Pubblicato il: 7 Aprile 2020 alle 7:45 pm

Coronavirus, epidemie e fede

di Francesco Inguanti

Il dottor Maurizio Nicolosi è medico psichiatra, psicoanalista junghiano e docente di Psicologia del mito, del folklore e dei fenomeni religiosi nella Scuola di Specializzazione in psicoterapia del Centro Italiano Psicologia Analitica.

Dottore Nicolosi questa emergenza Coronavirus, che non è più emergenza, ha fatto tornare subito alla memoria esperienze altrettanto faticose e dolorose attraversate dall’umanità nel corso dei secoli, cioè le epidemie. Esse sono state occasione per far emergere il rapporto fra religione e malattia, cioè il modo in cui l’uomo religioso cerca di comprendere il significato di tali eventi. Proviamo a ripercorrere velocemente questo iter storico.

Le chiedo per prima cosa quale era il rapporto tra le epidemie e l’uomo prima del cristianesimo? Come viveva l’uomo del tempo il rapporto con gli dei allora?

Il mondo arcaico era una realtà completamente sacralizzata. Il “tutto è sacro!”, pronunciato dal mentore Centauro al piccolo Edipo nel bel film di Pasolini sulla tragedia di Sofocle, ben esprime questa realtà, fatta anche di una ritualità propiziatoria cruenta. Gli eroi di Omero, che canta storie accadute sette secoli prima, vivono ancora in un mondo sacro (che vuol dire “separato”): da una parte stanno gli umani, dall’altra gli dei, che degli uomini personificano virtù, vizi, passioni. Il Mito racconta in forma poetica la storia di questo rapporto, tormentato per i tentativi di placare con la venerazione e con il sacrificio numi percepiti come fondamentalmente impietosi.

Ma questo rapporto in un certo modo si evolve in seguito?

Nella Grecia antica, con la nascita delle città-stato, la religione si contamina con la politica nella ricerca e nella narrazione dei miti fondanti, mentre la ragione umana rivendica i suoi diritti nell’interpretare la realtà. La crisi di questo modello politico e amministrativo è anche la crisi del rapporto tra uomini e dei: è il tempo del teatro attico, e l’ultimo dei grandi tragediografi, Euripide, racconterà del dramma di un mondo che comincia a essere disincantato nei confronti del Sacro.

Ma siamo ancori lontano dall’avvento del cristianesimo. Dunque?

Il successivo periodo ellenistico, quello di Alessandro Magno, porterà al meticciato con altre religioni, altri dei, altri riti: quando lo storico Plutarco racconterà del grido che si era levato ad annunciare la fine del mondo classico: “il gran dio Pan è morto!” era l’alba dell’era cristiana e l’epigono rivoluzionario di un monoteismo medio-orientale, che del rapporto tra Dio e gli uomini aveva fatto una questione di alleanza, aveva raggiunto l’Europa, cambiandola per sempre.

Facciamo un salto al Trecento e alla peste nera (1347-1353). La Chiesa aveva già più di mille anni di storia. Quale rapporto riuscì ad instaurare con gli uomini e come li aiutò a capire quanto stava succedendo?

Tutto il Medioevo può essere letto anche come la storia della Chiesa che, affrancata dalla primigenia dimensione catacombale, riempie di culto e di cultura la trama lasciata dalla caduta della civiltà romana. Dopo la grande epidemia di peste del ‘300, che in Europa farà 20 milioni di morti, il mondo non sarà più lo stesso. Né più lo stesso sarà l’uomo, che di fronte al crollo della teocrazia pontificia e della dissoluzione delle strutture feudali, manterrà la percezione della sua natura creaturale, ma rivendicherà spazi di autonomia nel pensare e nell’agire. È l’Umanesimo, fenomeno inizialmente italiano, ma presto patrimonio dell’Europa intera.

La Chiesa riuscirà a intercettare questo cambiamento?

Rifiutando un confronto critico e trincerandosi dietro i bastioni rassicuranti della filosofia Scolastica come unica chiave di lettura, la Chiesa opterà per il consolidamento del potere temporale. Una scelta gravida di conseguenze, con il lato luminoso del Rinascimento e il lato oscuro della ricercata supremazia e della flessione morale, che apriranno il varco per la Riforma luterana. Sul piano dell’attenzione alla sofferenza, tuttavia, non si hanno cambiamenti. Anzi, l’attenzione portata all’uomo sviluppa idee e azioni. Ospedali e ricoveri si moltiplicano, nascono i primi lazzaretti, i luoghi dove vengono accolte le persone colpite da una malattia trasmissibile ed epidemica. Interessante la ricostruzione etimologica che vuole il termine lazzaretto come corruzione linguistica di nazaretto, ovvero il ricovero di Santa Maria di Nazareth sulla laguna veneta costruito alla metà del Duecento per ospitare i profughi dalla Terra Santa, che sarà utilizzato per l’accoglienza e l’assistenza dei malati colpiti dalle epidemie. Per secoli la Chiesa avrebbe gestito le competenze di un vero stato sociale con l’insegnamento e con la cura dei malati.

