Pubblicato il: 3 Maggio 2020 alle 9:11 am

Sono ritornato a gustare il tempo come l’ambito in cui si gioca la mia fedeltà al Signore.

di Francesco Inguanti

L’intervista odierna è stata rilasciata da don Pietro Damiano Scardili parroco a Centuripe (EN)

Reverendo, che effetto le fa la situazione che stiamo vivendo da quasi due mesi?

È una situazione strana quella che stiamo vivendo. Da un lato mi sento “privo” di ciò che è il rapporto quotidiano e concreto con la “mia” gente. Papa Francesco ci ha ricordato che nel vivere la sua missione, il prete non può comportarsi come «un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve – magari bene, ma come fosse un mestiere – e poi se ne va a vivere una vita separata. Si diventa preti per stare in mezzo alla gente». Dall’altro lato sto riscoprendo il mio rapporto con il tempo. Una vita autenticamente cristiana non può prescindere dal rapporto con il tempo. Questa epidemia ci ha costretti a fermarci. Oggi viviamo in una stagione segnata da accelerazione, velocizzazione e atomizzazione del tempo. Il tempo è diventato l’idolo a cui siamo abitualmente e quotidianamente alienati. Sono ritornato a gustare il tempo come l’ambito in cui si gioca la mia fedeltà al Signore.

Anche lei come tanti confratelli si è avvalso dei mezzi di comunicazione per tenere i rapporti con i fedeli?

Sono stato, e lo sono tutt’ora, molto restio a trasmettere le Messe in diretta. Ho reso partecipi, se così si può dire, i miei parrocchiani solo delle celebrazioni del Triduo Pasquale, centro di tutto l’anno liturgico. La celebrazione liturgica implica la partecipaziome attiva, piena e consapevole e, di conseguenza, ne richiede la presenza fisica. Si può correre il rischio di concepire la celebrazione come qualsiasi altra “trasmissione televisiva”: la guardo stando seduto tranquillamente sul divano! Quella che viviamo adesso sotto la pandemia è una situazione di emergenza, ma «l’ideale della Chiesa è con il popolo e i sacramenti» (papa Francesco), ed è lì che si deve tornare. Ho utilizzato i mezzi di comunicazione a disposizione (facebook e whatsapp) per tenre un certo legame con i fedeli e soprattutto per l’annuncio della Parola e le catechesi.

Ma l’emergenza non può fermare la carità Come vi siete organizzati?

La Caritas parrocchiale è rimasta attenta ai bisogni e alle necessità delle famiglie meno abbienti attraverso la distribuzione di generi alimentari, l’acquisto di medicine e, in qualche caso, il pagmanerto anche di alcune utenze arretrate. Le norme restrittive hanno impedito di svolgere un servizio continuato e a contatto reale con le persone. Ma adesso stiamo pensando a come andare incontro alle necessità delle nuove povertà e, soprattutto, ad attrezzarci affinché si posso ritornare a svolgere il servizio in piena sicurezza sia per gli operatori caritas che per gli assistiti. Dinnanzi a questa situazione del tutto inedita ed inimmaginabile, ho assistito ad un movimento di solidarierà e condivisione specialmente nei giovani. La solidarietà in questo momento non può essere solo uno slogan che tutti più o meno pronunciano affinchè siano solo gli altri o alcuni a farsene carico in forma prevalente. Qualcuno evoca l’intervento dello Stato. Lo Stato siamo anche noi e ognuno dovrebbe fare, nei limiti delle proprie possibilità, qualcosa di straordinario per aiutare il paese a risollevarsi partendo da chi è stato più duramente colpito dagli effetti di questa immane situazione.

L’esperienza del catechismo è continuata seppur a distanza? E come?

I catechisti hanno mantenuto il rapporto con i ragazzi attraverso video su whatsapp, oppure con gli strumenti utilizzati anche dai docenti per le lezioni online.

Come hanno vissuto queste settimane i suoi parrocchiani? L’appartenenza alla comunità cristiana della parrocchia come li ha aiutati?

So che a molti mancano la Messa e gli incontri comunitari. A loro ho chiesto di mantenere vivo questo desiderio. I mezzi di comunicazione sociale che, per certi versi, hanno celato relazioni senza relazione, adesso sono quanto mai utili per sentirsi vicini. Però attenti a vivere una “comunione senza comunità”: il riferimento al ritrovarsi insieme per vivere la comunione è un dato fondamentale del cristianesimo!

 

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