1° maggio: una festa che viene da lontano

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La data del 1° maggio evoca molti ricordi. Anche quest’anno, per la seconda volta, non vedrà manifestazioni pubbliche e commemorazioni di vario genere. Anche l’ormai famoso concerto di Piazza san Giovanni a Roma sarà senza pubblico. La particolare circostanza consente di ripensarne il senso e il valore, proprio perché l’esperienza della pandemia ha già pesantemente inciso sul lavoro, quello che è venuto meno a tanti e quello che è profondamente mutato per gli altri. Oggi pubblichiamo la riflessione di Marcello Corrao, che per tanti anni è stato dirigente regionale della Cisl siciliana

Di Marcello Corrao

Il 1° maggio si celebra la festa dei lavoratori, per ricordare tutte le lotte per i diritti dei lavoratori, originariamente nate per la riduzione della giornata lavorativa. Ma è opportuno per comprenderne la portata riferirci al significato del lavoro, che è un’attività materiale ed intellettuale per mezzo della quale si producono beni e servizi, regolamentata legislativamente ed applicata in cambio di una retribuzione. In altri termini il lavoro è un’attività intrinsecamente connessa con la natura dell’uomo che svolge opere fisiche ed intellettuali per soddisfare bisogni individuali e collettivi.

Ma nel corso dei secoli il lavoro subordinato è stato oggetto di sopraffazione da parte dei ceti dominanti. Sopraffazione esercitata in tanti e in diversi modi, schiavitù nel mondo antico, servi della gleba nel medioevo, ecc., Quindi si deve partite da un concetto basilare e cioè che il lavoro è o dovrebbe essere un dato distintivo della personalità umana, mediante il quale si acquista una dignità non comprimibile. Purtroppo non è stato così, come sopra ricordato, per tanti secoli ed il rispetto del lavoro dell’uomo lavoratore dovrebbe costituire una acquisita normalità.

C’è da dire che in questi giorni funestati dalla pandemia discettare sulla festa dei lavoratori diventa estremamente problematico, considerati i risvolti negativi sul piano produttivo ed occupazionale.

Ma riprendendo il filo logico delle nostre riflessioni è necessario fare un breve sintesi degli avvenimenti che hanno determinato la proclamazione della festa dei lavoratori che sarebbe più appropriato chiamare “Festa del lavoro”.

Le origini derivano dall’avvento dell’industrializzazione. Siamo nella seconda metà dell’ottocento e negli Stati Uniti d’America nelle fabbriche i dipendenti non godono di alcun diritto e soprattutto vengono sfruttati e non adeguatamente retribuiti.  Dopo tante manifestazioni solo nel 1889 negli Stati Uniti e in altri paesi si ufficializza la festa dei lavoratori indicando la data del 1° maggio.

Il tema della dignità del lavoratore e del lavoro da esso prestato non potevano non essere affrontati dalla Chiesa e fin dalla fine dell’800 si comincia ad evocare sempre in filigrana il contrasto esistente tra gli aspetti positivi e aspetti negativi del lavoro, tra la pena inevitabile e la crescita in umanità che esso comporta.

Il tema è stato lucidamente affrontato l’anno scorso in un bel commento da Francoise Terrel-Salmon, la quale ha opportunamente messo in correlazione la Rerum Novarum di Leone XIII con altri documenti fino alla Laborem exercens

di Giovanni Paolo II, correttamente definita come la sola enciclica interamente consacrata a questo tema. L’idea centrale afferma l’autrice è che il lavoro è l’attività umana per eccellenza. Lavorando l’essere umano imita Dio, poiché porte in sé – egli solo –  il singolare elemento della somiglianza con Lui. La conclusione per dirla in breve e che l’uomo è soggetto consapevole e libero quando si sottomette la terra e pertanto il suo lavoro ha un valore etico. Come Dio contemplò l’opera da Lui compiuta ogni giorno della creazione, così l’uomo partecipa alla creazione e glorifica Dio lavorando. Evidentemente da tali presupposti non si possono non condannare le varie forme di sfruttamento del lavoro dipendente che, guarda caso, collegano le lotte degli operai delle fabbriche della Rivoluzione industriale negli Stati uniti alle misere condizioni in cui versano oggi centinaia di lavoratori sfruttati dai caporali di giornata nelle nostre campagne calabresi e pugliesi.

Ed è proprio sulla base di questi concetti che la Chiesa ha celebrato il 1° maggio con la festa di san Giuseppe dei lavoratori e del lavoro con san Giuseppe artigiano fabbro, falegname. Con la sua vita di onesto lavoratore san Giuseppe nobilita il lavoro manuale, con il quale mantiene la sua Santa Famiglia e partecipa al progetto della salvezza

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