E andiamo alla più, nota quella del 1630 di manzoniana memoria. In questi mesi è stata invocata da molti. Anche grazie ai Promessi Sposi è stata resa evidente la presenza e il ruolo svolto dalla Chiesa e dai cristiani. Quale giudizio se ne può trarre per la situazione che viviamo oggi?

Nel romanzo manzoniano la ricostruzione storica dell’epidemia di peste bubbonica è fedele, anche nella riproposizione delle diverse modalità di reazione umana all’esperienza dell’epidemia. Il fatalismo delle parole di Tonio morente a Renzo (a chi la tocca la tocca) e lo scientismo ingenuo e negazionista di don Ferrante che, convinto che la causa del morbo sia da ritrovare in un’inusuale congiuntura astrale, muore di peste prendendosela con le stelle. Ma anche l’atmosfera paranoide di diffidenza, lo scontro ideologico, la svalorizzazione delle autorità ufficiali, l’esacerbazione della miseria, sono atteggiamenti tutti presenti ancora oggi.

E in positivo cosa si può dire?

Sull’altro versante fra Cristoforo, sebbene già malato, continua la sua opera di conforto e sostegno in favore degli appestati del lazzaretto morirà, e toccherà a padre Felice, mentre l’epidemia si va estinguendo, condurre la processione di ringraziamento all’interno del recinto degli appestati riconoscendo l’alto privilegio di aver avuto di servire Cristo nei malati e chiedendo perdono quando la fragilità umana non gli aveva consentito di essere sempre all’altezza del “gran ministero”. E anche oggi la Chiesa, per quanto ferita, prova a far sentire la sua voce con Francesco che chiede dal sagrato di San Pietro il risveglio della speranza, e della speranza di tutti poiché non ci si salva da soli nella piazza vuota il colonnato del Bernini rimane il simbolico abbraccio al mondo.

L’esperienza odierna è assolutamente nuova. Il primo dato è che essa si sviluppa in un contesto in cui la presenza e il giudizio e della fede cristiana è marginale e per molti versi ininfluente. È d’accordo e che giudizio ne deriva?

Il mondo manzoniano, e quello, di due secoli successivi dell’Autore, è un tempo di secolarizzazione, di perdita progressiva di rilevanza della religione nella vita personale e sociale. Un processo destinato a svilupparsi fino a deflagrare nel secolo breve. In particolare, nella seconda metà del Novecento la secolarizzazione assume un volto preciso. Alla morte di Dio teorizzata da Nietzsche, e da intendersi nel senso dell’autocomprensione dell’uomo indipendentemente dall’esistenza di Dio succede un altro dio, che impera incontrastato: la Tecnica, vertice e massima espressione della razionalità umana.

E la tecnica come ha inciso in questo processo?

L’affermarsi del dominio della tecnica, nel mondo occidentale, ha inciso profondamente sulle realtà sociale e psicologica, generando una sorta di mutamento antropologico definibile come post-modernità. Nella post-modernità il rapporto con il Sacro e con le istituzioni religiose muta ancora una volta. In particolare, cambiano le stesse modalità autorappresentative del religioso, come la diffusione delle sette, delle religioni-fai-da-te, dei movimenti di spiritualità atea dimostrano.

Un altro elemento assolutamente nuovo è che questa epidemia può teoricamente contagiare 7 miliardi di uomini in ogni angolo della terra. Quali conseguenze?

Non è la prima volta che l’umanità si confronta con una pandemia. In tempi a noi più recenti possiamo ricordare l’influenza Spagnola esplosa nel 1918, alla quale si imputano 100 milioni di morti, anche se probabilmente il numero di decessi ascrivibili direttamente alla pandemia è stato di certo inferiore: si era nel primo dopoguerra mondiale e si moriva in tanti, e per molto meno. Lo scenario post-pandemico? Difficile prevederlo in questo momento.

Il terzo elemento è che essa si manifesta in un periodo della storia dell’uomo in cui la scienza ha coltivato la presunzione di risolvere prima o poi tutti i mali. Ma questa si sta rivelando una illusione. E allora, quale atteggiamento assumere?

Quella da coronavirus è la prima pandemia in un mondo globalizzato, il che implica considerazioni di ordine politico ed economico complesse e mai definitive. Il fatto nuovo è l’esperienza della morte collettiva in un contesto dove la velocità di comunicazione annullando le distanze ha moltiplicato la percezione della fragilità umana. Quella morte collettiva che l’occidente post-moderno delle generazioni che non avevano conosciuto la guerra ha scotomizzato, nascondendola il più possibile allo sguardo e confidando nel progresso che domani avrebbe traguardato i risultati oggi non possibili, si ripropone imperiosa, come la scoperta originaria della personale caducità. Vorrei tornare un attimo al passato.

