La testimonianza del giudice Livatino agli occhi di un giovane magistrato

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di Gregorio Balsamo

«Ti andrebbe di scrivere un intervento in occasione della beatificazione di Rosario Livatino?». La domanda dell’amico Francesco sulle prime mi lascia perplesso: che tipo di contributo potrei dare io sulla figura di Livatino? Che valore potrebbe avere la mia testimonianza rispetto ai ben più autorevoli fiumi di inchiostro già versati, soprattutto da parte di chi lo ha conosciuto personalmente? «Ogni tanto è bene che parli anche chi non c’era», mi risponde Francesco. Di fronte a questa affermazione, non posso che accettare il suo invito.

Il problema è che io Rosario Livatino quasi non sapevo chi fosse fino a qualche anno fa. È vero, anche io, come lui, svolgo la professione di magistrato, ma ho esattamente l’età che lui aveva quando è stato barbaramente assassinato, quella mattina del 21 settembre 1990, mentre percorreva la S.S. 640 Caltanissetta-Agrigento a bordo della sua autovettura per recarsi in tribunale. Ammetto che, all’epoca, ero troppo piccolo per prestare particolare attenzione alla notizia di quell’omicidio, e infatti non ne serbo alcun ricordo. Solo con il passare degli anni, soprattutto dopo aver scelto il mio percorso di studi universitari, dapprima, e lavorativo, poi, ho iniziato a conoscere la figura del “giudice ragazzino”.

Inaspettatamente, a Caltanissetta, mia prima sede di lavoro (altro elemento che abbiamo in comune), mi sono imbattuto in diversi suoi colleghi dell’epoca che mi hanno raccontato numerosi aneddoti (talvolta anche divertenti) che mi hanno consentito di conoscere anche il lato più umano di Livatino.

Sulla base di queste tutto sommato scarse conoscenze personali, comincio allora a scorrere quanti più articoli, interviste, appunti e trascrizioni di convegni sul tema per documentarmi. Pian piano, leggendo soprattutto le sue parole e i suoi scritti, mi accorgo di essermi accostato all’argomento dall’angolazione errata: il problema, quindi, non diventa più “cosa posso dire io su Rosario Livatino?”, quanto piuttosto “che cosa Rosario Livatino vuole dire a ME?”. All’improvviso comprendo anche le parole di Francesco: se la Chiesa decide di proclamare un nuovo beato, lo fa nella piena convinzione che egli rappresenti un esempio e una testimonianza per l’intera comunità oggi.

Riprendo allora le parole che Livatino pronunciò in occasione della conferenza, dal titolo “Fede e Diritto”, da lui tenuta il 30 aprile 1986 a Canicattì: «Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. […] Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata».

Leggendo e rileggendo queste riflessioni, mi riscopro a sorridere involontariamente: è davvero ironico (o, piuttosto, provvidenziale) che la Chiesa decida di accogliere tra le schiere dei beati un magistrato proprio ai giorni nostri, in cui la magistratura viene travolta da continui scandali che ne minano pesantemente la credibilità agli occhi della cittadinanza. Proprio l’attuale profonda crisi rende ancor più evidente la necessità, anzitutto per me, di andare al fondo delle parole di Rosario (comincio ormai a considerarlo un amico, tanto da permettermi di chiamarlo per nome), al fine di verificarne la validità operando un confronto con la mia quotidiana esperienza di lavoro.

In questa prospettiva, ritengo senza dubbio straordinaria l’affermazione secondo cui il rendere giustizia è preghiera, e quindi una forma di rapporto diretto con Dio. Secondo l’opinione corrente, infatti, un magistrato può definirsi pienamente imparziale solamente quando mette da parte tutte le proprie convinzioni personali, adottando quindi un approccio quanto più “asettico” possibile nei confronti del caso sottoposto al suo esame. Livatino, al contrario, ha avuto il coraggio di affermare non solo che la fede non costituisce un ostacolo alla corretta formazione del giudizio, ma addirittura che un magistrato che si professi cristiano non può non fare i conti con la stessa nello svolgimento della sua professione. La fede, inoltre, diventa condizione a partire dalla quale concepire il lavoro come piena realizzazione di sé, della propria umanità.

Il secondo punto toccato da Rosario – strettamente connesso a quello appena illustrato – riguarda il tema dell’amore verso la persona giudicata. In un altro passaggio della stessa conferenza egli stesso spiegava che «la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana».

Affermare che si possa guardare addirittura con amore il soggetto che stai giudicando sconvolge alla radice l’usuale idea di quale debba essere l’approccio di un magistrato nei confronti dello stesso. Il totale distacco del magistrato dal soggetto giudicato rischia però (e proprio di ciò Rosario era pienamente consapevole) di tradursi, per un verso, nella sprezzante affermazione della propria superiorità morale e, per certi versi, antropologica o, per altro verso, nella riduzione dell’altrui vicenda umana a semplice res iudicanda, ossia a semplice materia inanimata oggetto di studio o, al più, di curiosità.

Soltanto una fede vissuta nella concretezza del quotidiano e come costante domanda di significato può avere portato Rosario a sovvertire questo schema, fino a fargli affermare, senza alcuna ombra di moralismo, che un uomo può essere giudicato solo nella misura in cui venga anche “abbracciato” da chi lo giudica.

È di una carità di questo tipo che evidentemente abbiamo tutti bisogno nel nostro tempo, una carità che ci consenta di riconoscere nell’altro il nostro stesso volto e che nulla toglie alla fatica del lavoro. Una carità che Rosario Livatino ha dimostrato anche nei confronti di quegli stessi mafiosi che, proprio per questa ragione, ne hanno consumato il martirio.

Nota di edizione. Le foto riportate nell’articolo sono alcune illustrazioni di Roberto Lauciello tratte dal libro di Marco Pappalardo, Non chiamatelo ragazzino, edizioni Paoline.

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