Pubblicato il: 30 Maggio 2020 alle 1:33 pm

C’è tanto desiderio di ritorno alla “normalità”, ma quella normalità era per certi versi il problema

di Francesco Inguanti

Siamo finalmente entrati nella fase 2. Torniamo tuttavia per un attimo indietro: quella precedente è stata caratterizzata dallo slogan: Andrà tutto bene”. Questo leitmotiv, ha trovato nei cattolici un fondamento ribadito anche dal Papa: la certezza della fedeltà di Dio nella storia. Ma nei laici su che cosa è fondato?

Penso che in tale espressione si celi una idea positiva di fiducia nel futuro, alimentata dal modo con cui gli italiani si sono sentiti parte di un’unica comunità, sperimentando la forza di essere popolo, di avere fiducia nei medici e negli operatori sanitari che hanno mostrato un grande senso di responsabilità concretizzato nel proprio lavoro quotidiano e nell’attenzione a prendersi cura delle persone più fragili e vulnerabili. A partire da questa speranza io credo ci possa ritornare a costruire e lavorare insieme, indipendentemente dalla visione di fede, convergendo in un sistema di valori che può rigenerare e rifondare le ragioni della nostra convivenza civile.

 Da mesi tutti ripetiamo che nulla sarà come prima. Ma poi i più saggi aggiungono che o il cambiamento è già iniziato o non sarà cambiamento. Possiamo accontentarci dei cambiamenti imposti dalle norme igieniche, che ora tutti siamo tenuti a rispettare, o c’è già un cambiamento in atto e in bene per tutti da cui possiamo ben sperare per il futuro?

È un passaggio indubbiamente delicato che si gioca a partire da due sentimenti contrastanti: da un lato il bisogno di ricominciare a vivere una quotidianità all’interno della quale ritrovarsi e ritrovare le ragioni per andare avanti e dall’altro dalla consapevolezza da parte di molti che questa è un’occasione preziosa per trasformare l’orientamento e la direzione del nostro modello di progresso sociale.  È pertanto auspicabile e comprensibili il desiderio di ritorno alla “normalità”, ma sappiamo che proprio quella normalità era per certi versi il problema. Mi riferisco al rapporto con l’ambiente ed il territorio, al modello produttivo eccessivamente estrattivo e distruttivo dei beni comuni, alle disuguaglianze sociali ed economiche che da esso derivano, alla compressione delle biodiversità e degli ecosistemi naturali spesso minacciati da uno stile di vita per nulla sostenibile. È il tempo della responsabilità a tutti i livelli; la trasformazione se ci sarà passerà dalla capacità di cambiare già oggi, potremmo dire con le parole del magistero di Francesco, dalla forza della conversione ecologica che sapremo davvero vivere tutti insieme.

 Massimo Recalcati ha scritto: “Questo virus ci insegna che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio”. A suo parere, che senso ha questo oggi? E che senso può avere domani?

“Nessuno si salva da solo”. Questa è la frase più potente che abbiamo ascoltato e che rinvia al destino comune che, proprio in ragione al destino “della casa comune” ci porta a scegliere un percorso possibile di fraternità e di solidarietà, che intreccia la vita delle famiglie, delle organizzazioni e delle istituzioni. Il modello estrattivo ha prodotto non solo disuguaglianze ma anche tanta frammentazione sociale, “liquidità” ma anche egoismi, nazionalismi, sovranismi… sino ad oggi l’unica alternativa di fronte ad una globalizzazione iniqua ed esclusivamente economicista è stata quella della saldatura di egoismi a vario livello… occorre una strada diversa, dobbiamo rimetterci in cammino per cercarla insieme, sentendoci parte di questa “vicenda comune”.

 Un economista, non un sociologo, Luigino Bruni ha scritto il 1° maggio per commentare il senso della festa del lavoro queste parole: “Nell’eclisse dell’economia politica è rinata l’economia domestica, l’oikos nomos: l’amministrazione della casa”. Che giudizio si può dare dal punto di vista culturale dell’esperienza domestica fatta in questi mesi? Le case sono state luogo di comunione o di conflitto? Il rapporto genitori figli ne esce rinvigorito o avvilito?