Prego

Il mito greco di Sisifo adombra il mito del progresso, come tentativo di imbrigliare la morte: gli obiettivi che non sono stati raggiunti sul piano della scienza, della medicina, della tecnologia, lo sarà certo nel futuro prossimo. È sotto gli occhi di tutti che l’evento al quale stiamo partecipando abbia attivato potentemente questo mito, facendoci affamati supplicatori di progresso per allontanare la morte. Più rara, invece, è la domanda di senso. Eppure, essa serpeggia, incerta e fragile. La possiamo intravedere nelle trame della comunicazione, ufficiale e privata di questi giorni, quando nei pochi spazi lasciati liberi dalla politica, dalla scienza, dalla tecnica, dal disperato bisogno di evadere, si affaccia un richiamo al bello nell’arte, nella poesia, nella musica. Può essere, certamente, la ricerca di compensazione da parte di animi sensibili, ma può anche essere il tentativo di alimentare la speranza.

Il professore messinese Raffaele Manduca ha scritto di recente: “Il virus sta mettendo a nudo i persistenti limiti delle nostre capacità nell’affrontare una situazione usuale nella storia dell’umanità. L’evolversi del contagio rischia inoltre di rievocare tutti quei fantasmi sociali che hanno accompagnato da sempre le epidemie il pericolo, cioè, di una frantumazione dell’ordine sociale, delle strutture politiche e, soprattutto, dell’ordine economico” Condivide questo giudizio e cosa si può aggiungere ad esso?

Non è difficile ipotizzare che dopo una pandemia il mondo non sarà più come prima. Alla fine del suo viaggio nell’Inferno, Dante si trova al cospetto di Lucifero, ma stavolta non torna indietro come aveva fatto all’inizio davanti le tre fiere delle quali patisce la minaccia e lo scacco. Adesso, con la compagnia di Virgilio, letteralmente lo attraversa, si abbarbica alle villosità del demonio e continua a scendere. Poi, improvvisamente, si rende conto che sta risalendo; si è capovolto, l’Inferno è sotto di lui: ancora un poco e sarà alla base della montagna del Purgatorio. Ecco la sfida: che la nostra prospettiva cambi mentre cambia il mondo.

La durata dell’isolamento “coatto” sta facendo emergere, anche grandi difficoltà nelle persone per la mancanza di opportunità relazionali. Come ci si può aiutare gli uni e gli altri, visto che l’unico mezzo di comunicazione rimasto, soprattutto per gli anziani, è il telefono?

Oggi più che mai siamo inondati da tutto e dal contrario di tutto e quindi chiamati a un difficilissimo discernimento, pena l’alienazione di sé. Mi pare notevole, tuttavia, il tentativo messo in atto di utilizzare i mezzi a disposizione per continuare un mandato di responsabilità, forse più semplice per l’insegnante o per l’operatore psicosociale, ma non impossibile per gli altri. In tempi non sospetti (era il 2016) è stato costruito un sito di ispirazione cristiana (Webcattolici) che si propone non appena come erogatore di servizi in ambito culturale o caritativo, ma come laboratorio per migliorare l’utilizzo dei sistemi informatici per migliorare l’informazione e la didattica. Mi sembra un’iniziativa meritevole di attenzione e forse potrebbe aiutare nel trovare una risposta per l’aiuto ai meno adusi alla telematica, che non sono soltanto anziani…

Il professor Massimo Recalcati ha scritto: “Questo virus ci insegna che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio.” Che senso ha a suo parere tutto ciò, se siamo obbligati a vivere da soli chiusi in casa?

Inutile girarci attorno. Il lockdown è un’esperienza di limitazione grande della libertà personale che non ha un termine predefinito (come ad esempio i sette giorni del trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico) e che non nasce dall’applicazione di una sanzione giudiziaria. Tecnicamente è un trauma, al tempo stesso individuale e collettivo. L’individuazione di un atteggiamento coerente con la natura della crisi attuale e con l’impegno di attenzione al bisogno dell’Altro che da tanti viene auspicato non può prescindere dalla consapevolezza che, da tempo, non viviamo più in una società “normativa” dove il conflitto era tra ciò che era consentito e ciò che era vietato, ma in una società “performativa” dove il conflitto si struttura al livello delle capacità e delle abilità personali: ciò che sono o non sono in grado di fare. L’uomo occidentale sopravvivrà al virus, ma dovrà combattere anche il narcisismo. Bisogna rovesciare la metafora, cambiare il codice: stiamo ricercando strenuamente anticorpi per un virus che, guardando da un altro punto di vista, sta agendo come anticorpo verso la nostra Hybris.

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