Pubblicato il: 25 Maggio 2020 alle 5:54 pm

Riaprire le Chiese non significa sconfiggere la paura. Solo una Presenza può continuare a sostenerci.

di Francesco Inguanti

È andato tutto bene! Si potrebbe riformulare così lo slogan più usato in questi mesi di pandemia per spiegare e commentare l’apertura delle chiese avvenuta domenica scorsa. Dal Trentino alla Sicilia, nelle cattedrali come nelle chiesine di paese, con lo scrupoloso ossequio delle prescrizioni e un pizzico di fantasia, lì dove possibile, si sono celebrate le Messe e i fedeli hanno potuto ricevere la comunione.

Quale valutazione si può trarre? Secondo un giudizio sociologico, che pare sia l’unico che interessi opinione pubblica e semplici cittadini, è andato tutto bene sol perché non ci sono state resse, gente che non è potuta entrare o fedeli che abbiano protestato per le rigide misure imposte dal Governo. Detto in altri termini: chi ha voluto è andato, ma molti non hanno voluto e sono rimasti a casa o forse hanno preferito una passeggiata. Se ci si ferma a questo aspetto sembra che la vittoria dell’ennesima disputa tutta nostrana sia stata appannaggio di quanti sostenevano nei mesi delle “chiese chiuse” che in fondo l’ascolto della messa domenicale non è tra i beni ritenuti di primaria importanza dalla stragrande maggioranza degli italiani.

Ma forse è opportuno andare più a fondo di quanto accaduto per non scadere in giudizi scontati e frettolosi. Il nostro Arcivescovo mons. Michele Pennisi nella solennità dell’Ascensione ho celebrato l’Eucaristia all’aperto nel piazzale antistante il santuario diocesano della Madonna di Tagliavia, dove sono state celebrate diverse messe con la partecipazione di diverse centinaia di pellegrini provenienti anche da altre diocesi vicine. A conclusione della celebrazione ha affidato alla Madonna di Tagliavia, invocata come “salus infirmorum”, il clero e i fedeli della Arcidiocesi con un particolare ricordo per i defunti, le persone anziane accolte nelle case di riposo, i malati curati negli ospedali, gli emigrati che da paesi lontani vedono nella devozione alla Madonna un punto di riferimento per la loro fede e coloro che soffrono a causa della mancanza di lavoro e di risorse per vivere.

Lo abbiamo raggiunto per telefono lunedì per una valutazione su quanto accaduto domenica. “I parroci – risponde prontamente – ieri si sono organizzati in vario modo per garantire la partecipazione di quanti hanno desiderato esserci. Tutti mi sono parsi soddisfatti di come sono andate le cose”.

Ma è innegabile, però, che c’è stato in tutta Italia un calo delle presenze. Perché?

“Per due motivi molto evidenti. Il primo riguarda il periodo. Da sempre con la fine delle scuole e delle attività legate al catechismo, diminuisce la partecipazione dei fedeli alle Messe nelle città e nei grandi paesi. Molti di questi si spostano poi nelle località di villeggiatura. Il secondo riguarda invece quanto è accaduto ed è sintetizzabile dalla parola paura. C’è ancora nella gente molta paura, e non solo tra gli anziani. Molti cercano ancora di limitare al minimo i luoghi pubblici o di possibili contagi”.

Quindi?

“Quindi occorre aiutare tutti ad affrontare e superare bene questo momento molto difficile. Il bambino supera la paura quando stringe la mano di papà o di mamma, che sono le persone più prossime che danno sicurezza. Quella si chiama “una presenza”. Per gli adulti non è molto diverso, ma ci vuole più attenzione e più capacità nel dare le ragioni. L’apertura delle chiese o delle palestre, dei negozi o degli stabilimenti balneari, non elimina automaticamente la paura”.

Come si può continuare e in quale direzione?

“Domenica passata le Messe più partecipate nella nostra Diocesi, come un po’ dappertutto, sono state quelle all’aperto. Questo dato ci dà già una linea di tendenza: favorire ove possibile questa opzione, che non riguarda solo noi al sud, ma tutta l’Italia, grazie anche al fatto che siamo già in estate. Ma poi bisogna aiutare quanti hanno questo tipo di difficoltà non con l’additare l’irresponsabilità dei giovani che vogliono riunirsi la sera o che dalla prossima settimana si riverseranno al mare, ma con un rispetto oculato delle regole che consenta di riprendere una vita normale a tutti”.