Nelle case e nelle famiglie si è misurata la tensione tra le due visioni del mondo di cui parlavo prima: una globalizzazione che ci vede singoli sovente in una solitudine competitiva e tragica e gli egoismi che si preoccupano soltanto delle relazioni più prossime e vincolanti. La convivenza forzata però io credo che abbia prodotto più un bisogno di nuova solidarietà e di prossimità, di attenzione alle fragilità e alle vulnerabilità; un indicatore importante io credo si possa rintracciare nelle tante espressioni di solidarietà concrete che le persone e le famiglie hanno mostrato. Penso che si sia anche percepito la necessità di un dialogo intergenerazionale nuovo: in tante città i giovani si sono presi cura degli anziani; i figli hanno voluto raggiungere i genitori… i nuovi media digitali sono stati riscoperti come strumento per facilitare questo dialogo; è un cammino possibile, per nulla scontato. Segnali negativi sono la persistenza delle violenze domestiche che penalizza soprattutto le donne così come l’alto costo sociale pagato dagli anziani, tante volte soli o confinati in luoghi spesso inospitali. Ritorna il tema di un modello economico più “civile” capace cioè di promuovere una presa in carico della vita, una economia della “cura”, forse meno virtuale e più concreta, e che scommette nelle relazioni di reciprocità e cooperazione pensando al Bene Comune.

Tra le domande di fondo che questa drammatica esperienza ha posto a tutti c’è quella di sempre sul significato del male. La tradizione teologica cristiana ha formulato l’espressione «Dio permette il male». “Il verbo permette denota il desiderio di non considerare Dio estraneo a ciò che sta accadendo e, nello stesso tempo, di non attribuire a Lui l’origine del male Non sappiamo perché Dio permetta il male. Sappiamo però che, grazie a Lui, questo non è l’ultima parola sull’esistenza umana”. (Giacomo Cannobio). Nei rapporti che lei ha avuto anche solo per via telefonica quale consapevolezza ha riscontrato nei suoi interlocutori in questi mesi? In questa vicenda ha prevalso il nichilismo o si è affacciata anche la speranza?

Direi senz’altro che prevale la speranza, pur non mancando scoramento e timori verso il futuro… la sofferenza e la morte hanno interrogato la persona. Sono riaffiorate domande profonde sull’esistenza e questo credo che sia un bene che non dovrebbe essere “sciupato” dai credenti che possono abitare le soglie di queste fatiche esistenziali, con rispetto certamente, ma anche con l’urgenza di una evangelizzazione. In altre epoche i cristiani hanno saputo cogliere lo smarrimento delle culture dominanti per raccontare esistenzialmente la possibilità generativa della fede, anche testimoniando le ragioni di un diverso modo di abitare le città e la vita comune; ma non possiamo rischiare la retorica, il linguaggio deve essere quello della vita, contenere l’attesa paziente e soprattutto la fiducia incessante nell’azione evangelizzatrice di Cristo che guida la sua Chiesa oggi con il suo Santo Spirito.

Anche l’Università si è “piegata” alla Didattica a distanza. C’è chi ha sostenuto che ha consentito più di fare entrare gli studenti nelle stanze dei professori che non viceversa. Come dire che si è abbattuto un muro di estraneità tipico del mondo accademico. È questo l’unico merito di questa esperienza? Certamente ha aperto nuovi orizzonti e prospettive, ma come si colloca rispetto al problema della ricerca? Una didattica senza ricerca che prospettive può avere?

Un tempo rallentato è un tempo favorevole per lo studio e l’approfondimento, certo ci sono esigenze diverse nei diversi campi del sapere. Le ricerche nei laboratori forse hanno avuto un rallentamento, ma tutti i ricercatori e studiosi sono stati al PC a lavorare, forse anche di più. Penso alla comunità degli statistici che ha cercando di reinterpretare le proprie ricerche alla luce di una funzione più sociale, contribuendo ad offrire dati e modelli di analisi legati al fenomeno della pandemia da tanti punti di vista. In questi ultimi anni la valutazione della ricerca ha ingenerato anche in questo campo un modello produttivistico orientato ai risultati, spesso con una relativa attenzione alla qualità della ricerca e al ruolo delle comunità di ricerca, spesso ridotte ad accademie. Sembra una contraddizione, ma vorrei dire che occorre da un lato una maggiore concretezza e adesione alle grandi questioni e sfide, ma dall’altro alimentare una ricerca più approfondita, meditata, critica, almeno pensando al campo delle scienze sociali che frequento di più.

