo. Non è chiudersi in sé, una languida introversione, ma apertura all’Altro che mi fa essere me stesso ridonandomi la somiglianza con il Padre. Con la preghiera il cielo si avvicina alla terra.

Pregare insieme e pregare per gli altri disegna anche una linea di luce orizzontale. In faccia a una visione pessimistica dell’uomo e alla convinzione di un Dio come essere impassibile, la preghiera di richiesta non è mai accattonaggio, nemmeno è tentativo di convincere Dio a cambiare i suoi disegni. Ma è valutare con Dio la nostra vita, i nostri problemi, le gioie, le speranze. Quando prego per la salute non posso esigere che Lui cambi le cose, però posso desiderare che Lui mi aiuti a capire la malattia nella mia vita, il modo di affrontarla e viverla come parte della mia vita, perché qualunque cosa accada mi faccia uscire maturato, non sconfitto, più uomo. Nella preghiera l’uomo si chiede quale testimonianza, quale esempio possa dare in un preciso contesto e circostanza. La preghiera, che non è accattonaggio, è generosa disponibilità a divenire di più di ciò che perdo! Come suggeriva Teresa d’Avila, pregando non sempre otteniamo ciò che chiediamo, ma certamente diveniamo capaci della cosa per cui preghiamo. Se prego per la pace divento una persona di pace.

Spesso avviene nella preghiera che si stia accanto e si guardi in alto verso lo stesso punto senza tuttavia guardarsi gli uni gli altri nel nostro spazio orizzontale. La preghiera di intercessione ci fa guardare intorno. Con il suo appello il papa ci invita a pregare insieme guardandoci attorno. Distende in questo modo le coordinate suggerite da Gesù, che ci invita a pregare sempre e insistentemente, su una linea spaziale sconfinata e ininterrotta. Non vado in chiesa tra gli altri a ripiegarmi su me stesso e i miei problemi. Ma a gettare uno sguardo sui problemi di tutti i miei fratelli che incontro su questo sconfinato orizzonte: prego per quelli sui barconi, per quelli afflitti da guerre, per le donne umiliate, per le vittime della pandemia. Non delego a Dio la soluzione dei problemi, semmai è Lui che me li affida perché possa agire attraverso di noi. Sarebbe dunque il caso di parlare non tanto della nostra perdita di libertà, quanto piuttosto dell’impotenza di Dio dinanzi alle nostre libere responsabilità. Nella preghiera che incrocia il volto dei fratelli le comunità imparano prima di tutto a interagire al loro interno per generare una cultura della solidarietà. Così la preghiera diventa anche una “maratona” della testimonianza nei confronti dei più giovani, dei dimenticati, dei lontani, degli altri. La preghiera autentica unisce al Padre e porta sempre all’incontro col fratello. Chi prega volge lo sguardo verso l’alto ma subito si accorge che lo sguardo di Dio è rivolto verso il basso, verso i suoi figli ed è così che lo sguardo insegue il Suo oltre la preghiera, nella vita.

Per gentile concessione del giornale della Diocesi di Piazza Amerina “Settegiorni”

 

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