Ma che significa in concreto?

“Significa per un verso aiutare tutti, a partire dagli anziani, ma non solo loro, a non perdere le buone abitudini della socialità che avevano e cui sono stati costretti a rinunciare, a cominciare dalle riunioni familiari, a quelle in piccoli gruppi, al tornare a frequentare la parrocchia che è pronta a riaccogliere chi lo desidera già dalla messa quotidiana. Guai a convincersi che è meglio stare soli piuttosto che incontrare gli altri”.

E poi?

“E poi riflettere insieme su tante cose dette e scritte in questi mesi che attendono ora di essere concretizzate, a partire dalla domanda più importante: come ci ha cambiato la quarantena e come ci costringerà ancora a cambiare il virus? Guai a convincersi che è tutto finito o al contrario che nulla tornerà come prima”.

E qual è il contributo della comunità cristiana in questo nuovo cammino?

“Partiamo da un dato emerso nelle interviste che giornotto ha fatto ad alcuni parroci della Sicilia. Hanno detto tutti che si sono inventati un modo nuovo e diverso di fare i parroci e che i fedeli dal canto loro hanno fatto altrettanto. La Chiesa ha dimostrato che sa stare tra le persone sia perché tenta di risolvere i loro problemi (vedasi il bisogno alimentare) sia perché riesce a fare loro compagnia e a dare un senso a tutti gli aspetti del vivere, anche quelli più difficili. Si tratta di continuare sia in un sapiente utilizzo dei mezzi di comunicazione sia in un modo diverso di stare con loro”.

Può fare qualche esempio?

“Sulla fantasia dei parroci e dei fedeli io ho solo da imparare. Posso dire quello che probabilmente accadrà o non accadrà: per esempio non potremo fare quasi certamente i tradizionali pellegrinaggi nei Santuari di mezza Europa. E allora come spederemo quel tempo e quei soldi che avevamo pensato di utilizzare per quei fini? Oppure: come faremo le attività estive per i giovani, come il Grest, visto che bisognerà seguire molte più norme di sicurezza? È probabile pure che in molti dovranno rinunziare anche a molti giorni di vacanza, e saranno costretti a rimanere in città? Che cosa sapremo proporre a queste persone? Ancora: molte parrocchie, soprattutto di città, durante l’estate rallentano di molto le proprie attività, a partire dalla riduzione del numero delle messe. Quest’anno forse non sarà così. Bisognerà forse inventare una pastorale per i mesi estivi di coloro che rimangono a casa. E per ultimo la cosa più importante”.

Quale?

“Tutti diciamo di avere scoperto le potenzialità del web e della comunicazione a distanza. Vuol dire allora che non dovremo salutarci a luglio con la frase: ‘Vado in campagna Padre, ci rivediamo a fine settembre’. Ci si potrà incontrare sulla rete anche a luglio o agosto senza essere fisicamente in parrocchia. Come dire che non bisogna aspettare settembre per raccontarsi come si sono passate le vacanze. E questo ha un risvolto concreto nella carità. Quanti abbiamo aiutato in questi mesi avranno bisogno ancora del nostro aiuto. Potremo dire: ‘Tornate a settembre perché siamo chiusi per ferie’? Ma molti altri esempi verranno dall’impegno che tutti metteremo nel saper vivere questa nuova condizione”

E quindi che conclusione si può trarre?

“Nessuna conclusione, solo l’impegno a continuare il cammino. Non vi è dubbio che tutti, laici e sacerdoti, siamo chiamati ad una nuova stagione della testimonianza cristiana. Il coronavirus ci ha prepotentemente provocati. Vogliamo accettare questa sfida o chiudere gli occhi illudendoci che nulla è cambiato? La Chiesa storicamente ha sempre saputo accettare queste sfide; spesso le ha vinte, anche prima della società civile. Penso che ce la faremo”.

E perché?

“Perché la Chiesa ha sempre vinto questa sfida, come ho appena detto, e perché accettare questa sfida è l’unico modo per non soccombere, non ad un virus chiamato Covid-19, ma allo scetticismo, un morbo ben più grave, che toglie la voglia di vivere. E poi non dimentichiamo che noi abbiamo la compagnia certa dell’Unico che ha sconfitto la morte, Gesù Cristo, il quale in questi mesi difficili non ci ha abbandonato, anche se non sempre si è presentato nei modi e nei tempi che ciascuno di noi avrebbe voluto”.

 

 

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