 Tra le tante sfide lanciate dal coronavirus c’è quella al lavoro, sia negli aspetti formali come lo Smart Working, sia quelli legati alla necessaria riconversione che tutti sostengono deve accadere “per collocarlo in un orizzonte di senso che lo indica come luogo generativo di partecipazione, palestra di cittadinanza attiva e responsabile, occasione per realizzare vocazioni a servizio degli altri e del bene comune”? (Gabriele Gabrielli). Quanto è realistico questo auspicio qui da noi dove gran parte del lavoro non è intellettuale, è precario e spesso anche in nero?

Anche io la penso come Gabriele Gabrielli, lo Smart Working è una opportunità, non tanto il semplice telelavoro o il lavoro a distanza, ma un lavoro che si riorganizza su obiettivi e soprattutto su una relazione nuova tra datori di lavoro e lavoratori. In alcuni campi questo non solo è possibile ma avrebbe un notevole impatto sia per l’efficacia dei processi aziendali, ma anche per l’impatto sulla vita delle persone, favorendo tempi di conciliazione e armonizzazione maggiori, e sulla mobilità e la sostenibilità della vita delle città. Ma occorrono strumenti negoziali e contrattuali nuovi, affiorano nuovi diritti da tutelare (penso al diritto alla disconnessione di cui si parla) ma soprattutto al ripensamento dei luoghi di lavoro che già le tecnologie 4.0 hanno messo in discussione.

Come ha sostenuto la fatica e l’impegno dei suoi aderenti l’Azione Cattolica Italiana? Sia nelle iniziative di livello nazionale sia in quelle più di base, nelle parrocchie nelle città?

La pandemia ha “sorpreso” l’ACI nel bel mezzo del suo cammino assembleare, tempo straordinario per il rinnovo degli organi e dei ruoli di responsabilità ma soprattutto di elaborazione delle linee di lavoro; siamo stati spiazzati, e non poco. Abbiamo dovuto fermarci e ripensare, ci siamo lasciati provocare da ciò che riguarda la vita delle nostre comunità e quella delle persone. Ma il problema non è né l’agenda né il calendario; anzi è emersa in questo tempo la natura più vera credo dell’essere associazione che ne disegna anche un profilo interessante per il suo futuro. Abbiamo visto a tutti livelli che, se da un lato incontri e riunioni potevano saltare, ciò di cui non possiamo fare a meno sono le relazioni, che sono state curata anche grazie ai media digitali ma anche nelle forme tradizionali. Abbiamo pensato soprattutto ai più fragili in questa fase: i più piccoli, gli adolescenti, gli anziani. Abbiamo riscoperto la forza delle famiglie e del loro ruolo educativo. Abbiamo anche visto la prontezza e sollecitudine delle associazioni di prendersi cura delle persone: tantissimi iniziative sono state concrete. Si è attivata immediatamente e quasi informalmente una rete di solidarietà che si è messa a servizio delle Caritas parrocchiali nelle forme più creative. In questo momento stiamo cercando di capire come vivere il tempo estivo – occasione da sempre preziosa per la vita associativa sia per la formazione sia per la promozione associativa. Sappiamo che non sarà facile, ma devo dire che, incontrando virtualmente tanti responsabili e associazioni diocesane ho avuto una grande consolazione. C’è davvero un tesoro prezioso di cura, di pensiero, di amicizia che custodisce la vita associativa. Un segno di novità? La maggiore esposizione sui temi sociali, ambientali e dei diversi territori, un desiderio di abitare e di ricominciare dalla città di tutti. Anche promuovendo alleanze, ossia reti di collaborazione e condivisione che non si fermano ai singoli progetti.

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